a cura di Sinistra Anticapitalista


Il manifesto qui presentato è stato elaborato principalmente sulla base dei materiali discussi durante la conferenza programmatica di Sinistra Anticapitalista che si è tenuta a Chianciano dal 14 al 16 ottobre 2016, ed in particolare sulla base dei “Materiali per un Programma Ecosocialista, Femminista e Libertario” pubblicati sul sito di Sinistra Anticapitalista nella seguente pagina web.

Indice dell’articolo

  1. Premessa: Il programma di transizione
  2. Un’Europa della classe lavoratrice contro l’Unione Europea liberista dell’austerità
  3. La proprietà pubblica delle banche e l’annullamento del debito pubblico
  4. La riduzione del tempo di lavoro e la questione salariale
  5. Un piano di investimenti pubblici per la riconversione ecosocialista dell’economia
  6. Internazionalismo, antimperialismo e diritto all’autodeterminazione dei popoli
  7. Libertà delle/dei migranti per una unità di classe internazionalista
  8. L’autodeterminazione delle donne e delle soggettività LGBITQ contro il capitalismo, il patriarcato e il fondamentalismo religioso
  9. Stato sociale, beni comuni, proprietà pubblica e controllo popolare
  10. La rivoluzione del sistema fiscale contro la flat tax dei padroni
  11. Una democrazia sostanziale, libertaria, antiburocratica e antifascista

Voi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella vostra società attuale la proprietà privata è abolita per i nove decimi dei suoi membri; la proprietà privata esiste proprio per il fatto che per nove decimi non esiste. Dunque voi ci rimproverate di voler abolire una proprietà che presuppone come condizione necessaria la privazione della proprietà dell’enorme maggioranza della società. In una parola, voi ci rimproverate di volere abolire la vostra proprietà. Certo, questo vogliamo…

Il comunismo non toglie a nessuno il potere di appropriarsi prodotti della società, toglie soltanto il potere di assoggettarsi il lavoro altrui mediante tale appropriazione. Si è obiettato che con l’abolizione della proprietà privata cesserebbe ogni attività e prenderebbe piede una pigrizia generale. Da questo punto di vista, già da molto tempo la società borghese dovrebbe essere andata in rovina per pigrizia, poiché in essa coloro che lavorano, non guadagnano, e quelli che guadagnano, non lavorano. Tutto lo scrupolo sbocca nella tautologia che appena non c’è più capitale non c’è più lavoro salariato.

F. Engels e K. Marx, Il Manifesto del Partito Comunista

1. Premessa: Il programma di transizione

L’obiettivo di un programma di transizione è quello di legare le rivendicazioni parziali dei settori più coscienti dei movimenti sociali e avanzare una proposta ricompositiva di rottura con il capitalismo, che deve avvenire necessariamente sia sul terreno del potere politico, con la destituzione dei rappresentanti della borghesia, sia sul terreno sociale, attraverso il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori e l’autorganizzazione dei movimenti sociali. È necessario che i movimenti sociali riconoscano una prospettiva comune della loro azione, che si creino connessioni tra i soggetti oppressi e sfruttati, che si mobilitano ognuno nel proprio settore e con le proprie rivendicazioni, che maturi un orizzonte politico comune che sia in grado di sfidare la borghesia sulle questioni generali.

Ci vuole insomma che dalle lotte frammentate si costruisca un blocco sociale potenzialmente anticapitalista. La funzione di un programma di rivendicazioni di transizione è duplice. Da una parte serve a superare il programma minimo delle singole lotte, a disegnare un orizzonte comune alternativo e coerente in cui ciascuna istanza di movimento è riconosciuta e rafforzata. Dall’altra il programma di transizione parte dalle istanze “riformiste” dei movimenti sociali e ne dimostra la contraddizione con l’ordine capitalistico in questa fase storica. Porta le lotte sociali su un livello politico più avanzato e fa maturare l’esigenza di rompere con le istituzioni della borghesia per poter realizzare pienamente le rivendicazioni di ciascuno. L’attuazione del programma transitorio da parte di un governo delle lavoratrici e dei lavoratori porta alla necessità di sovvertire il modo di produzione capitalista e di sostituirlo con uno ecosocialista, femminista e internazionalista.

Al tempo stesso, pensare di cambiare la società o anche solo resistere con più efficacia all’offensiva delle classi dominanti solo attraverso la generosa azione spontanea, variamente articolata, senza costruire la militanza collettiva basata sulle esperienze concrete di chi resiste e lotta, provando a far condividere i programmi dei diversi settori sociali, è credere nelle favole. Questa opzione maschera più o meno coscientemente la scelta di rinunciare ab inizio a trasformare la realtà. È pura utopia credere di poter mettere in difficoltà un avversario, pieno di contraddizioni, ma così potente, senza avere una strategia che cerchi costantemente di unire le mobilitazioni sociali ad una progetto politico complessivo.

Per fare questo serve un partito, rivoluzionario, realmente democratico, non ideologico, che basi la sua forza nella costante verifica critica della sua azione concreta per essere realmente l’espressione organizzata di un progetto politico di trasformazione della realtà. Partecipare alla vita e alla costruzione di questo partito significa non certo ridurre la propria visione e comprensione del mondo, ma anzi di allargarla, di far crescere la propria intelligenza e la propria capacità di azione. Serve una critica radicale della controrivoluzione burocratica per la costruzione di partiti fortemente collegati alla propria classe, liberi, democratici, rivoluzionari, capaci di aiutare la classe lavoratrice e gli altri strati sociali sfruttati ed oppressi della società, a partire dalla centralità delle/dei migranti, a costruire la loro autorganizzazione e i rapporti di forza per combattere vittoriosamente il capitalismo.

Proponiamo nei capitoli seguenti una serie di rivendicazioni transitorie da agitare su scala europea.

2. Un’Europa della classe lavoratrice contro l’Unione Europea liberista dell’austerità

Negli ultimi decenni, in Europa, le politiche impopolari hanno visto un’accelerazione profonda: il welfare state europeo viene smantellato; cresce la disoccupazione; aumenta la precarietà del lavoro; i salari si riducono a ritmi crescenti. Questi sono i risultati delle politiche di austerità e deflazione salariale, perpetrate in Europa non solo dai conservatori ma anche dalla socialdemocrazia liberale. Il trattato di Maastricht di costituzione dell’Unione è l’emblema delle politiche liberiste. In particolare, l’euro è l’espressione formale più esaustiva di questo modello. Cresce l’idea che sarebbe sufficiente rifiutare l’euro per invertire la rotta, ma senza rompere con le politiche liberiste. Purtroppo non è così.

