Chi disapprova l’ecoattivismo ostacola anche la salvaguardia del patrimonio archeologico, storico, artistico e culturale del pianeta.

Di Danilo Gullotto

Come ormai da diversi mesi a questa parte, il governo continua a porsi in atteggiamento muscolare nei confronti delle attiviste e degli attivisti che si battono contro il cambiamento climatico, ratificando misure come il ddl sugli «ecovandali», che intende reprimere gli atti dimostrativi basati su forme di disobbedienza civile e a difesa della causa ambientalista. Proprio di recente abbiamo infatti assistito all’applicazione di simili misure coercitive a carico di numerose/i responsabili, come ad esempio quella che ha visto imputati alcuni attivisti che spruzzarono cacao e fango sulla basilica di S. Marco a Venezia [1], nonché quella che grava sul capo di 28 attivisti appartenenti al gruppo Extinction Rebellion, per i quali il vice premier Matteo Salvini ha anche chiesto la carcerazione a seguito del versamento di fluoresceina nel Canal Grande, sempre a Venezia [2]. La lista sarebbe ancora lunga e in continuo aggiornamento, ma tra queste recenti condanne è senz’altro degna di nota quella sancita dal tribunale di Bologna nei confronti di 3 attivisti di Ultima Generazione per “violenza privata e interruzione di pubblico servizio”, che ha però riconosciuto le attenuanti “per aver agito in nome di particolari motivi di ordine morale e sociale” [3]. Sentenza, quest’ultima, che è stata salutata come una vittoria da parte degli imputati, dal momento che consentirà, da oggi in avanti, di riconoscere pubblicamente il nobile intento che si cela dietro queste forme di disobbedienza civile.

