di Umberto Oreste

La parola ecosocialismo è stata introdotta per la prima volta da Joel de Rosnay nel 1975 per descrivere una “Convergenza delle politiche economiche e sociali verso la protezione dell’ambiente

Nel corso di più di quattro decenni la parola ha assunto un significato sempre più complesso ed articolato, giungendo fino ai nostri giorni. Ma per rintracciare le origini dell’idea bisogna andare più indietro. Dalla fine degli anni ‘60 del secolo scorso, varie correnti di pensiero e di azione si sono incontrate e sono entrate in risonanza. Esse sono:

1. Una critica del sistema socioeconomico, basata sul predatorio rapporto nei confronti della Natura;

2. Le denunce della scienza sui disastri ambientali presenti e futuri;

3. Le mobilitazioni popolari in difesa dell’ambiente cresciute in tutto il mondo.

Di fronte a queste novità epocali, le istituzioni locali ed internazionali non si sono dimostrate capaci di operare di conseguenza. Questa presentazione vuole ricapitolare sommariamente questi processi integrando le tappe del pensiero, le tappe della denuncia degli scienziati, le mancate risposte delle istituzioni nazionali e sovranazionali, le tappe dell’azione di mobilitazione e di lotta.

 

Gli anni ‘70

 

In ogni epoca ci siano stati pensatori e correnti filosofiche, in oriente come in occidente, dedite ad approfondire modi di vita più in armonia con la natura. Tra i filosofi che hanno affrontato il problema del rapporto tra individuo e natura bisogna ricordare certamente Arne Dekke Eide Naess (1912-2009) che ha definito nel 1976 Ecosofia la filosofia dell’ecologia, concetto ripreso successivamente, da Pierre-Felix Guattari. Naess è stato un alpinista che scalava vette himalaiane e che viveva in una baita ad alta quota in Norvegia. Egli distingue l’ecologia superficiale dall’ecologia profonda (deep ecology): mentre la prima è una branca della Biologia che studia gli equilibri ambientali, la seconda è interessata alle domande filosofiche fondamentali sul ruolo della vita umana come parte della biosfera. Questo approccio porta una nuova interpretazione del sé, derivante dal superamento della dualità razionalistica tra l’io e l’ ambiente naturale, permettendo così di rivolgere l’attenzione al valore oggettivo dei processi naturali. Alcune sue citazioni ci aiutano a capire il suo pensiero- “Everything hangs together”. “Dalle montagne impariamo la modestia; la loro grandezza ci fa sentire piccoli e umili, e così partecipiamo alla loro grandezza” “Il mondo è ormai dominato da una cultura di tipo prevalentemente tecnico-industriale che porta ad abusare di tutti i contesti naturali, profanando le condizioni di vita delle generazioni future”.

Parallelamente allo sviluppo di una filosofia dell’ecologia, dobbiamo considerare l’alto filone che convergerà nella prospettiva ecosocialista, cioè la critica al consumismo, all’alienazione, temi insiti nel pensiero di Marcuse, che negli anni ’60 furono da stimolo alla contestazione giovanile in Europa e negli USA. La critica all’industrialismo fu sistematizzata da Raymond Williams (1921-1988), storico gallese, autore del testo diffusissimo nella nuova sinistra degli anni ’60, “Culture and Society”. Williams fa una storia dell’atteggiamento degli intellettuali inglesi nei confronti della civiltà industriale nel periodo tra la fine del ’700 alla metà del ‘900. Con l’avvento della cosiddetta Rivoluzione Industriale i rapporti sociali sono cambiati e sono stati improntati quasi esclusivamente al profitto. In una società diventata, in questo modo, estremamente materialista, serve un punto di fuga, un’astrazione a cui guardare per sentirsi ancora in vita: questo è la cultura. Williams pensa, però, che gli intellettuali che producono cultura conducono ad una frattura con il proletariato, che subisce le peggiori conseguenze dell’industrialismo, un atteggiamento di distanza che si è mantenuto nel tempo e che ha immobilizzato le coscienze, e ha impedito di conseguenza l’elaborazione di reali percorsi di emancipazione per questa parte della popolazione. Nella conclusione, Williams ne auspica il superamento, proponendo la solidarietà come base per un nuovo tipo di società, la discesa, cioè, dell’intellettuale nel mondo del lavoro manuale per farsi classe e diffondere dall’interno la necessità di una strategia di emancipazione.

