di Giulio Palermo


L’originale è stato pubblicato su Sinistra in Rete il 07 luglio 2015. Nonostante il tempo passato, riteniamo che il tema sia di grande attualità e che la proposta vada discussa tra tutti coloro che auspicano il superamento di questa società barbara e ingiusta e la costruzione di un mondo migliore.

In questo articolo, propongo una riflessione ad ampio raggio sulla possibilità che il movimento contro il debito si sviluppi attivamente in ogni paese d’Europa, connotandosi in senso anticapitalista. Invece di tifare Grecia e sperare che il governo Tsipras strappi condizioni dignitose nelle trattative con i creditori che strangolano il paese, l’idea è di aprire fronti di lotta al debito pubblico in tutti i paesi. Non ovviamente nell’intento di stabilizzare il sistema finanziario — come vorrebbero alcune forze favorevoli a un default negoziato e parziale — ma per far saltare l’attuale assetto politico-finanziario e avviare un processo verso il socialismo.

Gli effetti moltiplicativi di un simile coordinamento anticapitalista europeo sono ovvi. Sul piano politico, il rafforzamento del governo Tsipras in Grecia sarebbe immediato. Se ne tocchi uno, ci ribelliamo tutti! Questo è il migliore messaggio che sfruttati e oppressi d’Europa possono inviare ai signori dell’euro e della finanza. Ma non mi interessano i ragionamenti politici senza copertura, le proposte irrealizzabili, giusto per fare dibattito. Non proverò quindi a sviluppare nei dettagli cosa accadrebbe nell’ipotesi, alquanto improbabile, di un ripudio del debito simultaneo e coordinato, da parte di un movimento internazionalista forte e consapevole. Sarebbe come costruire una strategia di lotta basandola sull’ipotesi di aver già vinto.

Mi concentro invece sull’Italia. Non perché in questo paese l’anticapitalismo sia politicamente più avanzato. Ma perché — per quanto possa apparire in contrasto con il bombardamento mediatico — l’Italia è il paese con i “migliori” conti pubblici dell’Unione europea e, in caso di voltafaccia delle banche, è meno esposta alle rappresaglie finanziarie che colpiscono chi si ribella al capitale. Senza aspettare la maturazione del movimento internazionale e internazionalista, l’anticapitalismo italiano può quindi assumere un ruolo trainante nella trasformazione istituzionale dell’Europa.

La mia tesi è che in Italia ci siano le condizioni economiche e finanziarie per ripudiare in toto il debito, qui e ora. La dimostro dati alla mano, analizzando i conti pubblici italiani e sviluppando alcune considerazioni sugli equilibri internazionali in cui una simile scelta andrebbe a collocarsi.

I conti dello stato

Per capire come si forma il debito pubblico e cosa succede se lo stato smette di pagarlo, dobbiamo considerare il bilancio dello stato e il ruolo della spesa per interessi derivante dal debito pregresso (dati Eurostat).

Nel 2014, l’Italia ha speso il 4,65% del Pil per il pagamento degli interessi (il 9,67% delle entrate pubbliche complessive: ogni dieci euro pagati di tasse, uno è andato ai creditori — per lo più banche e grandi investitori, non pensionati e piccoli risparmiatori, come qualcuno ingenuamente crede). Nell’Unione europea, solo il Portogallo spende percentualmente di più: il 4,96% del Pil. L‘Irlanda, la Grecia e la Spagna (gli altri Piigs) sono rispettivamente quarta, quinta e settima con il 4,05%, il 3,90% e il 3,26% del Pil. In termini procapite, la spesa annua per interessi degli italiani è di 1.237 euro, seconda solo all’Irlanda, con 1.629 euro a persona. Il Portogallo è sesto con 823 euro procapite, la Spagna settima, con 743 euro, e la Grecia decima, con 641 euro. Va detto peraltro che i paesi centro non stanno veramente meglio: francesi e tedeschi, infatti, pur avendo un rapporto spesa per interessi / Pil più basso (2,19% e 1,74% rispettivamente), spendono ogni anno rispettivamente 715 e 626 euro a testa, per servire il debito dei loro stati.