D’altro canto, le attiviste e gli attivisti finora coinvolte/i nei processi hanno più volte dichiarato che la paura di cosa gli aspetterà in futuro per causa del cambiamento climatico è in larga misura maggiore del timore di una pena carceraria, confermando tutta la loro determinazione nel proseguire la loro battaglia e sbugiardando l’efficacia delle misure repressive adottate dal governo nei loro confronti. In effetti, la vittoria morale ottenuta con questa recente sentenza non fa che sdoganare quanto queste/i attiviste/i hanno più volte ribadito con i fatti, poiché esse/i ritengono in buona fede di dover condividere le ragioni della loro lotta col destino del genere umano, dimostrando quindi di avere seriamente a cuore il problema e utilizzando mezzi come vernici e coloranti che, pur potendo arrecare un voluto e temporaneo disagio alla collettività, non provocano danni permanenti ai bersagli presi di mira. Tuttavia, è assodato che il governo non intenda tornare sui suoi passi per quanto concerne la campagna di demonizzazione nei confronti di queste/i attiviste/i, secondo una prassi ormai consolidata dagli assetti politici di matrice populista, i quali, incapaci se non addirittura volutamente restii a proporre concrete soluzioni sui temi dell’agenda climatica, e piegati anch’essi alle direttive dei poteri economici sovranazionali e delle corporazioni, tentano di polarizzare la società tramite l’individuazione di capri espiatori su cui far riversare il malcontento sociale, usando l’arte della propaganda per distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi, ivi demonizzando proprio coloro che manifestano genuine preoccupazioni per il presente e il futuro della nostra società, lamentando in modo strumentale infrazioni come, in questo caso, le interruzioni di pubblico servizio e l’usurpazione dei beni artistici, e cercando infine di guadagnare tempo e poltrone in attesa della resa dei conti con la realtà e con il proprio elettorato. Si evince infatti che se l’intenzione del governo fosse stata genuinamente quella di ammonire l’interruzione di un pubblico servizio, allora, per un principio di coerenza, le sanzioni si sarebbero dovute far valere anche nei confronti del ministro Lollobrigida, per aver deliberatamente fatto fermare il Frecciarossa su cui viaggiava [4], come anche nei confronti degli agricoltori che hanno bloccato la circolazione stradale durante le recenti “proteste dei trattori” [5]. Invece, questo doppio standard da parte del governo nell’applicare le sue misure repressive mette a nudo la volontà di porsi con atteggiamento arbitrario sull’uso della legge, volontà tanto cara ai nostalgici dei regimi corporativisti e basata sull’adagio “forti con i deboli e deboli con i forti”. Nondimeno, la spesa delle pubbliche amministrazioni per ripulire i monumenti dalle vernici lavabili versate dagli ecoattivisti non potrà altresì cancellare la colpevole macchia di indifferenza dei recenti governi verso l’esigenza di salvaguardare il patrimonio archeologico, storico, artistico e culturale del nostro Paese dagli “episodi vandalici” provocati dal cambiamento climatico e dall’inquinamento. A suffragio di quest’ultima affermazione, ormai da diversi anni sta prendendo corpo una cospicua letteratura scientifica che tratta dei danni arrecati dal cambiamento climatico sulle opere lasciate dall’uomo nel corso della storia, con tanto di appelli affinché ci si adoperi mediante opportune misure di salvaguardia. Tanto per citare un esempio, concernente in questo caso il patrimonio archeologico mondiale, un recente articolo, pubblicato dalla rivista “Antiquity” e scritto dal ricercatore del Museo Nazionale della Danimarca Jørgen Hollesen, ci mette in guardia sul fatto che il cambiamento climatico sta infierendo pesantemente sui siti che custodiscono tale patrimonio, dal momento che eventi meteorologici estremi come uragani, ondate di calore e scioglimento dei ghiacci, unitamente all’aumento delle temperature, delle precipitazioni e del livello dei mari, non solo creano nuovi rischi in questi siti, ma ne esasperano le vulnerabilità già presenti, spingendo sia la comunità scientifica che diverse organizzazioni internazionali a lanciare dei continui appelli affinché si adottino finalmente delle serie misure capaci di arginare questo problema [6]. Infatti, sempre secondo questo studio, sono già disponibili esempi ben documentati di siti archeologici che hanno subito danni per effetto del cambiamento climatico, quali quelli esposti ad una costante erosione costiera, interessando aree che vanno dall’Iran alla Scozia e passando per la Florida, fino a giungere all’isola di Rapa Nui.

Inoltre, anche i siti archeologici che si trovano sotto il livello del mare possono venire danneggiati a causa del movimento delle onde. A rincarare la dose, anche lo scioglimento del permafrost appare come una minaccia per numerosi siti archeologici ubicati nelle regioni artiche, mentre per i siti archeologici delle zone montagnose pare che i danni del cambiamento climatico si stiano facendo sentire in modo ancora più pronunciato. Sembra che siano sufficienti lievi variazioni della temperatura dei suoli e dei mari per aumentare significativamente il degrado e la corrosione dei materiali archeologi, provocando anche dei cambiamenti della flora e della fauna che sono potenzialmente in grado di introdurre specie invasive che arrecano ulteriori danni. Nondimeno, calore e siccità possono provocare l’abbassamento delle falde acquifere per effetto dell’evaporazione, disidratando i reperti archeologici ed esponendoli ad una concentrazione di ossigeno che favorisce l’azione degradativa di alcuni microrganismi. Lo studio in questione riconosce che non sono ancora disponibili facili soluzioni per risolvere tali problemi e l’implementazione delle modalità di intervento attualmente praticabili richiederebbe comunque un continuo monitoraggio dei luoghi minacciati dagli eventi climatici. Inoltre, viene sottolineato il fatto che l’adozione di opportune misure di intervento deve prima di tutto contemplare il coinvolgimento delle comunità che si sentono legate all’eredità culturale lasciata dai siti archeologici e storici, in modo da privilegiare quelle decisioni che sappiano prendere le distanze da meri calcoli di carattere economico e politico. Considerato che il problema ivi trattato ha una portata di respiro mondiale, l’autore auspica che gli sforzi per la preservazione del patrimonio storico e archeologico vengano favoriti da una sinergia che coinvolga tanto la comunità scientifica quanto l’umanità in toto. Rimanendo sempre in tema, e con lo scopo di fornire delle cifre che consentano di comprendere ulteriormente la portata del fenomeno qui trattato, un altro recente studio pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica “PLOS One“, in cui vengono esaminati gli effetti dell’innalzamento del livello del mare su un campione di 9 stati che interessano gran parte delle coste del Golfo e dell’Atlantico degli Stati Uniti sudorientali, stima che un innalzamento del mare di appena un metro porterebbe alla scomparsa di oltre 13000 siti archeologici preistorici, mentre l’innalzamento di un ulteriore metro ne comprometterebbe più di 32000 [7]. Come se non fosse abbastanza, lo spostamento di milioni di persone a seguito di questo innalzamento causerà ulteriori impatti sui luoghi in cui queste popolazioni si insedieranno. Secondo tale studio, è quindi essenziale pensare alla creazione di una banca dati che raccolga tutte le informazioni necessarie allo sviluppo delle procedure per il campionamento, la classificazione e la mitigazione di questi impatti provocati dal clima, per avere un quadro che consenta di prendere delle decisioni prima che sia troppo tardi.


