Oltre la frammentazione e dentro la crisi.
Una Rete Ecosocialista come progetto di ricomposizione di massa
A cura di Kino
Crisi sistemica e fine delle narrazioni progressive: la necessità storica di uno strumento ecosocialista per il cambiamento
La fase storica attuale è segnata da una crisi che non può più essere interpretata come una sequenza di shock temporanei o come una deviazione dal normale funzionamento del capitalismo. Ciò che stiamo attraversando è una crisi sistemica di civiltà, che investe simultaneamente le strutture economiche, i rapporti sociali, gli equilibri ecologici del pianeta e le forme della legittimazione politica. Questa crisi non è esterna al sistema, ma ne costituisce l’esito coerente nella sua fase avanzata: il capitalismo non è in difficoltà perché ha fallito, ma perché ha avuto successo nel portare fino in fondo la propria logica di accumulazione illimitata.

In questo contesto, le categorie politiche e culturali che hanno sostenuto per oltre un secolo l’idea di progresso lineare e di miglioramento graduale delle condizioni di vita appaiono definitivamente esaurite. Le narrazioni progressive – sviluppo, crescita, modernizzazione, innovazione – non solo non riescono più a descrivere la realtà, ma funzionano sempre più spesso come dispositivi ideologici di rimozione della catastrofe. La promessa di un futuro migliore, rinviata di crisi in crisi, si è trasformata in una gestione permanente dell’emergenza, in cui sacrifici presenti vengono giustificati in nome di benefici futuri che non arrivano mai.
La crisi climatica rappresenta il punto di rottura più evidente di questa narrazione. Per la prima volta nella storia moderna, l’idea di progresso si scontra con limiti biofisici non negoziabili. Non è più possibile immaginare una crescita infinita in un pianeta finito senza accettare la distruzione irreversibile degli ecosistemi da cui dipende la riproduzione della vita. Allo stesso tempo, la crisi ecologica non colpisce in modo uniforme: essa si intreccia con disuguaglianze sociali, razziali e geopolitiche, producendo una gerarchia globale delle vulnerabilità. Il futuro non è semplicemente incerto: è disugualmente distribuito.
Parallelamente, la crisi del lavoro e della riproduzione sociale ha demolito l’idea che l’integrazione nel mercato possa garantire sicurezza, diritti e cittadinanza. La precarietà non è più una fase transitoria, ma una condizione strutturale; il lavoro non è più un fattore di emancipazione, ma spesso una fonte di impoverimento e disciplinamento. I sistemi di welfare, già indeboliti da decenni di politiche neoliberali, vengono ulteriormente erosi in nome della competitività e della sicurezza, mentre la guerra e il riarmo assorbono risorse crescenti.

Questa trasformazione produce una crisi profonda della politica come sfera di mediazione. Le istituzioni rappresentative appaiono sempre più incapaci di incidere sui processi reali di produzione delle disuguaglianze, riducendosi a spazi di gestione tecnica di decisioni prese altrove. La distanza tra governanti e governati si amplia, alimentando disaffezione, rabbia e forme di consenso reazionario. In assenza di un progetto alternativo credibile, la fine delle narrazioni progressive apre lo spazio non automaticamente all’emancipazione, ma alla barbarie: autoritarismo, razzismo, militarizzazione, guerra permanente.
È in questo vuoto storico che si pone la questione decisiva dello strumento politico. Se le narrazioni del progresso sono finite, non basta denunciarne il fallimento: occorre costruire una nuova infrastruttura collettiva capace di trasformare la consapevolezza della crisi in forza materiale di cambiamento. La crisi sistemica non genera automaticamente soggettività antagoniste; al contrario, tende a produrre frammentazione, competizione tra oppressi, chiusura difensiva. Senza organizzazione, la crisi diventa terreno di vittoria per le destre e per il capitale.
Da qui la necessità di una rete ecosocialista. Non come sigla ideologica, né come semplice coordinamento politico, ma come strumento storico di ricomposizione e trasformazione. La rete risponde alla natura reticolare e frammentata della società contemporanea, senza rinunciare a una visione strategica complessiva. Essa riconosce che non esiste un unico soggetto sociale già pronto a guidare il cambiamento, ma una pluralità di soggettività oppresse che devono essere messe in relazione attraverso pratiche comuni.