Queste elaborazioni si riferivano ad una Natura supposta illimitata nelle sue potenzialità, ma un elemento che volle verificare questo assunto venne alla luce negli stessi anni. Infatti è del 1972 il “Rapporto sui limiti dello sviluppo” elaborato dal Club di Roma che è una istituzione non governativa, non-profit costituita da scienziati economisti, intellettuali, imprenditori. Era stata fondata nel 1968 a Roma e ha sede in Svizzera. Dal rapporto, basato su una simulazione al computer di dati demografici, economici e sulle risorse, emergeva che dopo il 2000 l’umanità si sarebbe trovata di fronte all’esaurimento delle principali fonti energetiche a cominciare dalla fine del petrolio. È bene ricordare che dopo un anno dalla pubblicazione esplose la crisi petrolifera del ’73, indotta dalla guerra del Kippur, con un aumento inaspettato del costo del barile da 4 a 35 $. Le previsioni furono aggiornate nei decenni successivi, ma si riferivano essenzialmente ad un problema di esaurimento delle capacità di supportare uno sviluppo lineare e non si poneva affatto il problema del possibile cambiamento della fisica e della biologia del pianeta.

 

Comunque è databile a partire da quegli anni l’interesse della politica per l’ecologia e la formazione dei partiti verdi a partire dalla area nordeuropea (in Germania Rainer Trampert e Thomas Ebermann) per giungere alla Francia con il leader del maggio, Daniel Cohn-Bendit e Italia.

 

In quegli stessi anni alcuni pensatori avevano visto la necessità di superare la visione individuale filosofica dell’ecologia, per una visione collettiva e politica dell’ecologia. Tra questi Murray Bookchin, André Gorz, Jean-Paul Delèage, Barry Commoner.

Murray Bookchin è stato il maggior esponente dell’ecologia sociale, sintesi del pensiero ecologico e di quello libertario; allontanatosi dal Partito Comunista degli Stati Uniti d’America, ritiene il suo pensiero un superamento dell’anarchismo, della scuola di Francoforte, dell’urbanesimo utopistico e dell’ecologismo. Si definisce “ecologista sociale e municipalista libertario”; per lui ci troviamo in un epoca definibile della “post scarsità” successiva a quella descritta da Marx, dove va sviluppata una “nuova democrazia dal basso, con assemblee di vicinato e sulla dissoluzione delle gerarchie. La sua visione che individua “cittadini”, senza considerare i rapporti tra le classi, non dà indicazione su come arrivare al municipalismo libertario e all’opposizione allo statalismo.

Jean-Paul Delèage è un biologo, ha fondato la rivista Ecologie et Politique, che è diventata un forum per difendere e promuovere progetti di alternativa sociale fondati sull’appartenenza degli umani alla natura e non sulla loro contrapposizione: “Siamo della natura e nella natura. L’ecologia non può sottrarsi a questa sfida: costruire una conoscenza della natura in cui l’uomo si riconosca come un interlocutore, e non un’istanza di dominio, estranea e ostile. Questa è la posta in gioco“. Non definì nessuna strategia di alternativa al sistema, anzi, si inserì comodamente in esso, ottenendo la legion d’onore e Chirac usò la sua celebre citazione: “Notre maison brule et nous regardons ailleurs”.

André Gorz, amico di Sartre e Marcuse, progettò di superare l’economicismo dell’analisi marxista tradizionale criticando la sottomissione della società agli imperativi della ragione economica. Criticò violentemente lo strutturalismo (Lacan, Foucault), per il suo postulato (la centralità della struttura) e per la sua negazione del soggetto e della soggettività. Durante le mobilitazioni del ‘68 entrò in contatto con lo spontaneismo di sinistra, che denuncia come le diverse forme di istituzione (Stato, Scuola, Famiglia, Impresa, ecc.) limitino la libertà umana. Con il suo libro Écologie et liberté (1977),  superando le sue precedenti posizioni maoiste o spontaneiste, presenta l’ecologia come mezzo di trasformazione sociale radicale e frontale del capitalismo e riflette una concezione nettamente più anticapitalista. Mettendo l’accento sulla relazione intrinseca tra produttivismo, totalitarismo e logica del profitto, egli afferma un legame strutturale tra crisi ecologica e crisi capitalistica da sovraccumulo. Egli chiama dunque a una “rivoluzione ecologica, sociale e culturale che abolisca le costrizioni del capitalismo”.

È’ dagli inizi degli anni ’70 che si afferma il concetto di decrescita, cioè la riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica e dei consumi. Il movimento decrescista è molto articolato. Si è affermato soprattutto con Serge Latouche (1940), e si è relativizzato nella cosiddetta sinistra decrescista di Vincent Cheynet e Paul Ariès. Il movimento si è diviso in antiuniversalista (Latouche) e universalista (Cheynet). Latouche, da relativista culturale rifiuta l’umanesimo occidentale, l’illuminismo, la democrazia rappresentativa, elogia il primitivismo, considera le reti idriche, le scuole e gli ospedali nei paesi del Sud come “etnocentrismo occidentale”. La sinistra decrescista è rappresentata dalla rivista “La décroissance” con temi quali la riorganizzazione dei bisogni sociali nel rispetto per l’ambiente.

(continua)

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