Come già accennato, questi “effetti vandalici” provocati dal cambiamento climatico e dall’inquinamento non prendono di mira soltanto i siti archeologici, ma interessano anche il nostro patrimonio storico, artistico e culturale, specie nelle aree urbane. Per avere contezza di questo ulteriore pericolo, possiamo ad esempio apprendere quanto riportato da un recente articolo pubblicato dalla rivista “Science of the Total Environment”, scritto dal ricercatore dell’ENEA Pasquale Spezzano, allo scopo di analizzare e predire l’impatto dei fattori ambientali su questi beni di inestimabile valore [8]. Infatti, l’inquinamento dell’aria e le variazioni climatiche accelerano significativamente il processo di deterioramento degli edifici e dei monumenti, causandone una senescenza prematura e deprezzandone il valore estetico. Questo studio si concentra in particolare sugli effetti deleteri che tali fattori inquinanti hanno sul patrimonio UNESCO dell’Europa, con conseguenze sia economiche che sociali in termini di manutenzione, riparazione e restauro, specie nelle aree in cui l’attività antropica appare più rilevante. Specie chimiche inquinanti come anidride carbonica e solforosa, ossidi di azoto, ozono, ammoniaca, composti salini e particolato sottile sono riconosciute tra le sostanze più aggressive nel processo di deterioramento di questi beni storici, artistici e culturali. Anche le condizioni climatiche dipendenti dalla temperatura e dall’umidità giocano un ruolo importante nella degradazione dei materiali. È inoltre generalmente riconosciuto il fatto che questi inquinanti atmosferici possono agire in sinergia, aumentando significativamente il tasso di degrado dei materiali, mentre, allo stesso tempo, i parametri ambientali sfavorevoli possono ulteriormente infierire sulle costruzioni già danneggiate da questi inquinanti. Come asserito negli studi prima menzionati, anche in questo caso la salvaguardia del patrimonio minacciato dai fattori inquinanti richiederebbe un monitoraggio continuo, nonché complesse metodologie di intervento volte a ridurre i danni, dato che le misure finora adottate in Europa, se pur capaci di rallentare il processo di degrado, non si rivelano ancora sufficienti. Pertanto, lo studio conclude con l’affermare che in Europa l’inquinamento dell’aria è ancora considerevole e continua ad apparire come un importante agente degradativo dei materiali.