L’ecosocialismo fornisce l’orizzonte teorico di questa costruzione, perché è l’unico paradigma capace di affrontare simultaneamente la crisi ecologica, la crisi sociale e la crisi democratica come espressioni di un unico sistema. Ma senza una rete, l’ecosocialismo rischia di restare un’elaborazione teorica o una posizione minoritaria; senza ecosocialismo, la rete rischia di diventare un contenitore vuoto, privo di direzione. È dalla loro connessione organica che può nascere uno strumento all’altezza della fase.
Costruire una rete ecosocialista significa dunque accettare fino in fondo la fine delle illusioni progressiste e assumere la crisi come terreno di lotta. Non per amministrarla meglio, ma per trasformarla radicalmente. Significa riconoscere che il cambiamento non verrà dall’alto né dall’interno delle compatibilità esistenti, ma da un processo lungo di organizzazione, conflitto e sperimentazione dal basso. In questo senso, la rete ecosocialista non è una risposta contingente alla crisi, ma la forma politica necessaria per attraversare una fase storica in cui il superamento del capitalismo non è più una scelta ideologica, ma una condizione di sopravvivenza collettiva.
Guerra permanente, autodeterminazione selettiva e crisi dell’ordine internazionale: Palestina, Ucraina, Venezuela e il paradigma del riarmo globale

Il ciclo di guerre che attraversa l’attuale fase storica non può essere interpretato come una semplice successione di conflitti regionali o come il prodotto di leadership politiche contingenti. Esso rappresenta piuttosto l’espressione di una trasformazione strutturale dell’ordine internazionale, in cui il ricorso alla forza militare torna a essere uno strumento ordinario di regolazione dei rapporti economici, geopolitici e sociali. In questo quadro, il diritto internazionale non scompare formalmente, ma viene svuotato di contenuto attraverso un uso selettivo e gerarchico dei suoi principi fondamentali, primo fra tutti quello dell’autodeterminazione dei popoli.
Il genocidio in corso in Palestina costituisce il caso più estremo e rivelatore di questa dinamica. La distruzione sistematica della Striscia di Gaza, l’uccisione di massa della popolazione civile, l’annientamento delle infrastrutture sanitarie, educative e sociali non sono il risultato di un “eccesso” bellico, ma l’esito coerente di un progetto coloniale che combina apartheid, occupazione militare e negazione strutturale dell’autodeterminazione palestinese. Ciò che rende questo genocidio un paradigma globale non è soltanto la sua brutalità, ma il sistema di complicità che lo rende possibile: il sostegno politico, economico e militare delle potenze occidentali, l’inerzia o l’ipocrisia delle istituzioni multilaterali, la criminalizzazione di ogni forma di solidarietà internazionale.
La Palestina diventa così uno spazio-laboratorio in cui si sperimentano forme avanzate di controllo, sorveglianza e repressione che vengono poi esportate altrove. Il cosiddetto “Modello Israele” non è soltanto una strategia militare, ma una forma di governance che normalizza la violenza permanente, la sospensione dei diritti e la gerarchizzazione delle vite. In questo senso, la questione palestinese non è un’eccezione morale, ma una chiave interpretativa dell’intero assetto geopolitico contemporaneo.
Questa stessa logica si ritrova, seppure in forme differenti, nel conflitto in Ucraina. L’invasione russa rappresenta una violazione grave del diritto all’autodeterminazione di un popolo e non può essere relativizzata o giustificata in nome di presunti equilibri geopolitici. Un approccio ecosocialista e internazionalista non può che partire dal riconoscimento pieno del diritto del popolo ucraino a decidere del proprio destino, a resistere all’aggressione militare e a difendere la propria sovranità. Negare questo principio significherebbe accettare una visione cinica delle relazioni internazionali, in cui i popoli diventano semplici pedine nelle sfere di influenza delle grandi potenze.
Tuttavia, il riconoscimento dell’autodeterminazione ucraina non può tradursi in una adesione acritica alla narrazione occidentale del conflitto. L’espansione della NATO verso Est, portata avanti negli ultimi decenni come progetto politico-militare di consolidamento dell’egemonia euro-atlantica, ha contribuito in modo significativo alla destabilizzazione dell’area e alla costruzione di una logica di confronto permanente. La NATO non è un’alleanza difensiva neutrale, ma uno strumento di potere che ha accompagnato processi di militarizzazione, interventismo e subordinazione politica, spesso a scapito delle popolazioni coinvolte.