Ma restiamo in Italia. Cosa significano questi dati? Che, mediamente, ognuno di noi — dal neonato al vecchietto, dal riccone al poveraccio — regala più di cento euro al mese alla banca di turno che ha in portafoglio i titoli del debito pubblico italiano. E se un giorno questa sanguisuga entra in crisi, senza nemmeno essere interpellati, ci sfilano di tasca altri soldi per salvarla. Perché se le banche ci voltano la faccia — ci dicono in coro conservatori di vecchia data e nuovi progressisti “radicali” — come fa poi lo stato a finanziarsi? Se oggi dobbiamo pagare è perché ieri consumavamo “a buffo”. Perciò, zitti e muti: come dicono gli americani, «there ain’t no such thing as a free lunch» (non esistono pranzi gratis), quello che mangi prima o poi lo paghi.

Eppure, sono ormai decenni, non anni, che paghiamo per dei pranzetti costosi di cui non ci ricordiamo nemmeno. Dal 1992, l’Italia ha infatti un surplus di “bilancio primario” (definito come differenza tra entrate fiscali e spesa pubblica propriamente detta, quella che non considera la spesa per interessi): gli attivi registrati annualmente sono di circa 2-3 punti percentuali rispetto al Pil, con un picco del 6,6% nel 1997 e due sole passività, nel 2009 e 2010, dello 0,7% e 0,1% rispettivamente, frutto diretto degli esborsi pubblici per salvare le banche e le imprese colpite dalla crisi.

Nonostante gli attivi nel saldo primario, in tutti questi anni, il bilancio complessivo dello stato è rimasto però costantemente in deficit, poiché tali attivi non sono stati sufficienti a coprire per intero la spesa per interessi. Il risultato è che il debito pubblico è esploso: da 757 miliardi (il 99% del Pil) nel 1991, a 2.135 miliardi (il 132,1% del Pil) nel 2014 (in Europa solo la Germania ha un debito pubblico maggiore in valore assoluto: 2.170 miliardi, pari al 74,7% del Pil).

Nel 2014, la spesa per interessi è stata di 75 miliardi di euro: 26 miliardi lo stato li ha presi direttamente dalle nostre tasche, dal bilancio primario, dall’eccesso di tassazione rispetto alla spesa pubblica propriamente detta; gli altri 49 miliardi se li è fatti prestare.

Ovviamente, di questi nuovi prestiti lo stato non ha visto nemmeno un euro. Si è trattato infatti di una semplice partita di giro sui registri contabili dello stato e delle banche creditrici: il vecchio debito si è estinto e un nuovo debito si è acceso o, per dirla in termini più concreti, lo stato ha pagato il titolo del debito in scadenza emettendone un altro che andrà rimborsato in futuro. In queste operazioni, cambia la struttura dei debiti (dello stato) e dei crediti (delle banche) ma soldi non se ne muovono.

Diverso è il caso del pagamento degli interessi attraverso il surplus primario. Questi soldi infatti si muovono e viaggiano ogni anno dalle casse dello stato a quelle delle banche. Quei 26 miliardi di surplus primario — che lo stato ci ha preso col prelievo fiscale senza restituirceli attraverso la spesa pubblica — sono finiti veramente nelle casse delle banche. Anche se il debito dello stato e il credito delle banche sono aumentati, il flusso netto di denaro è andato dallo stato alle banche, non dalle banche allo stato.

Quando si parla di aiuti, salvataggi e piani d’emergenza, questo dato dovrebbe sempre essere chiaro: di quegli aiuti, di quei prestiti, il debitore non vede un euro. Gli vengono concessi solo per rimborsare i debiti pregressi. Non a caso, nel caso della Grecia, le trattative si infuocano prima di ogni tranche del debito in scadenza.

Quindi, per orientarci da soli, la regola è semplice: pur con qualche approssimazione, per capire se nell’anno X è la banca che dà soldi allo stato o lo stato che li dà alla banca, dobbiamo guardare al bilancio primario. Scopriamo così che l’ultimo euro o, più correttamente, l’ultima lira uscita da una banca per finanziare la spesa pubblica propriamente detta risale al 1991. Dal 1992 in poi (con le due eccezioni del 2009 e del 2010, causate proprio dagli esborsi straordinari a favore delle banche), al contrario, il bilancio primario è in attivo e il flusso monetario va dallo stato alle banche.