A mettere un ulteriore dito nella piaga, si aggiunge anche un rapporto del Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico ( Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC), intitolato “Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability” [9], in cui si enfatizza la diretta interdipendenza tra il clima, la natura e la specie umana, fornendoci una prospettiva dei rischi a cui stiamo andando incontro a seguito del cambiamento climatico. Inoltre, una recente pubblicazione dell’UNESCO, intitolata “Changing minds, not the climate” [10] ci invita a prende coscienza del fatto che siamo ormai ad una corsa contro il tempo nel cercare di mitigare gli effetti negativi provocati dal cambiamento climatico a carico dei siti riconosciuti come patrimonio mondiale, evidenziando nondimeno che la crisi climatica sta altresì minacciando i diritti umani fondamentali, aumentando le ingiustizie sociali e inasprendo le diseguaglianze. L’UNESCO sottolinea anche la necessità di ponderare la minaccia che grava sui siti dotati di un “Valore Universale Eccezionale”, ovvero di un valore così eccezionale da trascendere i confini nazionali e rivestire un’importanza comune a tutte le generazioni presenti e future dell’umanità [11]. Il rischio è dunque quello di perdere per sempre un patrimonio dal valore inestimabile e, con esso, anche pezzi importanti della memoria storica legata alla nostra civiltà. Proprio per tale ragione, già dal 2017, la stessa UNESCO ha adottato una “Strategia d’azione sui cambiamenti climatici” [12], per consentire ai diversi Paesi di intraprendere delle misure atte a mitigare gli effetti nefasti provocati dai fenomeni climatici. Inoltre, l’organo consultivo dell’UNESCO, conosciuto come ICOMOS, ha chiesto a gran voce un’urgente azione collettiva di respiro mondiale per la salvaguardia del nostro patrimonio culturale e naturale dalle minacce provocate dal clima [13]. Pertanto, alla luce delle preoccupazioni sollevate da queste importanti organizzazioni internazionali, ci si aspetterebbe che il nostro governo, apparentemente già così indignato per le rimostranze sostanzialmente innocue degli ecoattivisti, fosse ancora più indignato all’idea che il cambiamento climatico possa provocare danni così ingenti e irreparabili a questo nostro patrimonio. Invece, a quanto pare, non solo in sostanza la sensibilità del nostro governo appare scarsa su questo tema, ma, in un clima di negazionismo scientifico, si tende addirittura a remare in senso contrario, quasi a dare l’impressione di voler indirettamente favorire questo “vandalo” conosciuto col nome di cambiamento climatico.

A riprova di quest’affermazione, basti pensare alla lunga sequela di omessi provvedimenti del governo nel corso degli ultimi mesi, non certo volti a mitigare gli effetti del clima impazzito e dell’inquinamento, ma semmai capaci di far perdere all’Italia 15 posizioni nella graduatoria dei Paesi che stanno adottando misure contro il cambiamento climatico [14]. Nel voler passare in rassegna alcune delle più salienti tra queste omissioni, non possiamo ad esempio dimenticare il freno alle iniziative per mettere al bando i veicoli alimentati con combustibili fossili [15], le deroghe chieste all’Unione Europea per le direttive sulla qualità dell’aria [16], le concessioni fatte agli agricoltori per continuare con l’uso dei pesticidi [17], il definanziamento del pnrr per quanto concerne il rischio alluvioni e dissesto idrogeologico [18], ecc… Di converso, sono stati adottati provvedimenti volutamente pianificati per favorire politiche sempre più energivore e inquinanti, come ad esempio il rafforzamento della collaborazione con ENI per la difesa dei combustibili fossili [19], l’alleanza sul biometano tra Italia e Grecia a discapito dei fondi per la transizione verde [20], gli accordi per l’importazione del gas Algerino [21], l’installazione del rigassificatore di Piombino [22], e la lista sarebbe ancora lunga. La giustificazione formale fornita dal governo per continuare a legittimare l’opera di devastazione ambientale è quella secondo cui la transizione ecologica non dovrebbe basarsi su fanatismi ideologici e, inoltre, non dovrebbe venire attuata a spese degli interessi economici degli italiani, ma se consideriamo che già oggi larga parte del suolo italiano risulta inutilizzabile per la produzione agricola, con il rischio che questa condizione possa interessare la totalità dei suoli entro pochi decenni [23], a dover venire sacrificata sull’altare del profitto non sarà solo l’ineguagliabile bellezza del nostro Paese, in termini storici, artistici e culturali, ma la sopravvivenza stessa del nostro popolo. Pertanto, nella speranza che, fuori da ogni demagogico tentativo di strumentalizzazione ad opera del governo, gli italiani siano davvero affezionati tanto alla propria eredità artistico-culturale quanto al proprio futuro, noi ecosocialisti auspichiamo che la campagna di demonizzazione costruita ad arte per riversare il malcontento dell’opinione pubblica contro gli ecoattivisti possa, alla luce dei dati forniti in questo articolo, ritorcersi come un boomerang contro i veri responsabili della negligenza nei confronti dell’integrità del nostro impareggiabile patrimonio nazionale.