Il conflitto in Ucraina diventa così il punto di intersezione tra due dinamiche ugualmente problematiche: da un lato, l’imperialismo russo che nega l’autonomia politica di un paese vicino; dall’altro, l’imperialismo occidentale che utilizza il conflitto come leva per rafforzare il proprio apparato militare, giustificare un riarmo senza precedenti e ridefinire l’Europa come spazio di guerra potenziale permanente. In questo scenario, l’Ucraina rischia di essere trasformata in un teatro di guerra per procura, in cui la difesa legittima di un popolo viene progressivamente subordinata agli interessi strategici delle grandi potenze.
Il riarmo europeo, presentato come risposta necessaria all’instabilità internazionale, rappresenta uno degli effetti più significativi di questa dinamica. L’aumento esponenziale della spesa militare, la riconversione industriale in senso bellico, la crescente integrazione tra industria militare, ricerca tecnologica e apparati di sicurezza segnano una svolta profonda nelle priorità politiche del continente. Risorse sottratte alla sanità, all’istruzione, alla transizione ecologica vengono reindirizzate verso la produzione di armi, mentre la guerra viene normalizzata come orizzonte strutturale del futuro.

La recente escalation in America Latina, e in particolare i fatti avvenuti in Venezuela, si collocano all’interno di questa stessa traiettoria. L’ingerenza esterna, le sanzioni economiche, la delegittimazione sistematica di governi non allineati mostrano come il principio di sovranità venga applicato in modo selettivo: inviolabile per gli alleati strategici, negoziabile o annullabile per chi si colloca fuori dall’ordine dominante. Anche qui, il linguaggio dei diritti umani e della democrazia viene utilizzato come dispositivo retorico per giustificare pratiche di dominio.
Ciò che accomuna Palestina, Ucraina e Venezuela non è l’identità delle situazioni, ma la struttura del potere che le attraversa. In tutti questi casi, l’autodeterminazione dei popoli viene riconosciuta o negata in base alla compatibilità con gli interessi geopolitici delle potenze dominanti. Il diritto internazionale non funge più da limite alla forza, ma da repertorio simbolico da mobilitare selettivamente. La guerra, in questo contesto, non è una rottura dell’ordine, ma uno dei suoi strumenti ordinari.
Per un progetto ecosocialista e internazionalista, questa consapevolezza impone una posizione netta: difesa incondizionata del diritto dei popoli all’autodeterminazione, rifiuto di ogni forma di imperialismo – occidentale o orientale – e opposizione radicale alla militarizzazione come risposta strutturale alle crisi del presente. Non esiste giustizia climatica senza pace, non esiste giustizia sociale in un mondo organizzato intorno alla guerra permanente. La lotta contro il riarmo, contro la NATO come dispositivo di dominio e contro tutte le forme di colonialismo e neocolonialismo diventa così parte integrante di una strategia ecosocialista capace di connettere territori, conflitti e solidarietà internazionale.