Se invece vogliamo capire se l’indebitamento dello stato nei confronti delle banche è in crescita o in diminuzione dobbiamo guardare al bilancio complessivo. E qui è evidente che la posizione debitoria dello stato ha proseguito la sua cavalcata, indipendentemente dall’inversione nei flussi monetari intervenuta nel 1992.

È però solo guardando simultaneamente ai due bilanci che riusciamo a cogliere pienamente come l’Italia rappresenti la materializzazione del sogno di ogni banchiere: ogni anno la banca incassa i fondi derivanti dal surplus primario e vede anche accrescere il suo credito sullo stato, grazie al deficit complessivo di quest’ultimo. Questo è il miracolo di un paese con surplus primari e deficit complessivi. Checché ne dicano i liberisti, nel capitalismo, i pranzi gratis esistono eccome. Ma sono riservati al capitale.

Un altro default è possibile!

La semplice esposizione di quanto accade in Italia da più di venti anni dimostra che l’eventuale ripudio del debito non produce affatto il cataclisma annunciato da governanti e banchieri. La tiritera che se lo stato fa default poi le banche non gli presteranno più i soldi può far paura a tanti stati, ma non all’Italia, che l’austerity la applica da decenni.

Dal 1992, l’unico rapporto che lo stato ha avuto con le banche è stato per consegnare loro i soldi del surplus primario. Pertanto, se l’Italia avesse ripudiato il debito, le banche non avrebbero potuto attuare nessuna ritorsione, nessuno stop dei finanziamenti. Semplicemente, perché, da allora, lo stato italiano non ha chiesto loro nemmeno una lira ma è stato lui a dare loro i soldi.

E se vogliamo dirla tutta, l’unica vera conseguenza finanziaria di un default sarebbe stata la costruzione di una solida posizione creditrice dello stato. Infatti, quei soldi che ogni anno lo stato ha versato alle banche per il pagamento degli interessi — facendosi sgridare perché erano pochi — figurerebbero oggi come prestiti che lo stato ha fatto alle banche. Grazie al default, oggi lo stato incasserebbe i tassi di interesse, invece di pagarli.

Storicamente, di default ce ne sono stati tanti, anche importanti, e hanno generalmente rafforzato, non indebolito, chi li ha fatti. La ragione è semplice: quando allentiamo il cappio che ci strangola, il boia si arrabbia, ma noi, almeno, riprendiamo a respirare. Da questo punto di vista — è banale — il default fa sempre bene al debitore. La vera questione riguarda semmai il modo in cui si ripudia o si rinegozia il debito. La domanda che dobbiamo porci, mentre riprendiamo aria col cappio ancora al collo, è infatti questa: siamo stati veramente noi ad allentare il cappio o quella boccata d’aria ce l’hanno concessa solo per sfruttarci meglio, sotto la minaccia che il cappio si stringa di nuovo? Senza essere economisti o strateghi politici, la risposta ce la fornisce il boia stesso: se è veramente arrabbiato, vale la prima; se invece è stato lui che, seppure strillando, ci ha allentato il nodo, è perché conta sulla seconda.

Cercare a tutti i costi l’accordo con i creditori significa accettare la ricerca della taglia ideale del cappio da mantenere al collo dei lavoratori: non troppo stretto, per consentire loro di continuare a lavorare per il bene dei creditori; non troppo largo, perché le banche vogliono comunque il massimo possibile. Da questo punto di vista, i primi sostenitori del movimento per un Audit sul debito, che consenta di annullare la parte del debito inesigibile, sono proprio i creditori. Non certo perché condividano i valori della sinistra “radicale”, ma perché sanno calcolare meglio di ogni altro il valore che si può estrarre ogni anno dai lavoratori. Che il debito greco e di qualsiasi paese europeo non potrà mai essere ripagato per intero lo sanno tutti. Ma sono in pochi a saper calcolare l’abbattimento “ottimale” del debito, quello che incatenerà i lavoratori greci e di tutt’Europa al capitale internazionale per i prossimi decenni, col cappio stretto al punto giusto.