Bibliografia

[1] https://www.fanpage.it/attualita/attivisti-per-il-clima-sparano-fango-contro-la-basilica-di-san-marco-a-venezia-stiamo-affondando/

[2] https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/12/10/denunciati-28-attivisti-extinction-rebellion-blitz-venezia-salvini-chiede-il-carcere/7379079/

[3] https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2024/01/18/condannati-3-attivisti-di-ultima-generazione-blitz-per-motivi-morali_41e6a175-1a89-4138-8fe6-5570ee749f13.html

[4] https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2023/11/22/frecciarossa-in-ritardo-fermata-ad-hoc-per-lollobrigida_df59adce-9347-4a64-8065-017cbe237127.html

[5] https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2024/02/20/agricoltori-bloccano-il-traffico-a-roma-lollobrigida-ci-riceva_1b73ce68-436d-48d5-b371-9d232805c1f3.html

[6] https://www.cambridge.org/core/journals/antiquity/article/abs/climate-change-and-the-loss-of-archaeological-sites-and-landscapes-a-global-perspective/3D44BAC0D4676FEEFDDA14905BEA779E

[7] https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0188142

[8] https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0048969720358745

[9] https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg2/

[10] https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000245977

[11] https://whc.unesco.org/en/guidelines/  

[12] https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000259255

[13] https://www.icomos.org/en/what-we-do/disseminating-knowledge/icomos-working-groups?start=6

[14] https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/12/08/clima-bocciato-il-governo-meloni-litalia-perde-15-posizioni-in-un-anno-pesano-bassa-riduzione-delle-emissioni-e-politica-nazionale-sul-tema/7377813/

[15] https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2023/03/28/ratificato-lo-stop-ai-motori-termici-nel-2035_085a7715-4f6e-4463-a7e9-473a498d047c.html

[16] https://www.linkiesta.it/2024/02/direttiva-europea-qualita-aria-inquinamento-deroghe-pianura-padana/

[17] https://ilfattoalimentare.it/pesticidi-trattori-proteste-agricoltori.html

[18] https://greenreport.it/news/economia-ecologica/il-governo-meloni-ha-riscritto-il-pnrr-definanziandolo-per-159-mld-di-euro/

[19] https://greenreport.it/news/clima/difesa-delle-fonti-fossili-il-governo-meloni-rafforza-la-collaborazione-con-eni/

[20] https://it.euronews.com/2024/02/26/gas-alleanza-sul-biometano-tra-italia-e-grecia-con-i-fondi-ue-per-la-transizione-verde

[21] https://www.ilsole24ore.com/art/gas-ecco-tutti-accordi-siglati-l-algeria-ma-ora-vanno-eliminati-colli-bottiglia-rete-AE3FkPZC

[22] https://www.informazionimarittime.com/post/il-rigassificatore-di-piombino-apre-i-battenti

[23] https://resoilfoundation.org/news/il-suolo-italiano-e-malato-ecco-tutti-i-numeri/

 

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