Intersezionalità come chiave teorica, pratica politica e metodo organizzativo
L’approccio intersezionale rappresenta oggi una delle chiavi interpretative più fertili per comprendere la natura composita delle oppressioni prodotte dal capitalismo contemporaneo. Tuttavia, all’interno di un progetto ecosocialista, l’intersezionalità non può essere ridotta a un paradigma descrittivo o a un lessico identitario. Essa deve essere assunta come metodo materiale di analisi dei rapporti di forza e, soprattutto, come principio organizzativo della prassi politica.
Il capitalismo neoliberale non sfrutta soltanto il lavoro in senso classico, ma organizza la riproduzione sociale attraverso una molteplicità di gerarchie: di classe, di genere, di razza, di cittadinanza, di abilità, di accesso alle risorse ambientali. Queste gerarchie non operano separatamente, ma si rafforzano a vicenda, producendo forme differenziate di vulnerabilità. L’oppressione non è mai univoca: è sempre situata. Ed è precisamente questa situatezza che deve diventare il punto di partenza di una politica ecosocialista capace di parlare agli oppressi non come categoria astratta, ma come soggetti concreti inseriti in relazioni materiali specifiche.
Assumere l’intersezionalità in senso forte significa innanzitutto rompere con l’idea di un soggetto politico universale già dato. Il “popolo”, la “classe”, i “lavoratori” non sono entità omogenee, ma campi attraversati da conflitti interni, asimmetrie di potere, differenze di esperienza. Ignorare queste fratture non produce unità, ma rimozione, e spesso riproduzione delle stesse dinamiche di dominio che si vorrebbero combattere. L’unità ecosocialista non può essere presupposta: deve essere costruita.
Da questo punto di vista, le periferie urbane e i territori marginalizzati costituiscono uno spazio privilegiato di osservazione e di intervento. È qui che le oppressioni intersezionali si manifestano con maggiore intensità: precarietà lavorativa e lavoro informale, razzismo istituzionale e segregazione abitativa, carichi di cura non riconosciuti che gravano in modo sproporzionato sulle donne, esposizione agli effetti più violenti della crisi climatica, accesso diseguale ai servizi sanitari e educativi. Un ecosocialismo che voglia essere all’altezza della fase storica deve partire da queste esperienze, non per rappresentarle dall’esterno, ma per organizzarle politicamente.
In termini pratici, ciò implica che la Rete Ecosocialista promuova forme di attività che tengano insieme analisi e azione, conflitto e riproduzione sociale, solidarietà e politicizzazione. Un primo ambito fondamentale è quello della conricerca territoriale: mappature partecipate dei bisogni, delle disuguaglianze ambientali, delle condizioni abitative e lavorative, costruite insieme agli abitanti dei quartieri. Queste pratiche non hanno solo una funzione conoscitiva, ma producono consapevolezza collettiva e trasformano problemi individuali in questioni politiche condivise.
Un secondo ambito riguarda la costruzione di spazi di mutualismo conflittuale. Sportelli per il diritto alla casa, per l’accesso ai servizi sanitari, per la tutela legale dei migranti o dei lavoratori precari non devono limitarsi a fornire assistenza, ma diventare luoghi di organizzazione, in cui l’esperienza del bisogno si traduce in rivendicazione collettiva. Il mutualismo, in questa prospettiva, non è un’alternativa al conflitto, ma una delle sue forme, capace di mettere in crisi la retorica neoliberale della responsabilità individuale.
Particolare attenzione deve essere rivolta alla questione di genere e alla riproduzione sociale. Un approccio intersezionale ecosocialista implica il riconoscimento politico del lavoro di cura, della violenza strutturale che colpisce donne e soggettività LGBTQIA+, e del ruolo centrale che questi ambiti giocano nella riproduzione del sistema capitalistico. Attività come assemblee femministe territoriali, reti di mutuo aiuto tra persone che svolgono lavoro di cura, campagne contro la violenza economica e abitativa possono diventare spazi di convergenza tra lotta di genere, lotta di classe e critica ecologica.
Un ulteriore terreno decisivo è quello dell’ecologia popolare. Le lotte ambientali, se lette in chiave intersezionale, rivelano come l’inquinamento, la devastazione del territorio e le grandi opere colpiscano in modo selettivo le comunità più povere e marginalizzate. La Rete Ecosocialista può promuovere comitati territoriali che connettano salute, lavoro e ambiente, coinvolgendo operatori sanitari, lavoratori esposti a rischi ambientali, abitanti dei quartieri più colpiti. In questo modo, la questione ecologica smette di essere percepita come un tema astratto o elitario e diventa una questione immediatamente materiale.