I lavoratori hanno pochi calcoli da fare. Sfilarsi il cappio dal collo una volta per tutte non è semplicemente il loro interesse materiale: è condizione di sopravvivenza. Perché se non ci riescono, con la crisi che incalza, conviene che si abituino a respirare solo per farsi sfruttare. Banchieri e politici possono dilettarsi nei più complessi calcoli di quanto sfruttamento ci vuole per appagare le esigenze presenti e future del capitale. Possono anche litigare, finché non giungono a stime convergenti. Ma non sarà mai in nome della classe lavoratrice. Perché chi lavora e produce il valore che la società si spartisce non è mai in debito. Per i lavoratori, la soluzione è una sola: il default totale.

Default e socialismo

Scrollarsi di dosso il peso del debito — con lo stop immediato al pagamento degli interessi e ai rimborsi dei titoli che arrivano via via in scadenza — non segna la fine dello sfruttamento capitalistico. Alleggerisce semplicemente il peso della crisi sulla classe lavoratrice. Non è il socialismo, non è la rivoluzione: il modo di produrre rimane lo stesso, il lavoro salariato resta, così come la generale dipendenza del lavoro dal capitale pubblico e privato. Ma il profitto ne esce ridimensionato, lo sfruttamento si riduce, la politica recupera un po’ di autonomia e il capitale finanziario smette di essere il soggetto che detta legge ai governi e calpesta i diritti. Per una volta, a far tremare i mercati non saranno le mani forti che li controllano ma l’avanzamento reale del loro nemico di classe: il lavoro.

Un secolo e mezzo fa, Marx caratterizzava il lavoratore di questo modo di produzione come “libero” in un duplice senso: «che disponga della propria forza lavorativa come propria merce, nella sua qualità di libera persona, e che, d’altra parte, non abbia da vendere altre merci, che sia privo ed esente, libero di tutte le cose necessarie per la realizzazione della sua forza-lavoro» (Il Capitale, vol. 1, cap. 4). Oggi, dopo decenni di lotte e di conquiste, la crisi ha riportato la libertà giuridica di vendersi ai tempi di Marx, con il ripristino del cottimo e la cancellazione dei diritti. I lavoratori tuttavia non nascono più privi di tutto. Anche loro hanno finalmente qualcosa: un debito.

Se si vuole veramente dare dignità al lavoro, questo fardello ereditato alla nascita deve essere ripudiato. Credere di farlo tranquillizzando i mercati non ha senso. La quotazione di borsa di un’azienda misura il valore atteso dei suoi profitti futuri. Una strategia efficace e credibile di difesa del lavoro deve ridurre questi profitti attesi, non garantirli. Le borse devono crollare. Le banche con i titoli del debito in portafogli devono fallire. Le istituzioni e i fondi salva-stati devono tremare. Altrimenti, vuol dire che l’avanzata del lavoro è solo formale. Senza ambiguità, il debito deve essere ripudiato in rottura col mondo bancario, non in accordo con esso.

Il default della Grecia del 2011, parziale e concordato, si è dimostrato perfettamente inutile sul piano finanziario, tanto che nel giro di pochi anni il debito è di nuovo inesigibile. Intanto però sui lavoratori si è abbattuta la scure del capitale, impugnata a due mani dalle banche e dallo stato. Così, mentre i lavoratori perdevano salario, diritti e il posto di lavoro stesso, i mercati riprendevano a galoppare, scontando già i profitti futuri che questo nuovo equilibrio nei rapporti di classe avrebbe comportato. L’euro stoxx 50 (l’indice delle borse dell’area dell’euro) è passato da 2.000 punti, nel 2011, agli attuali 3.500: il capitalista che aveva 2 milioni o 2 miliardi, oggi ne ha 3,5; il lavoratore che aveva garanzie e diritti, oggi è già tanto se ha ancora il lavoro. I mercati, se non è ancora chiaro, apprezzano una sola cosa: lo sfruttamento del lavoro.

