Ecosocialismo o Ecologia Sociale?
Quale programma per una Rete Ecosocialista?

di Marco Carraro
Il pensiero (e la pratica!) Ecosocialista inizia a muovere finalmente i primi passi anche nel
nostro paese. Più o meno consapevolmente sempre più ampi settori radicali della sinistra e
dell’ecologia stanno comprendendo vicendevolmente che non può esserci giustizia
ambientale senza giustizia sociale. Sempre più attori politici si stanno convincendo che crisi
ecologica/ambientale e crisi economica/sociale siano indissolubilmente legate, che non sia
più possibile occuparsi di una trascurando l’altra e che abbiano una matrice comune
chiamata Capitalismo. Una costruzione di dominio (ossia una struttura gerarchica che
implica lo sfruttamento per poter esistere) fondata sul binomio comando-obbedienza, nelle
quali sovrapproduzione, produttivismo e consumismo sono i sintomi (non le cause!) più
profondi che ammorbano qualsiasi relazione sociale ed etica all’interno della società, ivi
compresa quella nei confronti del mondo non-umano.


In contrapposizione a questo modello tossico, sempre più organizzazioni sociali e politiche,
stanno sviluppando, in misura diversa, la componente ecologica all’interno della loro lotta
così come tanti ecologisti profondi stanno scoprendo la necessità di una visione e una prassi
sociale complessivamente anticapitalista.
Si pone con urgenza la costruzione di un possibile terreno di convergenza che possa
accogliere in un programma comune le numerose lotte apparentemente diverse e oggi
realmente sconnesse tra loro. Le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici urbane, delle attivist*
contro il cambiamento climatico, delle contadine e dei contadini delle zone rurali, delle
antispecist*, delle comunità LGBTQI, delle vittime di razzismo, dei giovani e delle giovani,
delle povere e dei poveri e di tutt* coloro che vivono in condizione di precarietà fisica, sociale
e psicologica a causa delle politiche neoliberiste dominanti.
Un programma che – parafrasando una famosa citazione – ancora manca alla costruzione di
quel “Movimento dei Movimenti reali che abolisce lo stato di cose presenti”.
Azzardiamo una proposta: Assemblee Popolari in ogni quartiere!

La convergenza, quella vera, non è solo una bandiera da sventolare in qualche
manifestazione di piazza o convegno. Appellarsi ad essa nella speranza che avvenga una
qualche “fusione a freddo”, l’esperienza ci insegna che non può funzionare. La convergenza
deve essere praticata su un terreno di azione comune, concreto, condiviso e partecipato dal
ceto più colpito, in un grande contenitore strategico nel quale i settori di lotta più avanzati
siano in grado di aiutare gli altri a recuperare il ritardo. Va da sé che non si tratta di
strumentalizzare nessuno: la convergenza deve avvenire nel rispetto rigoroso dell’autonomia
dei movimenti, delle organizzazioni e delle persone che partecipano al percorso.
Se il terreno comune non può essere altro che quello più ampio dei bisogni sociali mai come
oggi messi a repentaglio dalle crisi sovrapposte (climatica, ambientale, economica, sanitaria,
culturale, ecc.), occorre capire quali sono le azioni più efficaci da realizzare e in quale
direzione orientarle. La maturata consapevolezza della necessità di far convergere
finalmente tutte le lotte è un’opportunità che non possiamo permetterci di sprecare.
Appare chiaro che la prima lacuna che dobbiamo colmare è quella del rapporto tra
“avanguardie e classe” ovvero la relazione tra attivist* e massa sfiduciata e depoliticizzata.


Il grado di coinvolgimento e di incidenza sui bisogni reali da parte delle organizzazioni
anticapitaliste è molto basso e anche le migliori proposte faticano ad arrivare ed essere
comprese dalla base popolare. Progettare iniziative concrete che rispondano alle necessità
delle persone con soluzioni praticabili collettivamente mettendo a frutto le tante “buone
pratiche” di mutualismo e solidarietà, rappresenta forse il modo più efficace per ricostruire
quel tessuto di relazioni fondamentale, in prospettiva, per qualsiasi futuro consenso politico.
Adottare metodi inclusivi di partecipazione diretta alla soluzione – seppur parziale – dei
bisogni, permette alle persone un possibile percorso di crescita dal personale al politico,
permette di acquisire consapevolezza nella forza dell’unione popolare, permette la nascita di
una nuova coscienza su tematiche solo apparentemente lontane, come ad esempio il
cambiamento climatico. Condizione imprescindibile per quella ricomposizione di classe tanto
auspicata.