La competitività di tipo capitalista si ottiene esclusivamente nella riduzione dei salari reali rispetto alla produttività: dentro l’euro si manifesta con la riduzione dei salari monetari per mezzo dell’austerità; fuori l’euro con la riduzione dei salari reali per mezzo dell’inflazione. Tertium non datur nei vincoli capitalistici. In definitiva, l’alternativa non è tra lira ed euro, tra sovranità nazionale e sovranità europea, tra stato-nazione e stato federale; piuttosto è quella ben più sostanziale tra capitalismo e ecosocialismo, tra sovranità borghese e sovranità della classe lavoratrice, tra nazionalismo borghese e internazionalismo della classe lavoratrice. Non è una questione di stati nazione, ma di classe; non abbiamo la possibilità di cambiare la forma tecnica della moneta, ma la necessità di risolvere la sostanza della proprietà privata capitalista.

Per questo proponiamo di: costruire un’Europa della classe lavoratrice, ecosocialista e internazionalista, alternativa all’Unione europea dei Trattati; rompere con le politiche impopolari e liberiste dell’austerità, con il Trattato di Maastricht, con il Patto di stabilità e con il Fiscal compact; rimuovere l’indipendenza della Banca centrale europea, per una nuova moneta europea finalmente al servizio della crescita dell’occupazione, dei salari e della spesa pubblica, non più subordinata ai profitti e alle politiche liberiste; consentire alla Banca centrale il finanziamento delle politiche d’investimento pubblico in funzione anticiclica e dell’equilibrio delle bilancia dei pagamenti.

3. La proprietà pubblica delle banche e l’annullamento del debito pubblico

Il solito ritornello degli economisti è che la dissennata gestione dei bilanci pubblici sia alla radice della crisi economica e dell’instabilità finanziaria. Sfugge agli economisti il processo reale. Non vale lo slogan populista dell’economia sana e della finanza malata; piuttosto il virus sta nell’economia reale, ossia nello squilibrio tra la crescente produzione per il profitto e la capacità di consumo limitata dai bassi salari; la finanza è soltanto una pessima medicina. Pertanto, il problema non è mai il deficit pubblico in quanto tale, semmai la somma del deficit pubblico e di quello privato. Non è un caso che il debito estero e l’equilibrio delle bilance dei pagamenti siano i grandi assenti nei dibattiti sulla crisi del debito. Ogni acquisto è sempre una vendita, ogni debito un credito, proprio come una discesa è una salita sotto un altro punto di vista. Nelle bilance dei pagamenti, l’attivo di un paese corrisponde al passivo di un altro.

Il debito pubblico è semplicemente l’accumulazione di ciò che la borghesia presta alla classe lavoratrice per evitare di aumentare i salari o pagare le imposte. Le politiche di austerità sono quindi il rimborso con alti interessi da parte della classe lavoratrice del prestito ricevuto, sotto forma di privatizzazione e ulteriori tagli ai salari e alla spesa sociale. Il ripudio unilaterale e selettivo del debito pubblico è una necessità per la classe lavoratrice. Parallelamente risulta immediatamente inevitabile provvedere al salvataggio pubblico delle istituzioni finanziarie e monetarie private detentrici del debito pubblico, attraverso la ricapitalizzazione pubblica e la perdita netta per azionisti privati e proprietari del capitale ibrido. Di qui la priorità assoluta di rivendicare la proprietà pubblica e il controllo popolare delle banche. Infatti, il sistema del credito è un bene comune che non può essere soggetto alla logica dell’appropriazione e del profitto. L’unico dividendo del sistema creditizio dovrebbe essere il dividendo sociale del benessere collettivo. Le banche non possono fare dividendi. Le banche devono piuttosto servire a finanziare gli investimenti pubblici per una riconversione ecosocialista dell’economia.

Per questo proponiamo: la proprietà pubblica e il controllo popolare delle banche; l’eliminazione del profitto per le banche, quindi sia del margine d’interesse sia del margine d’intermediazione, al fine di restituire al credito pubblico la funzione di bene comune al servizio degli investimenti pubblici e popolari; l’annullamento unilaterale del debito pubblico detenuto dalle istituzioni finanziarie e monetarie; un salvataggio pubblico delle banche senza indennizzo per tutti gli azionisti privati e proprietari del capitale ibrido; la salvaguardia del risparmio della classe lavoratrice; la ricapitalizzazione delle banche pubbliche da parte di una Cassa depositi e prestiti, finalmente pubblica e sotto il controllo popolare, mediante il finanziamento della banca centrale e il patrimonio della classe lavoratrice scippato dalle imprese e dai fondi pensione; lo stralcio della direttiva europea sull’Unione bancaria; lo stralcio del bail in e del bail out borghese; la restituzione alla spesa sociale della quota di spesa pubblica relativa agli interessi sul debito pubblico.

manifesto ecosocialista riduzione ore lavoro

4. La riduzione del tempo di lavoro e la questione salariale

Negli ultimi 25 anni le classi dominanti, i capitalisti delle banche e delle grandi multinazionali, i ricchi e i potenti del pianeta, hanno imposto la massiccia requisizione di tutte le conquiste popolari e della classe lavoratrice. Così i salari reali hanno perso il potere d’acquisto; soprattutto hanno perso continuamente rispetto alla produttività tanto che la quota dei salari sul reddito in Italia è scesa per 15 punti percentuali, a tutto vantaggio della quota dei profitti. Durante i governi Renzi-Gentiloni, il rapporto tra i redditi del 20% dei più ricchi e il 20% dei più poveri è passato dal 5,7% al 6,3%; il rischio di povertà e esclusione sociale ha raggiunto la vetta del 30% della popolazione, oltre 18 milioni di individui; la povertà cresce non solo tra i disoccupati ma anche tra gli occupati. Ci si è abituati a un tasso di disoccupazione a due cifre e l’indice di disuguaglianza è cresciuto a quasi tre punti sopra la media europea, tra i più alti nei paesi sviluppati. Esiste una questione salariale gigantesca e la disoccupazione è ormai allarmante.