Un approccio intersezionale che ambisca a essere realmente all’altezza della crisi contemporanea non può arrestarsi ai confini della specie. La separazione ontologica tra umano e non umano, che ha costituito uno dei pilastri epistemologici della modernità capitalista, è parte integrante dello stesso dispositivo di dominio che struttura lo sfruttamento del lavoro, l’oppressione coloniale, la subordinazione di genere e la devastazione ecologica. In questo senso, l’antispecismo non rappresenta un’aggiunta etica esterna al progetto ecosocialista, ma una sua necessaria radicalizzazione politica.
Il capitalismo fossile e industriale si fonda su una concezione strumentale della vita: la natura, i corpi animali, gli ecosistemi vengono ridotti a risorse, input produttivi, merci. Questa logica di oggettivazione non riguarda soltanto gli animali non umani, ma si estende storicamente anche agli esseri umani considerati “inferiori”, “sacrificabili”, “eccedenti”: schiavi, colonizzati, proletari, migranti, popolazioni razzializzate. La gerarchia tra specie e la gerarchia tra esseri umani non sono fenomeni distinti, ma si alimentano reciprocamente all’interno di una stessa razionalità di dominio.
L’antispecismo politico, in questa prospettiva, non coincide con una scelta individuale di consumo o con una postura morale astratta, ma con una critica strutturale alla violenza sistemica che organizza la produzione e la riproduzione della vita sotto il capitalismo. Gli allevamenti intensivi, la sperimentazione animale, l’estrattivismo agro-industriale e la distruzione degli habitat non sono “esternalità” del sistema, ma snodi centrali di un modello economico che produce sfruttamento, devastazione ambientale e crisi climatica.
L’intersezionalità deve inoltre orientare le pratiche di formazione politica. Scuole ecosocialiste territoriali, gruppi di studio e momenti di autoformazione collettiva possono diventare spazi in cui le esperienze vissute vengono messe in dialogo con strumenti teorici critici: marxismo ecologico, femminismo materialista, studi decoloniali, teoria dell’imperialismo. La formazione non è qui separata dall’azione, ma serve a rafforzare la capacità dei soggetti di leggere la propria condizione e di agire strategicamente.
Infine, un approccio intersezionale implica una trasformazione delle stesse pratiche organizzative interne. Una Rete Ecosocialista deve interrogarsi costantemente su come vengono prese le decisioni, su chi parla e chi resta ai margini, su quali tempi e linguaggi vengono privilegiati. L’organizzazione diventa essa stessa un terreno di sperimentazione politica: se non riesce a mettere in discussione al proprio interno le gerarchie che attraversano la società, difficilmente potrà combatterle all’esterno.
In questo senso, l’intersezionalità non è un capitolo tematico del progetto ecosocialista, ma la sua condizione di possibilità. Essa consente di costruire un movimento capace di rappresentare realmente gli oppressi non perché li nomina, ma perché crea spazi in cui possano riconoscersi, organizzarsi e agire insieme. È attraverso queste pratiche comuni, radicate nei territori e connesse a una visione internazionalista, che la Rete Ecosocialista può trasformarsi da rete militante in forza materiale di trasformazione, capace di incidere sulla realtà e di costruire, nel conflitto, nuove forme di potere dal basso.