Gli ecosocialisti non possono prescindere da questo lavoro sociale, di base.
Solo partendo dalle necessità quotidiane delle persone, offrendo maniere pratiche per lenire
l’inadempienza del Governo e senza limitarsi alla sola denuncia o propaganda sarà possibile
uscire dalla stagnazione e avviare una nuova stagione di lotte popolari vincenti.
Ma il progetto ecosocialista non può limitarsi solo a questo. Per affrontare le terribili e urgenti
sfide odierne occorre un piano di transizione locale, nazionale, continentale e globale. Le
misure immediate da adottare con urgenza riguardano tutti i settori della vita sociale ed
economica, comportano notevoli cambiamenti a breve, medio e lungo termine. Devono
rispondere non solo alla sfida clima/energia ma anche alla sfida della biodiversità e del
rispetto delle specie, dei profughi ambientali, della povertà alimentare, garantire la giustizia
sociale e l’occupazione, rispettando il principio della differenziazione delle responsabilità tra
nord e sud del mondo. Naturalmente nulla di tutto ciò sarà possibile senza un profondo
movimento di autoattività, autorganizzazione e autoresponsabilità da parte della
maggioranza sociale; ma se ci limitassimo a compensare con l’autogestione le carenze dei
decisori politici, faremmo dell’assistenzialismo popolare o della bieca carità.
Dal punto di vista della critica complessiva al modello di società realizzata dalle politiche
liberiste, l’ecosocialismo non è molto diverso dall’ecologia sociale di Murray Bookchin.
Anche gli ecosocialisti credono che se si vuole l’autogestione della comunità domani,
occorra prepararla con l’autorganizzazione delle lotte oggi. Come lui anche gli ecosocialisti
pensano che questa autorganizzazione democratica sia una leva fondamentale di
trasformazione sociale. Tuttavia l’ecosocialismo e l’ecologia sociale divergono sulla
strategia.


Bookchin propone un municipalismo libertario, qualcosa di molto simile, nella pratica, alle
Assemblee Popolari che noi proponiamo nei quartieri e nei municipi ma con la differenza
sostanziale che il progetto ecosocialista e la nostra proposta non si limita ad una situazione
di doppio potere tra stato capitalista e municipalità gestite dalle classi popolari,
semplicemente perché non crediamo che questa ipotesi possa sfociare automaticamente in
una intera società autogestita e senza stato.
Per fermare il disastro è necessario coordinare un insieme molto complesso di politiche su
larga scala. Ciò comporta inevitabilmente una pianificazione, una programmazione di
interventi coordinati, sistemici e affinchè ciò sia possibile serve la conquista del potere
politico volta a superare lo stato capitalista con uno stato nelle mani degli sfruttati e degli
oppressi. Una nuova forma di potere democratico e diffuso, alternativo e più evoluto della
tradizionale democrazia rappresentativa che ha dimostrato senza appello il suo fallimento
storico.

Una democrazia diretta che dalle comunità rurali o di quartiere, possa articolarsi in istanze
cittadine, provinciali, regionali fino a quelle nazionali. Una democrazia diretta fondata su
un’economia sottomessa all’ecologia, nella quale il concetto socialista si esprima
nell’universale soddisfazione dei bisogni e nell’uguaglianza sociale in armonia con la
protezione e con il rispetto della natura, delle specie e dell’equilibrio ecologico, dove la
proprietà comune dei mezzi di produzione viene realizzata da produttori liberamente
associati. Una democrazia diretta, impegnata nell’annullamento di qualsiasi forma di
dominio.
Dunque intendiamo le Assemblee Popolari come un mezzo e non come fine ultimo.
Le Assemblee Popolari permanenti nei quartieri e nei territori possono rappresentare il perno
sul quale costruire il programma ecosocialista.
Il contenitore nel quale far crescere, dal basso, la risposta popolare all’aggressione sociale
neoliberista e permettere il superamento dell’attuale frammentazione, dispersione, della
proposta politica antisistemica avanzata da una moltitudine di realtà che appaiono più
spesso in competizione, che alleate.


Uno strumento essenziale per l’esercizio della democrazia popolare, l’organizzazione del
mutualismo e delle pratiche solidali, delle lotte e della consapevolezza. Un contenitore nel
quale attivist* e avanguardie acquisiscano il ruolo di accompagnatori e facilitatori di un
processo decisionale completamente guidato ed egemonizzato dall’intelligenza collettiva.
Ma anche e in particolare, per costruire quel consenso necessario alla conquista del potere
politico e alla transizione radicale dell’intera società.

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