Lo sviluppo delle forze produttive è ormai in evidente contraddizione con i rapporti di proprietà capitalistici. Il capitale tende alla sua dissoluzione: mentre si accresce la disoccupazione di massa, esplode l’eccesso di produzione di merci capitalistiche, incapaci, a loro volta, di consentire la realizzazione del plusvalore in esse contenuto. Si sviluppa, tuttavia, in potenza l’economia dell’abbondanza qualitativa contrapposta all’economia della scarsità quantitativa. Gli enormi aumenti di produttività consentono da subito una riduzione drastica della giornata lavorativa e una riduzione del tempo di vita dedicato al lavoro, attraverso l’abbassamento dell’età pensionabile; occorre parallelamente una netta diminuzione dell’intensità dello sfruttamento e un pieno recupero dei salari sulla produttività del lavoro. Ciò realizzerebbe una redistribuzione del lavoro e il superamento del problema della disoccupazione di massa. Soprattutto, la riduzione del tempo di lavoro significa un aumento del tempo libero. La teoria del valore è al tramonto; dalla misura quantitativa del tempo di lavoro si passa alla qualità del tempo libero e disponibile. Pertanto, la riduzione del tempo di lavoro si contrappone sin da subito alla produzione capitalista, sia perché consente una forzata riduzione dei profitti a vantaggio dei salari, sia perché è finalizzata a distruggere la precarietà di vita che ci viene imposta in questa maledetta società.

Per questo proponiamo: la riduzione dell’orario di lavoro su scala europea a 30 ore settimanali; l’abolizione della legge Fornero e la riduzione dell’età pensionabile a 60 anni di età o 35 anni di contributi; la riforma delle pensioni basata sul ripristino del sistema retributivo al posto del sistema contributivo; il recupero dei salari sulla produttività; la ripresa delle lotte e del conflitto sociale; lo sciopero generale europeo contro l’austerità; il potenziamento della contrattazione collettiva nazionale e l’introduzione della contrattazione collettiva europea per sradicare la concorrenza tra la classe lavoratrice europea; la cancellazione della possibilità di derogare in senso peggiorativo rispetto al contratto nazionale; il recupero dei salari monetari sull’inflazione attraverso il ripristino del meccanismo della scala mobile; il Salario minimo intercategoriale per legge a 1500 euro al mese; il Salario sociale per i/le disoccupati/e e per i/le giovani a 1200 euro al mese, senza alcun vincolo di lavoro e in ogni caso finalizzato a far uscire tutte le famiglie dalla soglia della povertà ed esclusione sociale, e dalla grave deprivazione materiale; l’introduzione di una legge che stabilisca che qualsiasi guadagno d’impresa, in termini di dividendo, compenso o remunerazione, non possa superare più di sette volte il salario minimo; la tutela del diritto di sciopero e la parità di diritti, di salari, di accesso a tutti i livelli e mansioni, a prescindere dall’identità di genere; il ripristino e l’estensione a tutte le imprese dell’articolo 18 e del contratto unico a tempo indeterminato; il contrasto reale al caporalato, aumentando i controlli e confiscando le imprese che schiavizzano come si fa con la mafia; la messa fuori legge del lavoro gratuito, a qualsiasi titolo prestato; l’abolizione degli Ordini professionali borghesi e l’introduzione di un compenso equo ed esigibile per le lavoratrici e i lavoratori autonomi, con l’estensione ad essi degli ammortizzatori sociali previsti per il lavoro dipendente; misure incisive per la sicurezza sul lavoro, aumentando fondi e risorse per i controlli; una legge sulla democrazia nei luoghi di lavoro che garantisca a tutte e tutti il diritto di scegliere liberamente la propria rappresentanza sindacale senza il vincolo della sottoscrizione degli accordi; l’introduzione di una legge che stabilisca che le aziende che delocalizzano o licenziano dopo aver usufruito di contributi pubblici diretti o indiretti siano requisite e messe sotto il controllo pubblico, a cominciare da FCA, che è un’impresa strategica per lo sviluppo economico e per la pianificazione ecosocialista; l’introduzione del controllo pubblico sui movimenti di capitale sino alla necessità dell’esproprio della proprietà privata capitalista; il sostegno alla costituzione in ogni impresa di nuovi Consigli di gestione e controllo delle lavoratrici e dei lavoratori.

5. Un piano di investimenti pubblici per la riconversione ecosocialista dell’economia

Il riscaldamento del sistema climatico mondiale è inequivocabile. Le catastrofi naturali sono già in corso e i loro effetti hanno una caratterizzazione sociale evidente: uragani, inondazioni, siccità, colpiscono gli strati più deboli della società. I prossimi decenni saranno ancora più caratterizzati da fenomeni migratori di popoli per effetti correlati a catastrofi naturali. È, ormai, ampiamente riconosciuto dal punto di vista scientifico che occorre arrestare sin da subito l’aumento della temperatura globale. Tuttavia, se il nostro pianeta deve essere salvato è assolutamente necessaria la pianificazione internazionalista dell’economia contro l’anarchia di mercato del modo di produzione capitalista. Non esiste nessun capitalismo verde; piuttosto, la produzione capitalista è il male assoluto che sta distruggendo il pianeta. Da un lato la logica del profitto e la miopia del mercato spingono alla produzione crescente e continua di merci, generando sovrapproduzione, sperpero e spreco di risorse; dall’altro lato la proprietà privata capitalista è incompatibile con la razionalizzazione dei consumi, nonché con l’economia della condivisione, dell’accesso e della cooperazione, necessaria per una produzione efficiente e per un’economia circolare ecosostenibile.