Il problema del default non riguarda affatto l’eventuale caos finanziario che politici e banchieri temono tanto. Il problema riguarda invece chi vince e chi perde. Continuando a pagare — o cancellando la parte di debito inesigibile, al fine di agevolare il pagamento della parte rimanente — vincono i banchieri. Quanto più si prolunga l’agonia della finanza pubblica, tanto più cresce lo sfruttamento dei lavoratori necessario a pagare l’interesse delle banche. Se si vogliono veramente far vincere i lavoratori, è inutile raccontare favole per piccolo borghesi: il capitale deve iscrivere a bilancio la sua sconfitta. Solo in questo modo, il default smette di essere elemento di stabilità finanziaria (finalizzata al proseguimento e all’inasprimento dello sfruttamento) e può diventare parte di un percorso di emancipazione del lavoro.

Nessuno si illude che la costruzione del socialismo sia un processo automatico o lineare, cui il capitale assisterà passivamente. Ma almeno il primo passo è facile e non richiede compromessi, né trattative: Spettabili creditori, vi informiamo che quei soldi che i governi precedenti hanno promesso di estorcere ai lavoratori per darli a voi non li avrete. Data e firma. Così si ripudia il debito.

Le conseguenze economiche e politiche del default

Con il default totale e incondizionato — accompagnato o, meglio, preceduto dal blocco dei movimenti di capitale — le banche falliranno e con loro molte imprese. Molti lavoratori perderanno il lavoro e la crisi della sfera privata dell’economia si aggraverà. Ma allo stesso tempo, si libereranno risorse pubbliche con cui ripartire. Quel saldo primario, che oggi lo stato versa al capitale bancario, potrà essere utilizzato per il popolo. E se una fabbrica chiude perché il capitalista non fa abbastanza profitti o la banca non gli presta più i soldi, lo stato può riaprirla, può espropriarla, può assegnarla ai lavoratori: perché, nel capitalismo, l’unica cosa che non manca sono i lavoratori che vogliono lavorare.

In questo percorso, il sistema bancario in crisi deve essere spazzato via dal monopolio statale del credito. Questo ovviamente non cancella l’interesse come categoria economica del capitalismo. Lo trasferisce semplicemente allo stato. Il che non è poco: i guadagni derivanti dal credito invece di andare alle oligarchie finanziarie diventano del popolo.

Nonostante, come abbiamo visto, lo stato sia relativamente al sicuro da rappresaglie finanziarie, il ripudio del debito scatenerà senz’altro anche reazioni economiche e politiche. Senza alcuna pretesa di esaurire la questione, mi limito ad alcune considerazioni principali.

In piena fase imperialistica, i monopoli industriali e quelli bancari formano un unico soggetto. Non potendo vendicarsi su un piano strettamente finanziario, le ritorsioni si indirizzeranno sull’economia reale, con probabili sanzioni, embargo e isolamento politico da parte di Europa e Stati uniti.

Ma non dei loro concorrenti economici, tra cui innanzi tutto i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), più che mai a caccia di partner da sottrarre all’area di influenza dell’euro e del dollaro. Se poi la svolta prenderà veramente una direzione socialista, arriverà anche la solidarietà politica, più genuina e meno opportunistica, dei paesi che già hanno intrapreso questo percorso, dall’America latina all’Asia. Il petrolio e tante altre cose, insomma, non scarseggeranno, né mancheranno i possibili sbocchi per il made in Italy.

Lo stesso capitale Usa-Ue, subito dopo le ritorsioni a scopo intimidatorio, dovrà rifare i suoi conti. Perché forzare troppo nella rappresaglia contro un paese che produce 1.616 miliardi di euro l’anno (a tanto ammonta il Pil del 2014) non funziona e non conviene. L’embargo funziona contro Cuba (la quale riesce comunque a curare i suoi malati e a istruire i suoi ragazzi meglio di chi la boicotta), non contro la Russia (che ha un Pil comparabile a quello dell’Italia), la quale ha risposto con una pernacchia alle sanzioni europee e degli Stati uniti. Ma l’embargo non conviene nemmeno: perdere la rendita da interesse proveniente dal debito pubblico è un conto, perdere completamente le occasioni di profitto nell’ottava potenza economica del mondo è un’altra cosa. Quando la posta è grande, le prime a violare l’embargo sono le multinazionali. Perché vendendo in Italia guadagnano e perché l’export italiano non è fatto solo di moda e cucina ma anche di aerospazio, alta tecnologia e settori che servono alle imprese straniere e che piacciono ai consumatori di mezzo mondo.

