di Carolina Gregori – Collettivo Ecosocialista di Roma


Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi all’incirca così: su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra loro; sotto di essi i magnati minori, i grandi proprietari terrieri e tutto lo staff dei collaboratori importanti; sotto di essi – suddivise in singoli strati – le masse dei liberi professionisti e degli impiegati di grado inferiore, della manovalanza politica, dei militari e dei professori, degli ingegneri e dei capufficio fino alle dattilografe; ancora più giù i residui delle piccole esistenze autonome, gli artigiani, i bottegai, i contadini e tutti quanti, poi il proletariato, dagli strati operai qualificati meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati. Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato solo dei paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita è sorretta dall’orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo. Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali. Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.

Max Horkheimer, «Il grattacielo», da Crepuscolo. Appunti presi in Germania 1926-1931, Einaudi 1977, pp. 68-70. Citazione tratta da Marco Maurizi.

Carne da Macello.

Un’espressione che, nella sua formulazione generale, ci spinge ad interrogarci sul ruolo che hanno cultura e linguaggio nel nostro modo di rapportarci, senza dubbio problematico, con l’altro, dunque non solo con la diversità animale e con la nostra stessa animalità, ma anche con le questioni di genere, di razza e di classe.

Viviamo, senza neppure accorgercene, in un ambiente recintato, esclusivo per coloro che abbiamo selezionato tra quelli più affini a noi, un luogo in cui abbiamo reciso ogni rapporto con il circostante e abbiamo strutturato l’Umano in tutte le sue declinazioni.

E proprio in virtù di questo ambiente accuratamente scelto, fondiamo la nostra identità non solo in contrasto con il Non-umano, ma anche con il Dis-umano e il Sub-Umano, come se, attraverso una sorta di “ascensore sociale” (per citare Massimo Filippi e Filippo Trasatti), si possa portare nell’inferno animale anche individui o gruppi della nostra specie, a seconda non più delle caratteristiche biologiche di ognuno, ma delle differenze materiali funzionali alla legittimazione e al mantenimento di un ordine sociale determinato: l’Umano, che di per sé nasce dal rifiuto della propria animalità, crea la sua sfera benedetta, spingendo al di fuori di essa, con tutta la violenza di cui è capace, l’interdetto, il diverso, l’altro che, per tali caratteristiche, merita la messa a morte o, anche quando non la merita, è facilmente sacrificabile.

Basta carne da Macello allevamenti

E fuori dalle mura di confine tra “noi” e “loro”, esiste un mondo parallelo, l’inferno animale, fatto di carne da macello, umana e non umana: dalla parte sbagliata non si può che morire.

Certo, abbiamo adornato le gabbie in cui ci siamo internati con tutto ciò che possa ricordarci che anche noi facciamo parte di quella natura da cui abbiamo tentato di rescindere ogni legame, e i fiori nelle nostre aiuole curate ci rievocano il miracolo che chiamiamo “vita”. Questa condizione di “cattività”, termine che indirettamente ci rimanda ad una condizione di schiavitù, ci pare del tutto normale, almeno quanto la nostra convinzione di essere parte del migliore dei mondi possibili.

Dunque, dicevamo, all’interno del mondo umano c’è spazio solo per gli uomini umanizzati e per selezionati animali (non solo cani e gatti), anche loro umanizzati e rinchiusi nei cubicoli delle nostre città zoo, parchi acquatici, fattorie, allevamenti (intensivi o no), laboratori ecc. ed utilizzati, al pari di una merce, per i nostri più disparati scopi: è proprio quel Non-umano, quel Dis-umano, quel Sub-umano, che diviene il dispositivo che costituisce le fondamenta organiche, ovvero di sangue, lacrime e sudore, delle architetture gerarchiche del potere che l’Umano si è dato per regolare gli spazi sociali e per regolarsi in essi.

Questo edificio grandioso ed insanguinato fondato sul dominio ci viene poi riconsegnato del tutto irriconoscibile, deformato dall’ideologia dominante, in deliziosi animaletti-cartoon e nei loro habitat bucolici: un pollo che ci garantisce di essere allevato a terra felice e contento, una vacca che ci chiede di andare a comprare la scatoletta contenente la sua carne, un vitello che ci dice che il latte della Lola è buono per grandi e piccini. Basta girare la pellicola di questo agghiacciante film per renderci conto della realtà: animali sfruttati, violentati e uccisi come fossero altro che merce, carne da macello, appunto. Non è concepibile una merce che soffre perché, in quanto merce, essa è non-vivente, e lo stesso avviene, con eguale meccanismo, per la classe lavoratrice, anch’essa non altro che merce, e così anche per le questioni legate all’oppressione di genere e di razza: il regista cambia gli attori ma non la trama.

Basta carne da Macello vitello

Le vacche che pascolano felici in infinite distese verdi, le donne oggettivizzate nel regno delle pubblicità, i lavoratori che, con il sorriso e tutti insieme, producono la ricchezza del mondo intero, e dunque anche la loro…ecco, tutte queste immagini creano un gioco d’illusioni, una scissione, a tutti gli effetti la reificazione dei corpi animali umani e non umani, che divengono oggetti ideologici, immagini simboliche, staccati dalla loro realtà materiale.

La retorica della carne felice, che è la stessa, ma capovolta, della carne da macello, fa in modo di riportare nella vita di tutti i giorni, pulita dagli orrori del dominio e dell’oppressione, le pratiche di sfruttamento e di morte che abbiamo nascosto nei mattatoi e nelle fabbriche. È chiaro, allora, che tale retorica, tale linguaggio metaforico, altro non è che un’operazione ideologica atta a restituire legittimità a oppressione e dominio: lo sfruttamento e la messa a morte degli animali, umani e non umani, è legittima qualora comporti un incremento di benessere per l’Umano.