Occorre allora reindizzare la produzione verso la salvaguardia dell’ambiente e contro ogni logica di profitto. Per questo parliamo di riconversione ecosocialista dell’economia: da un lato una pianificazione mondiale delle risorse orientata all’economia sostenibile, a partire dall’energia; dall’altro lato la necessità della proprietà pubblica e del controllo popolare per abbandonare la logica del profitto. La nostra proposta è quella di una nuova strategia di intervento pubblico massivo sull’economia in senso ecosocialista, finalizzata al riassetto idrogeologico del territorio, all’utilizzo dell’energia pulita, all’efficienza energetica, al risparmio, riciclo e riduzione dei consumi, alla produzione di meno beni e più servizi, di meno quantità e più qualità, alla protezione della biodiversità e alla salvaguardia della natura e delle specie animali. A tal proposito, Sinistra Anticapitalista intende confrontarsi e valorizzare al proprio interno la risorsa del movimento antispecista, che pone la centralità della sua lotta, non soltanto sul cambiamento etico del modo di consumo individuale, quanto soprattutto sul cambiamento materiale e collettivo del modo di produzione capitalista, non più basato sull’oppressione di tutte le specie animali

Per questo proponiamo: un piano di investimenti pubblici per la riconversione ecosocialista dell’economia; la proprietà pubblica della produzione, gestione e distribuzione di energia; una nuova strategia energetica fondata sull’efficienza e sulla razionalizzazione energetica, sulle energie rinnovabili, sulla ricerca e l’innovazione tecnologica finalizzata alla qualità della vita e non al profitto; l’opposizione ai nuovi investimenti costosissimi per la cattura e lo stoccaggio del carbonio; una pianificazione degli impianti eolici con criteri di tutela paesaggistica e faunistica; la messa al bando dell’utilizzo di combustibili fossili e delle trivellazioni petrolifere; lo stop a infrastrutture energetiche come il TAP e Poseidon; il riorientamento degli investimenti pubblici verso un grande piano per la messa in sicurezza idrogeologica e sismica del territorio, per la tutela del paesaggio, del patrimonio storico e architettonico; il finanziamento delle “Piccole Opere” per migliorare la nostra vivibilità, dalla riqualificazione delle periferie al trasporto pubblico locale e al pendolarismo; lo stop alle “Grandi Opere”, come la TAV in Val di Susa o il Mose; un piano di investimenti pubblici per la mobilità sostenibile, fondato sui reali bisogni delle classi popolari e sul rispetto dell’ambiente, che superi la prevalenza dei sistemi di trasporto su gomma, potenziando il traffico merci su ferro e via mare; un piano nazionale per la bonifica dei siti inquinati; una nuova politica dei “rifiuti zero”, che indirizzi la produzione delle merci verso la recuperabilità, disincentivando i prodotti non riciclabili e usa e getta, che aumenti gli investimenti sulla raccolta differenziata, sul recupero, riuso, riciclo, riduzione; la proprietà e la gestione pubblica dell’impiantistica e del ciclo di smaltimento; la messa al bando dell’incenerimento; la proprietà pubblica e la riconversione delle imprese inquinanti, a partire dall’ILVA, mediante la partecipazione delle comunità popolari, dei lavoratori e delle lavoratrici; la fine di una strategia criminale che vede nel meridione una mega discarica, o una mega centrale elettrica per il paese; un nuovo modello produttivo finalizzato alla qualità dei beni e servizi; la protezione della biodiversità; l’abolizione dell’allevamento intensivo di animali e la forte riduzione della produzione e del consumo di prodotti di origine animale; il sostegno alle iniziative per la liberazione animale, per l’educazione all’empatia, per il riconoscimento degli animali come individui senzienti.

manifesto ecosocialista imperialismo

6. Internazionalismo, antimperialismo e diritto all’autodeterminazione dei popoli

L’effetto dello scontro capitalista nel mercato mondiale è la costituzione di una nuova galassia imperialista, con la conseguente instabilità geopolitica. In generale, nel nuovo disordine mondiale è la destra sovranista e nazionalista ad essere protagonista. Il risultato è che la rivalità geopolitica nella spartizione imperialista delle zone d’influenza assume una dimensione inedita rispetto agli anni più recenti. L’ossimoro dell’internazionale sovranista è soltanto la comune volontà borghese di aggredire spietatamente i diritti sociali, preparando paradossalmente il terreno a peggiori scontri imperialisti di tipo bellico. Mai come in questa fase è necessario rivendicare con forza l’internazionalismo della classe lavoratrice come risposta all’imperialismo delle potenze capitaliste. La sinistra internazionalista è necessaria per unire le lotte su scala mondiale di tutte le lavoratrici e i lavoratori. Di fronte all’aggressione dell’imperialismo transnazionale, del mercato mondiale e della divisione internazionale del lavoro, la classe lavoratrice non può rinchiudersi all’interno dei confini nazionali; altrimenti, avrebbe già perso in partenza. L’unico diritto nazionale che difendiamo è il diritto all’autodeterminazione dei popoli, in primis del popolo palestinese, vittima di una pesante oppressione del governo israeliano e dei suoi alleati; del popolo catalano, a cui è stata negata dalla monarchia spagnola la possibilità di esprimersi democraticamente sul proprio destino. Difendiamo il diritto all’autodeterminazione sempre in un’ottica solidale, federativa e internazionalista. La nostra patria è il mondo intero, la nostra legge la libertà!.

Purtroppo, nella cosiddetta sinistra sovranista, di evidente matrice maostalinista, emerge una forma inedita di campismo. Tuttavia, il campismo di oggi non è la difesa spudorata della controrivoluzione stalinista nel campo sovietico, che poteva suscitare una certa logica, infame ma pur sempre comprensibile, ma quella di un presunto campo antiamericano in cui semmai prevalgono fascismi e dittature della peggiore specie. La storia si ripete sempre due volte, prima come tragedia poi come una farsa. Si pensi al separatismo del Donbass, creato ed egemonizzato dai neofascisti a livello internazionale, grazie al sostegno militare e ideologico dell’imperialismo russo: così i parvenu maostalinisti si arruolano a difendere le marioniette neofasciste di Putin, facendo soltanto la fine degli utili idioti gregari di regimi reazionari. Per non parlare della difesa del cosiddetto “socialismo dalle caratteristiche cinesi”, in cui la classe lavoratrice è perennemente sottopagata e sfruttata e la dirigenza del partito comunista cinese non riesce nemmeno a raddrizzare minimamente la disuguaglianza sociale al fine di rimpiazzare almeno parzialmente la domanda esterna con la domanda interna. La tragicità di questa pseudosinistra è quella di sostenere il peggior manifesto delle politiche liberiste dello sgocciolamento, per cui una importante parte della popolazione esce dalla povertà assoluta mentre cresce a dismisura la ricchezza della borghesia. Si stima che il 44% delle ricchezze sia nelle mani del 4% della popolazione, fatta quasi esclusivamente di figli, nipoti e pronipoti degli alti quadri dirigenziali del Partito. Come in tutte le trasformazioni in senso capitalista, tra burocrazia e borghesia il confine diviene labile. La teoria delle “tre rappresentanze” che ha aperto le porte del partito alla classe borghese non è nient’altro che l’adeguamento della forma alla sostanza. Il carattere nazionalista e antidemocratico della direzione economica è completamente finalizzato alla crescente egemonia mondiale e allo strapotere della borghesia. Ripetere a squarciagola che tutto ciò è come la NEP fa sobbalzare Lenin dalla tomba.