Assemblee popolari e vertenze territoriali: architettura del contropotere ecosocialista
In una fase storica segnata dalla dissoluzione dei tradizionali meccanismi di rappresentanza e dalla crisi profonda della democrazia liberale, la questione dell’organizzazione torna a essere centrale. Non nel senso della ricerca di una forma ideale astratta, ma come problema eminentemente materiale: come si costruisce potere collettivo in una società frammentata, precarizzata e attraversata da oppressioni multiple? Per un progetto ecosocialista, la risposta non può che passare dalla costruzione di assemblee popolari territoriali intese come infrastruttura politica stabile e come spazio di articolazione delle vertenze.
Le assemblee popolari non devono essere concepite come semplici luoghi di consultazione o di dibattito, ma come istituzioni politiche dal basso, capaci di produrre decisioni, orientare conflitti e generare pratiche di autorganizzazione. In questo senso, esse rappresentano una rottura radicale con la forma-partito novecentesca così come con la retorica partecipativa svuotata che caratterizza molte esperienze istituzionali contemporanee. L’assemblea non è un momento eccezionale, ma una pratica permanente, radicata nel territorio e riconoscibile come riferimento politico e sociale.
Il territorio non è qui inteso come spazio neutro, ma come luogo di condensazione dei rapporti di potere. È nei quartieri, nelle periferie urbane, nelle aree interne che le contraddizioni del capitalismo globale si manifestano con maggiore evidenza: crisi abitativa, precarietà lavorativa, smantellamento dei servizi pubblici, esposizione agli effetti della crisi climatica, razzismo istituzionale. Le assemblee popolari assumono dunque il compito di tradurre queste contraddizioni in conflitto organizzato, rompendo l’isolamento degli individui e trasformando bisogni frammentati in rivendicazioni collettive.
In questa prospettiva, le vertenze territoriali diventano lo strumento strategico fondamentale della Rete Ecosocialista. La vertenza non è semplicemente una rivendicazione puntuale, ma un processo politico che consente di costruire soggettività collettive, di accumulare forza e di mettere in discussione rapporti di potere concreti. Ogni vertenza – sulla casa, sul lavoro, sulla salute, sull’ambiente, sui servizi – è al tempo stesso un terreno di lotta e un laboratorio di organizzazione.
Ciò che distingue una vertenza ecosocialista da una rivendicazione settoriale è la sua capacità di connessione. Una vertenza sulla casa, ad esempio, non riguarda soltanto l’emergenza abitativa, ma chiama in causa la rendita immobiliare, la finanziarizzazione delle città, il modello di sviluppo urbano, la segregazione sociale e razziale. Una vertenza ambientale non può essere separata dalle condizioni di lavoro, dalla salute pubblica, dalla gestione dei territori. Le assemblee popolari hanno il compito di tenere insieme queste dimensioni, evitando la frammentazione delle lotte e costruendo una lettura sistemica delle ingiustizie.
Attraverso le vertenze, le assemblee popolari diventano spazi di apprendimento politico collettivo. Non si tratta soltanto di rivendicare diritti, ma di acquisire consapevolezza dei meccanismi che producono l’oppressione. La pratica del conflitto, se accompagnata da momenti di riflessione e di formazione, permette di superare la dimensione puramente difensiva e di avanzare proposte alternative di gestione dei beni comuni, dei servizi, degli spazi urbani. In questo senso, le vertenze non sono semplici battaglie reattive, ma processi costituenti di contropotere.
Un elemento centrale di questa impostazione è la continuità organizzativa. Le assemblee popolari non devono nascere e morire in funzione di singole mobilitazioni, ma consolidarsi come presidi politici permanenti. Questo implica una cura particolare per le pratiche di inclusione, per la gestione dei conflitti interni, per la costruzione di regole condivise di funzionamento. La democrazia radicale non è spontanea: è il risultato di un lavoro costante di mediazione, ascolto e responsabilizzazione collettiva.
La Rete Ecosocialista, in questo quadro, non si sovrappone alle assemblee popolari, ma le connette e le valorizza. Essa svolge una funzione di coordinamento politico, di circolazione delle esperienze, di elaborazione comune, senza sostituirsi all’autonomia dei territori. La forza della rete risiede proprio nella sua capacità di mettere in relazione vertenze diverse, di costruire campagne comuni, di trasformare conflitti locali in piattaforme politiche più ampie.

Attraverso questo processo, le vertenze territoriali possono assumere una dimensione cittadina, nazionale e internazionale, senza perdere il loro radicamento locale. Una lotta contro uno sfratto, se inserita in una rete più ampia, può contribuire a mettere in discussione l’intero modello di gestione dell’abitare; una mobilitazione contro un impianto inquinante può diventare parte di una critica generale al capitalismo fossile. La scala non è data in partenza: si costruisce attraverso la connessione dei conflitti.
In ultima analisi, le assemblee popolari e le vertenze territoriali rappresentano il cuore pulsante di un ecosocialismo che non si limita a denunciare, ma organizza alternative. Esse permettono di sperimentare, qui e ora, forme embrionali di autogoverno, di solidarietà materiale, di decisione collettiva. In un mondo in cui la politica istituzionale appare sempre più distante e incapace di rispondere ai bisogni reali, queste pratiche costituiscono non solo uno strumento di lotta, ma un anticipo concreto di una società diversa.
È attraverso la sedimentazione di queste esperienze, la loro connessione in rete e la loro capacità di durare nel tempo che la Rete Ecosocialista può trasformarsi da spazio militante a infrastruttura politica di massa, capace di rappresentare gli oppressi non per delega, ma attraverso la costruzione condivisa del potere dal basso.

Ecosocialismo come progetto di ricomposizione: oltre la frammentazione della sinistra, oltre il capitalismo
La crisi della sinistra radicale contemporanea non è semplicemente una crisi organizzativa o generazionale. Essa è, più profondamente, una crisi di paradigma politico. La frammentazione che caratterizza oggi il campo dell’opposizione anticapitalista non può essere spiegata solo con fattori esterni – repressione, marginalizzazione mediatica, mutamenti sociali – ma va ricondotta all’incapacità di molte tradizioni politiche di confrontarsi fino in fondo con la trasformazione storica del capitalismo e con la molteplicità delle forme di oppressione che esso produce.