Il dispositivo Umanizzato-Umanizzante, che funziona proprio in virtù del processo di Inclusione dell’Umano e dell’Esclusione del Non-Umano, del Dis-Umano e del Sub-Umano, non potrebbe avvenire senza il recinto ideologico tra l’interno e l’esterno: così prende vita il fenomeno di inclusione ed esclusione degli esseri e dei loro corpi sensuali.

Non è lo stesso dunque, con la classe lavoratrice, anch’essa composta di numeri sostituibili, soggetti umanizzati e disumanizzati contemporaneamente? – mi chiedo.

In fondo il capitalismo, che scientificamente e industrialmente, produce profitti dalla forza-lavoro dei lavoratori e delle lavoratrici, dalle loro carni, aggredisce sistematicamente l’organico, riducendolo a merce, per accumulare denaro. E non è forse – mi chiedo – proprio il mattatoio l’apoteosi di questo processo, l’apice della mercificazione della carne – quella dei lavoratori, quella degli animali e anche quella dei consumatori – al solo scopo di trarne profitto?

Lo smembramento della carne, che accompagna l’effettivo smembramento sulle catene di montaggio, corrisponde allora anche alla sostituibilità di tutti coloro che entrano nel meccanismo del capitale (un lavoratore vale l’altro, un maiale vale l’altro, senza distinzione, in quanto non sono altro che merce sempre presente nel mercato) e, di conseguenza, nella totale indifferenza nei confronti dello smembramento quotidiano dei corpi, che divengono a tutti gli effetti “carne da macello”.

Basta carne da Macello antispecismo

La società in cui viviamo, come si evince, è basata in ogni sua parte sullo sfruttamento di altri individui, umani e non umani, attraverso il processo di reductio ad animal: l’animale diventa il luogo in cui l’Umano oggettivizza l’altro da sé, l’umanoide, il sub-umano, per determinarne l’oppressione.

In questa ottica, mi pare evidente che proprio il definire l’altro “inferiore” sia la giustificazione stessa del dominio e non viceversa, e che allora sembra corretto ipotizzare che quella dell’uomo sull’animale sia la prima e più essenziale oppressione, una specie di laboratorio utile a sperimentare tutte le oppressioni successive – basti pensare all’utilizzo, anche quello più primordiale, degli animali non umani nelle economie umane.

E, se è vero quanto detto fino ad ora, risulta evidente il ruolo che il linguaggio ha in tutto questo meccanismo: quante volte sentiamo espressioni quali “quella lì è proprio una gatta morta”, “i lavoratori non sono carne da macello” o ancora “guarda quella che cagna”. Da destra e da sinistra, in qualunque modo la si voglia vedere, l’animale viene dapprima declassato a oggetto, utilizzato per definire i contorni della nostra cultura, per poi divenire strumento che regola i nostri rapporti sociali, modellato per i nostri scopi, innalzato a livello simbolico: il dominio, dunque, non è solo materiale, ma anche ideologico. Attraverso queste operazioni linguistiche, che pure paiono innocue, si ottiene esattamente quanto detto in precedenza, ovvero le immagini dello sfruttamento abominevole a cui è sottoposto l’animale umano e non umano ogni giorno, con la voracità tipica del modo di produzione capitalistico, vengono allontanate “dagli occhi e dal cuore” del consumatore, che a questo punto giustifica la brutalità, di cui comunque non è spettatore, forte della presunta “inferiorità” dell’animale oppresso.

In opposizione ai metaforici «Non siamo carne da macello!», da destra e da sinistra, occorre ricominciare a dire chiaramente che lo sfruttamento e la messa a morte di animali non umani sono parte integrante, e di sicuro la più collaudata, dell’ideologia e della prassi del potere.

Le società umane, specialmente con l’avvento del capitalismo, utilizzano la carne animale, ma anche, idealmente, la carne di tutt* coloro che agli animali sono equiparat* (si pensi di nuovo al meccanismo di oppressione di genere o a quello che sta accadendo in questi giorni con il rifiuto di Confindustria a bloccare la produzione, mettendo a rischio la vita e la salute di lavoratrici e lavoratori) come “carne da macello”, appunto, come base, ma anche come merce, su cui costruire le sue architetture gerarchiche.

Basta carne da Macello liberazione animale

La risposta a questo orrore non può che tradursi in antispecismo politico, un antispecismo che rifiuta non solo lo sfruttamento animale e le sue brutali pratiche, ma anche, ponendosi come antitesi ad ogni forma di dominio perpetrata nei confronti di ogni essere vivente e di ogni corpo sensibile, illumina e si illumina delle acquisizioni pratiche e teoriche di tutti gli altri movimenti di liberazione e, insieme, smaschera i meccanismi specisti che in quei movimenti si annidano.

L’antispecismo non può e non deve star lì a dimostrare l’inconfutabile senzienza o sofferenza degli animali (umani e non umani), non deve porre l’attenzione sul veganesimo tout court, ma si deve interrogare sul “come” realizzare la liberazione di tutti i corpi sensuali.

Solo tornando a questo punto di vista, l’antispecismo si delinea come movimento politico internazionale in grado di non farsi assorbire nel ventre opulento del capitalismo, come fa l’animalismo becero da talk show, ma, ruotando assieme alle altre lotte di liberazione attorno all’asse portante dell’anticapitalismo, deve scardinare tutti i meccanismi oppressivi del potere in vista di una totale e radicale liberazione di Tutt* e di Ciascun*.


Il Collettivo Ecosocialista di Roma è un organismo legato a Sinistra Anticapitalista

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