Per questo noi condanniamo e ci opponiamo con forte determinazione alle nuove avventure militari. Noi restiamo contro le guerre, contro i bombardamenti senza se e senza ma. Noi proponiamo la fuoriuscita dalla NATO e la rescissione di tutti i trattati militari. Siamo per la costruzione di un nuovo movimento di massa per la pace. Condanniamo le stragi del governo coloniale israeliano e siamo al fianco del popolo palestinese che rivendica i suoi diritti; ci opponiamo alle azioni sanguinose di Erdogan contro il popolo curdo e per la difesa dei suoi diritti; nello stesso modo dobbiamo essere contro il boia Assad e le sue stragi senza fine, per il diritto del popolo siriano alla democrazia e alla libertà. Noi non dividiamo la nostra solidarietà internazionalista sulla base di miserevoli considerazioni di geopolitica. Noi siamo contro tutti gli imperialismi, quello americano ed europeo, quello cinese e russo; e contro tutti i progetti reazionari delle potenze locali, come la Turchia, l’Iran e l’Arabia Saudita.

7. Libertà delle/dei migranti per una unità di classe internazionalista

Le guerre imperialiste, il cambiamento climatico e la divisione internazionale del lavoro nel mercato mondiale, producono il fenomeno planetario della migrazione di massa. Le destre reazionarie hanno sfruttato cinicamente questa emergenza umanitaria per alimentare le peggiori tendenze xenofobe e razziste, indicando nelle/i migranti la causa principale della crisi sociale ed economica. Questo falso bersaglio serve in realtà alla borghesia per distogliere dalle cause vere della crisi, ovvero le scellerate politiche liberiste. In Italia, il crescente odio verso le/i migranti ha portato al governo razzista della Lega e Cinquestelle. Il ministro Salvini ha così potuto infiammare ulteriormente il clima con le sue politiche omicide. Soltanto tra giugno e settembre sono morte 8 persone al giorno tentando di attraversare il Mediterraneo (1300 morti nel 2018), contro la media precedente di 3 morti al giorno. La responsabilità vergognosa di questo governo criminale è già posta al cospetto della storia!. Tuttavia, la stretta all’accoglienza aveva subito una deprecabile accelerazione già con il ministro Minniti. L’ipocrisia dell’Italia e dell’Unione europea è stata imbarazzante, consegnando decine di migliaia di migranti ai campi di concentramento libici, turchi e nigerini. Il PD si è reso responsabile di un decreto micidiale sul piano dei diritti umani, una sorta di “diritto etnico” che ricorda terribilmente la segregazione razziale. Ma al peggio non c’è mai fine e il ministro Salvini ha ulteriormente aggravato questo giustizialismo razzista.

Di fronte a questo scenario penoso e drammatico, la sinistra internazionalista ha il dovere di unire la classe lavoratrice, migrante e non, contro le politiche discriminatorie e ipocrite del PD e quelle esplicitamente razziste della Lega, con la complicità vergognosa dei Cinquestelle. Va combattuto anche il razzismo, spesso ignorato, del sovranismo di sinistra e dei cosiddetti rossobruni. I diritti umani e la libertà per le/i migranti devono essere sostenuti a partire dall’emergenza dei salvataggi e dell’accoglienza, per arrivare sino all’integrazione successiva e alla piena cittadinanza: senza dimenticare mai la necessità di riequilibrare gli squilibri globali e la sproporzione della ricchezza economica mondiale tra i paesi dominanti e quelli dominati. Piuttosto che aiutarli a casa loro sarebbe sufficiente smetterla di danneggiarli con ipocrisia. Contro l’Europa dei sovranismi, dei muri, dei respingimenti, dei blocchi navali, delle ipocrisie e degli opportunismi, della paura e della repressione, lottiamo per l’Europa dell’internazionalismo, dei ponti, dei corridoi umanitari, dei salvataggi, della libertà e del diritto, del coraggio e della solidarietà. In fin dei conti, esistono solo due razze: la razza degli sfruttati e la razza degli sfruttatori.

Per questo proponiamo: l’accoglienza e la protezione umanitaria delle/dei migranti in tutte le forme; la sanatoria di tutte le situazioni di irregolarità; l’eliminazione delle assurde e labili distinzioni tra migranti economici e rifugiati; la libertà piena per tutte/i le/i migranti e la soluzione dei corridoi umanitari; un programma d’integrazione dalla scuola al lavoro; la costruzione di centri di piccole dimensioni, a partire dal modello SPRAR; la valorizzazione delle professionalità coinvolte nell’accoglienza, oggi costrette a contratti precari e a supersfruttamento; l’abolizione del regolamento di Dublino III, per una Europa internazionalista e solidale; lo stralcio del decreto Salvini, della legge Minniti-Orlando e di tutte le leggi razziste che lo hanno preceduto; la rottura del vincolo stretto tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro; l’approvazione dello ius soli e ius culturae; una revisione estensiva della legge sulla cittadinanza senza ulteriori condizioni reddituali o margini di discrezionalità per l’autorità pubblica; il diritto di voto a partire dalle elezioni amministrative per chi risiede stabilmente nel nostro paese.

manifesto ecosocialista femminismo

8. L’autodeterminazione delle donne e delle soggettività LGBITQ contro il capitalismo, il patriarcato e il fondamentalismo religioso

L’oppressione di classe è strettamente connessa con l’oppressione di genere. Gli scioperi dal lavoro riproduttivo e produttivo dell’8 marzo hanno messo in luce le tante forme di sfruttamento invisibili, nel lavoro di cura, nel lavoro da casa e nella richiesta di disponibilità e prestazione permanente. La crisi economica ha esacerbato le discriminazioni di genere: squilibri nei redditi, precarietà, sottoccupazione, part-time, bassi salari, gerarchizzazione e divisione sessuale nel lavoro e nella società. L’aumento dell’età pensionabile, frutto della legge Fornero, ha colpito duramente le donne, sulle quali continua a scaricarsi il doppio lavoro produttivo e riproduttivo; anche il lavoro di cura rimane prevalentemente a carico delle donne; la legge 194 viene minata dal crescente numero di medici obiettori di coscienza e dai continui tagli alla sanità.