Negli ultimi decenni, la sinistra radicale ha spesso oscillato tra due poli ugualmente insufficienti: da un lato, il rifugio in identità politiche autosufficienti, fondate su appartenenze ideologiche rigide e incapaci di parlare a soggettività sociali mutate; dall’altro, la dispersione in una pluralità di lotte settoriali, spesso giuste e necessarie, ma prive di un orizzonte strategico comune. Il risultato è stato un campo politico frammentato, attraversato da competizioni egemoniche sterili e da una progressiva perdita di capacità di incidere materialmente nella società.
In questo contesto, l’ecosocialismo emerge non come una corrente tra le altre, ma come l’unica proposta teorico-politica in grado di tenere insieme le contraddizioni fondamentali del presente. Esso non si limita ad aggiungere la questione ecologica al repertorio tradizionale della sinistra, ma ridefinisce radicalmente il problema della trasformazione sociale a partire dai limiti materiali del pianeta, dalla crisi della riproduzione sociale e dalla centralità della vita come terreno del conflitto. In questo senso, l’ecosocialismo non è una sintesi artificiale, ma una necessità storica.
La forza potenziale dell’ecosocialismo risiede nella sua capacità di offrire un orizzonte unificante senza essere totalizzante. A differenza di altre proposte politiche, esso non pretende di ricondurre tutte le lotte a un’unica contraddizione primaria, ma le connette all’interno di una critica sistemica del capitalismo come forma storica di organizzazione distruttiva della vita. La crisi climatica, la precarietà del lavoro, la violenza patriarcale, il razzismo strutturale, il militarismo, l’oppressione coloniale e la violenza sugli animali non sono ambiti separati, ma manifestazioni diverse di un unico sistema fondato sull’accumulazione, sull’estrazione e sulla gerarchizzazione.
È proprio questa capacità di connessione che rende l’ecosocialismo il solo progetto credibile di ricomposizione di massa. In una società frammentata, la ricomposizione non può avvenire per decreto ideologico né attraverso la semplice sommatoria delle vertenze. Essa richiede un quadro interpretativo comune che consenta a soggetti diversi di riconoscersi come parte di una stessa lotta, pur nella diversità delle esperienze. L’ecosocialismo offre questo quadro non perché semplifica la realtà, ma perché ne assume la complessità come dato strutturale.
Il superamento del capitalismo, in questa prospettiva, non è pensabile come un evento puntuale o come una conquista esclusivamente istituzionale. Il capitalismo non è soltanto un sistema economico, ma una forma totale di organizzazione della società, che plasma i rapporti sociali, le soggettività, i desideri, il rapporto con la natura. Superarlo implica una trasformazione profonda e multilivello che non può essere affidata a un singolo soggetto politico, né a una avanguardia separata. Richiede, al contrario, un processo lungo di accumulazione di forze sociali, di sperimentazione di alternative, di costruzione di contropoteri.
È qui che si colloca il ruolo specifico di una Rete Ecosocialista. Essa non deve essere intesa come un nuovo partito, né come un contenitore politico destinato a sostituire quelli esistenti. La sua funzione storica è diversa e più ambiziosa: diventare un mezzo di connessione, un’infrastruttura politica capace di mettere in relazione movimenti, collettivi, vertenze, soggettività organizzate e non organizzate, senza assorbirle né omologarle. In questo senso, la Rete non è il fine, ma il processo.
Pensare la Rete Ecosocialista come “movimento dei movimenti” significa riconoscere che la forza trasformativa non nasce dall’uniformità, ma dalla cooperazione conflittuale tra differenze. La rete non produce unità attraverso l’eliminazione delle divergenze, ma attraverso la costruzione di pratiche comuni, campagne condivise, spazi di elaborazione collettiva. Essa permette di superare tanto il settarismo quanto il movimentismo episodico, offrendo continuità senza imporre centralizzazione.
In questo modello, la leadership non è concentrata, ma diffusa; l’elaborazione politica non è monopolio di un centro, ma circola tra i territori; la strategia non è calata dall’alto, ma costruita attraverso il confronto tra esperienze. La Rete Ecosocialista diventa così un campo politico aperto, in cui la trasformazione non è delegata, ma praticata.