L’eventuale via della contrapposizione frontale non farà altro che accelerare la transizione e innescare la bomba socialista dell’espropriazione, che è cosa diversa dalla nazionalizzazione delle imprese in crisi: nessun indennizzo, nessuna socializzazione delle perdite, ma l’acquisizione da parte dello stato delle aziende poco produttive (secondo i parametri del capitale) per riconvertirle alla soddisfazione dei bisogni del popolo. Inasprire lo scontro, oltre un certo limite, non conviene né alle banche, né alle imprese. Questo i capitalisti lo sanno. Per questo, come prima cosa, si devono impedire le fughe di capitali, l’unica scelta razionale di un capitalista che teme il socialismo.

E se infine il capitale mondiale troverà veramente la convenienza e la forza di unirsi contro di noi, per punire le nostre tendenze socialiste, vorrà dire che Finmeccanica, invece di produrre tecnologia di guerra per gli Stati uniti e per la Nato, la riconvertiremo in una fabbrica di giocattoli per i nostri bambini e le mozzarelle e i pomodori, invece di esportarli, ce li mangeremo. Sarà la migliore caprese del mondo. Perché a mangiarla saranno i lavoratori che l’hanno prodotta, senza cappi al collo e senza sfruttamento.

Anticapitalismo e crisi della politica

La sostenibilità finanziaria del default totale e i possibili percorsi economici che ne conseguono non dimostrano ovviamente la fattibilità anche politica di questa via. Il problema politico — che non ho nemmeno toccato — è infatti la mancanza di un soggetto intenzionato a intraprendere veramente questo tipo di percorso. Nonostante la crescita politica dell’anima anticapitalista del movimento, la politica istituzionale è ancora dominata dall’anticomunismo. Alle forze istituzionali e di movimento che non osano rimettere in discussione le istituzioni, un progetto socialista fa giustamente paura.

Da destra a sinistra, non c’è voce della spesa pubblica che non sia rimessa in discussione: dal lavoro alle pensioni, dalla sanità all’istruzione, dalla casa ai trasporti, si parla solo di tagli. L’unica voce che non si può toccare — quella per cui si devono tagliare tutte le altre — è quella per gli interessi a beneficio delle banche. Questa spesa è sacra, è il tributo al Dio profitto che, crisi o non crisi, destra o sinistra, va sempre pagato.

Eppure, in questa fase di crisi, è proprio nell’inesigibilità del debito che si manifestano le contraddizioni del capitale. Partire dal ripudio del debito pubblico significa dare voce alla rabbia popolare, ingenua ma genuina, contro le banche e i signori della finanza, i quali, anche quando l’economia si ferma, pretendono sempre la loro fetta. Ridiscutere l’interesse significa mettere in dubbio il diritto di chi ha soldi di farne di più, significa violare il fondamento stesso del capitalismo: il profitto derivante da proprietà. E significa anche cominciare a parlare più in generale della sacralità della proprietà, quando quest’ultima è tutta concentrata in poche mani e chi lavora non è proprietario di niente.

Attaccare l’interesse delle banche costituisce un modo concreto di arginare l’avanzata del capitale, colpendolo al fianco che in questa fase lascia scoperto: quello finanziario. Banche, padroni e istituzioni vorrebbero ricattare gli stati, ma sono loro che stanno in crisi. Perché tutte le innovazioni istituzionali — fondi salva stati, prestiti ponte, “salvataggi” della Grecia, “aiuti” ai Piigs, politiche monetarie non convenzionali della Bce e interventi straordinari del Fmi — lo sappiamo tutti, servono a salvare le banche, non i lavoratori, cui si chiedono sempre nuovi sacrifici. Combattere l’interesse è facile, basta un colpo di penna. I creditori si arrabbieranno. Ma il sostegno popolare è garantito.

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