Dal punto di vista dei rapporti di genere, al tempo stesso, la liberazione dallo sfruttamento del patriarcato e del capitalismo è imprescindibilmente legata alla piena affermazione della libertà e autodeterminazione delle donne. La violenza contro le donne si manifesta in modo cruento, soprattutto a livello domestico; il numero dei femminicidi non si arresta più nonostante la riduzione degli omicidi; aumenta la violenza degli uomini sulle donne in tutte le sue forme, da quella psicologica a quella perpetrata sul web e sui social media, fino alle molestie sessuali sui luoghi di lavoro. Tuttavia, la violenza maschile non si combatte con l’inasprimento delle pene, ma con una trasformazione radicale della società fondata sulla piena ed effettiva autonomia delle donne. Per questo rivendichiamo che il femminismo non sia più un tema specifico, ma una lettura complessiva dell’esistente. Le discriminazioni sul lavoro e nella società riguardano anche gay, lesbiche, trans e tutto l’universo LGBTQI che combatte quotidianamente contro i pregiudizi, l’odio, l’omofobia, la transfobia. Riteniamo che sia sempre più necessaria una opposizione feroce contro tutte le forme di fondamentalismo religioso, dalle persecuzioni islamiche all’oscurantismo del Vaticano, e contro tutte le rinnovate minacce fasciste e reazionarie. Al carattere sistemico della violenza deve rispondere un movimento femminista e internazionalista che sappia tradurre percorsi di liberazione dal dominio di classe, di genere, di razza e orientamento sessuale, contro oppressione, sfruttamento, sessismo, razzismo, omo e transfobia.

Per questo proponiamo: la piena applicazione della Convenzione di Istanbul contro ogni forma di violenza maschile contro le donne; l’affidamento esclusivo alla madre quando il padre usa la violenza; la promozione dei centri antiviolenza come spazi laici ed autonomi di donne; le misure di protezione immediata per tutte, con e senza figli, cittadine o straniere presenti in Italia; l’opposizione al decreto Pillon e al modello di società fondato sulla famiglia patriarcale; l’aborto libero, sicuro e gratuito e l’abolizione dell’obiezione di coscienza; il pieno accesso alla Ru486, con ricorso a 63 giorni e in day hospital, contro la violenza ostetrica, lo stigma dell’aborto e le sanzioni; una maggiore autoformazione su contraccezione e malattie sessualmente trasmissibili; i consultori aperti alle esigenze e ai desideri delle donne; un welfare organizzato a partire dai bisogni delle donne; la parità di diritti, di salari, di accesso al mondo del lavoro a tutti i livelli e mansioni a prescindere dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale; la solidarietà internazionalista delle donne contro il fondamentalismo islamico e l’oscurantismo clericale; la radicale rimessa in discussione dei ruoli maschile e femminile nella riproduzione sociale; soluzioni che inibiscano ogni forma di discriminazione delle persone LGBTIA, attraverso una legge contro l’omotransfobia; una formazione che fornisca strumenti per decostruire il sessismo e educhi al riconoscimento della molteplicità delle differenze; il contrasto al bullismo omofobico, soprattutto nelle scuole; la piena e reale libertà di scelta sulle proprie vite e i propri corpi; l’accesso alla fecondazione assistita, anche eterologa, a prescindere dallo stato di famiglia; la promozione della contraccezione, rendendo disponibili a tutte e tutti le nuove tecniche di prevenzione; il divieto delle mutilazioni genitali su* bambin* intersessuali prima che possano capire e sviluppare la loro identità di genere; per il superamento della legge Cirinnà, l’introduzione del matrimonio egualitario, del riconoscimento pieno dell’omogenitorialità a tutela dei genitori, dei figli e delle famiglie, il riconoscimento della stepchild adoption, la ridefinizione generale dei criteri relativi all’adozione, consentendola anche a single e persone omosessuali, per riconoscere il desiderio di maternità e paternità di tutte e tutti.

9. Stato sociale, beni comuni, proprietà pubblica e controllo popolare

La conseguenza delle politiche liberiste si manifesta immediatamente nello smantellamento dello stato sociale. Negli ultimi anni è proseguita la diminuzione della spesa sociale in rapporto al PIL per sanità, istruzione, previdenza, assistenza, ricerca, cultura; nel frattempo si è alimentata la privatizzazione di tutti i servizi. Il risultato è che ogni diritto si è via via trasformato in merce, a danno delle classi popolari e a tutto vantaggio dei capitalisti. Particolarmente grave è la situazione della sanità pubblica in Italia. La percentuale di PIL destinata alla spesa sanitaria è oggi inferiore alla soglia di rischio indicata dall’OMS e si procede verso ulteriori tagli. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: livelli assistenziali in caduta libera, lunghezza delle liste d’attesa in continua crescita, una conseguente diseguaglianza di accesso ai servizi, accentuata anche dall’introduzione del welfare aziendale che rompe l’universalismo del diritto alla salute e lo vincola al contratto di lavoro. Anche la scuola, l’università e la ricerca sono state massacrate dalle politiche liberiste. Nella scuola, in particolare, l’attacco al carattere pubblico e democratico dell’istruzione è stato particolarmente violento con l’approvazione della legge del governo Renzi sulla cosiddetta “Buona Scuola”. Per quanto concerne, inoltre, il diritto all’abitare in tutte le grandi città si è superata la soglia dell’emergenza; non è possibile uscire dall’emergenza abitativa senza contrastare radicalmente la famelica rendita fondiaria, immobiliare e speculativa.