Solo una simile configurazione può affrontare la sfida storica che abbiamo di fronte. Il capitalismo, nella sua fase attuale, non è riformabile senza mettere in discussione le condizioni stesse della vita sul pianeta. Ogni tentativo di conciliazione tra crescita infinita e sostenibilità, tra accumulazione e giustizia sociale, è destinato al fallimento. L’ecosocialismo rappresenta dunque non una scelta ideologica, ma l’unica alternativa razionale alla barbarie.
In questo senso, la ricomposizione della sinistra radicale non passa attraverso l’ennesima operazione di unità formale, ma attraverso la costruzione di un processo ecosocialista di massa, capace di radicarsi nei territori, di parlare ai bisogni reali, di connettere locale e globale, conflitto e proposta. La Rete Ecosocialista può essere il veicolo di questo processo, a condizione di riconoscere che il suo valore non risiede nell’identità che rivendica, ma nella capacità di rendere possibile ciò che oggi appare frammentato e impotente: la trasformazione collettiva della società oltre il capitalismo.

Conclusione aperta. Un appello alla costruzione della Rete Ecosocialista nei territori
Se l’analisi fin qui sviluppata ha un senso che non sia puramente interpretativo, allora essa chiama necessariamente ad una assunzione di responsabilità collettiva. La crisi sistemica del capitalismo, la fine delle narrazioni progressive, la guerra permanente, la devastazione ecologica e la frammentazione sociale non sono fenomeni che possano essere affrontati da singoli soggetti, né da organizzazioni chiuse in se stesse. Esse pongono una domanda storica che riguarda le forme stesse dell’agire politico.
Di fronte a questa fase, continuare a operare in compartimenti stagni, a difendere identità organizzative come fini in sé, o a limitarsi a pratiche di testimonianza significa, di fatto, accettare l’impotenza. Al contrario, ciò che emerge con chiarezza è la necessità di costruire uno strumento comune, capace di mettere in relazione esperienze diverse senza annullarle, di connettere conflitti locali e orizzonte globale, di tenere insieme teoria critica e pratica sociale. Questa necessità ha un nome preciso: una rete ecosocialista.
L’invito che chiude questo lavoro non è rivolto a un “nuovo soggetto” astratto, ma a tutte e tutti coloro che già oggi, in forme spesso isolate e frammentate, tengono aperti spazi di resistenza e di solidarietà. È un appello rivolto ai militanti delle organizzazioni politiche e sociali, ai collettivi territoriali, ai comitati di lotta, ai movimenti ambientalisti, femministi, antispecisti, antirazzisti; ma anche ai volontari e alle volontarie delle attività sociali, del mutualismo, della solidarietà dal basso, a chi opera nei quartieri, nelle periferie, nei luoghi del lavoro, della cura, della marginalità.
Costruire la Rete Ecosocialista non significa aderire a una sigla, né rinunciare alla propria storia politica. Significa mettere in comune pratiche, saperi, conflitti, riconoscendo che solo attraverso la cooperazione e la connessione delle lotte è possibile produrre un salto di qualità nella capacità di incidere sulla realtà. Significa radicare nei territori assemblee popolari, vertenze comuni, percorsi di autoformazione e contropotere, sapendo che nessun territorio è periferico rispetto alla crisi globale e che nessuna lotta locale è irrilevante se connessa a un progetto più ampio.
L’inizio del 2026 può e deve essere assunto come un momento di svolta: non l’ennesimo anno di resistenza frammentata, ma l’avvio consapevole di un processo di ricomposizione ecosocialista. Un processo che non promette scorciatoie né soluzioni immediate, ma che indica una direzione chiara: costruire dal basso un movimento capace di rappresentare gli oppressi non per delega, ma attraverso la partecipazione diretta e l’organizzazione collettiva.

Per chi riconosce in questo progetto una necessità politica e storica, per chi vuole contribuire alla costruzione della Rete Ecosocialista nel proprio territorio, è possibile mettersi in contatto e avviare percorsi comuni scrivendo a:
res.roma@proton.me
e consultando il sito di riferimento:
Non si tratta di aderire a qualcosa di già dato, ma di costruire insieme ciò che ancora non esiste: una rete capace di trasformare la crisi in terreno di lotta, e la frammentazione in forza collettiva. Questo è il compito che il presente ci affida. Questo può essere il buon proposito politico con cui aprire il 2026.