La merce capitalista è prodotta attraverso il lavoro salariato con lo scopo esclusivo del profitto; al contrario, i beni comuni si caratterizzano per essere prodotti senza la finalità del profitto. Da sempre, l’obiettivo delle politiche liberiste è quello di requisire tutti i beni comuni e trasformarli anch’essi in merci capitaliste. Gli economisti borghesi la chiamano tragedia dei beni comuni; per questo impongono la concorrenza e il mercato anche per i servizi pubblici; la trasformazione delle imprese pubbliche in società per azioni con l’obiettivo di estrarre dividendi e rendimenti. Il referendum sull’acqua pubblica è stato un momento particolarmente chiarificatore di questa brama predatoria della borghesia. Al contrario, è necessario rivendicare la proprietà pubblica dei beni comuni, di tutti i servizi pubblici; il controllo popolare, sia della comunità di utenti sia delle lavoratrici e dei lavoratori. Occorre promuovere e favorire il mutualismo e la solidarietà tra la classe lavoratrice. Tutte le esperienze di riappropriazione e di autogestione sono l’embrione della nuova società che vogliamo costruire; per questo meritano un sostegno particolare, nella misura in cui si costituiscono come uno strumento di conflitto sociale e di lotta contro il capitale.

Per questo proponiamo: La proprietà pubblica dei beni comuni, dalla sanità all’istruzione, dai rifiuti al trasporto locale; la proprietà pubblica dell’acqua bene comune, e più in generale di tutti i servizi pubblici, cancellando il modello di gestione delle società per azioni, nel rispetto della volontà popolare espressa nel Referendum del 2011; nei servizi pubblici, la trasformazione di tutte le spa in aziende pubbliche, con conseguente eliminazione dei dividendi e dei profitti da un lato e la pianificazione democratica dei nuovi investimenti dall’altro; prezzi e tariffe amministrate per i ceti popolari; l’aumento della spesa sociale pubblica sul PIL, per la sanità, l’istruzione, l’assistenza, la previdenza, la cultura; la riduzione della spesa pubblica per le spese militari, la difesa e l’ordine pubblico; il taglio drastico dei tempi di attesa nella sanità, anche attraverso il divieto dello svolgimento delle attività intra moenia; un piano straordinario di edilizia scolastica per la messa in sicurezza degli istituti esistenti e la costruzione di nuovi istituti; la democrazia e l’autogestione negli istituti scolastici, anche attraverso l’elezione da parte degli organi collegiali dei dirigenti scolastici e dei loro collaboratori, con l’abolizione della figura del “dirigente-manager”; un’università pubblica, gratuita, con un reale dritto allo studio per chi non ha i mezzi; una ricerca libera da interessi e pressioni economiche; la cancellazione della legge 107/15 e di tutte le altre riforme che hanno immiserito la scuola, l’università e la ricerca e le hanno messe al servizio delle esigenze delle imprese; la copertura totale del fabbisogno di posti negli asili nido e nella scuola dell’infanzia pubblica; l’eliminazione dell’alternanza scuola-lavoro; l’abolizione dei test INVALSI; la difesa del carattere pubblico dell’istruzione, con l’abolizione di ogni finanziamento alle scuole private; un serio adeguamento salariale per il personale docente e non docente di ogni ordine e grado e l’assunzione di tutti i/le precari/e con 36 mesi di servizio; un piano straordinario di edilizia pubblica per il diritto all’abitare, a partire dal riutilizzo del patrimonio esistente; la reintroduzione dell’equo canone sulla casa di residenza; l’introduzione di un’imposta fortemente progressiva sugli immobili sfitti; l’abolizione della cedolare secca; il blocco degli sfratti e la possibilità per i sindaci di requisire lo sfitto.

10. La rivoluzione del sistema fiscale contro la flat tax dei padroni

La legge della concorrenza nel mercato mondiale è fondamentalmente quella di favorire il capitale e aggredire il lavoro salariato, come si vede anche nella dinamica del fisco negli ultimi trent’anni. Innanzitutto, si è assistito a una crescente riduzione dell’aliquota fiscale dell’imposta sulle società, in quel fenomeno definito come race to the bottom, ma che altro non è che la legge capitalista della concorrenza al ribasso. Al tempo stesso, l’imposta personale sul reddito perde la sua caratteristica di progressività per cui in molti paesi si afferma il modello della flat tax.

Inoltre, si afferma il modello di tassazione alternativo a quello onnicomprensivo, ossia i redditi da capitale vengono esonerati dall’imposta personale sul reddito e vengono tassati anch’essi con un’aliquota flat sostitutiva. In Italia, per esempio, oggi l’IRPEF riguarda per oltre l’80% redditi da lavoro dipendente e da pensione. L’imposta indiretta principale, ossia l’IVA, ha una incidenza sul reddito fortemente regressiva e l’obiettivo delle istituzioni borghesi è quello di rimuoverne le aliquote ridotte, accentuando ulteriormente la regressività. Infine, è diventato straordinariamente rilevante il fenomeno non solo della frode fiscale, ma soprattutto quello dell’elusione fiscale o abuso del diritto. I giganti del web, da Apple a Facebook, da Google a Microsoft, sono diventati i campioni dell’elusione fiscale, fondamentalmente attraverso vari espedienti tecnici infragruppo in grado di far risultare i profitti nei paesi a fiscalità privilegiata e i costi nei paesi dove effettivamente avviene l’attività economica. Si rivela sempre più complicato riuscire a smontare lo strapotere delle multinazionali. Del resto, il confine tra paradiso fiscale e competizione fiscale non può che essere molto confuso in una società borghese.

Per questo proponiamo: un’imposta fortemente progressiva sul reddito e sul patrimonio; all’opposto della flat tax, l’aumento degli scaglioni delle aliquote IRPEF; la nuova inclusione di tutti i redditi da capitale, dividendi, interessi e rendite, nonché dei redditi derivanti da plusvalenze, nella base imponibile dell’imposta personale; la reintroduzione di un’aliquota superiore sull’IVA per i beni di lusso; la tassazione ambientale, nella brevissima fase di transizione verso la completa rimozione dei combustibili fossili; la lotta all’evasione, all’elusione e all’erosione fiscale, per la quale i redditi di capitale, mobiliare e reale, sfuggono all’imposta personale sul reddito, legalmente e illegalmente; le imposte progressive sulle società, nel senso di distinguere tra micro, piccole, medie e grandi imprese; l’introduzione della imposta patrimoniale su tutte le attività mobiliari e reali; un’armonizzazione europea delle fasce di aliquote per evitare la competizione fiscale; la tassazione sostitutiva e ad aliquote elevate per chi opera con paesi a tassazione privilegiata rispetto a quella europea; il controllo sul movimento dei capitali e l’effettiva libera circolazione per le lavoratrici e i lavoratori, oggi costrette/i e non libere/i di migrare; la rottura con le direttive europee sulla libera circolazione delle merci e dei servizi, fondate sulle regole europee della concorrenza di mercato e sempre indirizzate contro la proprietà pubblica.

manifesto ecosocialista soviet

11. Una democrazia sostanziale, libertaria, antiburocratica e antifascista

Finché vivrà lo stato borghese la democrazia resterà solo sulla carta. Infatti, la democrazia politica deve muoversi sempre all’interno del vincolo liberale e molto più in là non le è concesso di andare, pena la sua cancellazione anche formale; la democrazia economica semplicemente non esiste. La mistificazione della democrazia formale è duplice: da un lato la caratteristica borghese rende la democrazia circoscritta alla classe borghese escludendo la classe lavoratrice da ogni decisione politica di rilievo; dall’altro lato la caratteristica burocratica svuota la democrazia in una pura delega a un’oligarchia burocratica, liberale e parassitaria. Come nella migliore tradizione comunista antiburocratica, da Marx a Lenin, occorre invece prevedere che ciascun rappresentante politico debba ricevere uno stipendio commisurato a quello della classe lavoratrice; non possa fare più di due mandati politici; possa essere revocato in qualsiasi momento. Soprattutto resta necessaria la mobilitazione sociale della classe lavoratrice per ottenere la conquista piena e effettiva della democrazia.

Lo stato borghese, con tutte le sue istituzioni burocratiche (parlamento, forze armate, magistratura, ecc…) è intrinsecamente irriformabile e inutilizzabile come strumento di abolizione del rapporto di sfruttamento e, dunque, della società capitalistica, poiché esso è la condensazione e la cristalizzazione dei rapporti sociali capitalistici e strumento essenziale per la loro riproduzione. Dal punto di vista strategico, la rottura degli apparati statali della borghesia non può che avvenire per via rivoluzionaria. Ciò vuol dire che, quando alcune condizioni oggettive si realizzino, è l’autorganizzazione delle/degli sfruttate/i e delle/degli oppresse/i, convogliata in un movimento di massa di grande ampiezza, a permettere il rovesciamento dei rapporti di forza sociali e, dunque, la liquidazione delle vecchie istituzioni statali e la sostituzione con organismi statali di tipo nuovo e radicalmente differenti, autenticamente democratici ed espressione della classe lavoratrice e dei suoi partiti. Questi nuovi organi sono la forma istituzionale entro la quale può svilupparsi la costruzione di una formazione sociale radicalmente alternativa al capitalismo.

Al tempo stesso oggi occorre una accentuata militanza antifascista e procedere allo scioglimento di tutte le organizzazioni di tipo neofascista: il fascismo non è un’opinione, è un crimine! Difendere la libertà di pensiero sul fascismo è come difendere la libertà di pensiero sulla mafia. A tal proposito, la difesa della democrazia è imprescindibile anche da una guerra radicale alle varie organizzazioni criminali mafiose. Tuttavia, la mafia non si combatte aumentando le pene e introducendo una serie infinita di leggi speciali. La mafia va piuttosto sradicata alla radice, rimuovendo alle fondamenta la volontà di appropriazione e accumulazione, condivisa con la furia capitalista. Del resto il denaro è sporco per definizione nel sistema capitalista; il riciclaggio avviene nel mercato nascondendo il crimine del plusvalore.

Anche la giustizia mostra un carattere decisamente di classe: impunità per i ceti più abbienti e giustizialismo per le classi popolari; avvocati pagati profumatamente accanto a un sistema di patrocinio inadeguato. Il risultato è che la situazione delle carceri è sempre più drammatica e esplosiva. La risposta borghese è la costruzione di nuove carceri dove rinchiudere i migranti e il sottoproletariato urbano: dallo stato sociale allo stato carceriere. Il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena è ignorato. Inoltre, la magistratura indipendente non funziona; la sua lobby è totalmente fuori controllo democratico e mostra una evidente caratterizzazione borghese e persino una continuità storica mai veramente interrotta con il ventennio fascista.

Per questo proponiamo la mobilitazione sociale della classe lavoratrice per la conquista di una democrazia economica, sostanziale e radicale; la piena affermazione della libertà e dei diritti civili; il diritto al rifiuto dell’accanimento terapeutico, il diritto al testamento biologico e all’eutanasia; l’antifascismo militante e la lotta alle organizzazioni di tipo mafioso; la difesa del sistema elettorale proporzionale contro le forme di maggioritario e presidenzialismo; l’abrogazione dell’articolo 7 con il richiamo ai Patti Lateranensi, dell’otto per mille e del concordato, per la piena affermazione del principio di laicità dello Stato in tutte le sfere della vita pubblica, contro l’ingerenza del Vaticano; l’amnistia per i reati legati alle lotte sociali, sindacali e ambientali; la depenalizzazione di una serie di reati, ereditati dall’ordinamento fascista del Codice Rocco e da sempre nuove leggi speciali; la legalizzazione delle droghe leggere e la depenalizzazione del consumo di sostanze; l’introduzione dei codici identificativi per gli agenti di polizia in servizio di ordine pubblico; la modifica della insufficiente legge sul reato di tortura; il contrasto alla libera disponibilità di armi; l’abolizione dell’ergastolo, sia condizionale che ostativo; l’abolizione del 41 bis, riconosciuto quale forma di tortura dall’ONU, adottando al suo posto misure di controllo allo stesso tempo efficaci ed umane; l’emanazione di un provvedimento di amnistia e indulto che risolva il problema del sovraffollamento carcerario; una riforma della vita carceraria, soprattutto attraverso un più ampio utilizzo delle misure alternative e di validi percorsi per il reinserimento dei detenuti; l’abbattimento dei costi di accesso alla giustizia al fine di consentire la tutela dei propri diritti anche alle fasce economicamente più deboli della popolazione; un potere giudiziario autonomo ma non indipendente dalla democrazia rappresentativa e dal controllo democratico.

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