di Daniel Tanuro*

La conferenza di Glasgow (COP26) avrebbe dovuto avere le seguenti priorità:
1. tener fede alla promessa dei paesi “sviluppati” di contribuire al Fondo verde per il clima, stanziando, a partire dal 2020, almeno cento miliardi di dollari all’anno per aiutare il Sud del mondo ad affrontare la sfida climatica [1];
2. obbligare questi stessi paesi a intervenire finanziariamente per coprire le enormi “perdite e danni” causati dal riscaldamento, soprattutto nei “paesi meno sviluppati” e nei piccoli stati insulari;
3. “aumentare le ambizioni climatiche” dei governi per raggiungere l’obiettivo adottato della COP21 (Parigi, 2015) e cioè “mantenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2°C, continuando gli sforzi per non superare 1,5°C rispetto al periodo preindustriale“.

Sulla carta, Glasgow definisce meglio l’ambiguo obiettivo di Parigi rendendolo più radicale (1,5°C è ora l’obiettivo) e menziona la responsabilità dei combustibili fossili; ma, in pratica, la conferenza non ha messo in atto assolutamente nulla per fermare la catastrofe. “Un passo avanti nella giusta direzione“, hanno commentato alcuni. Esattamente il contrario: ossessionati dalla ripresa neoliberale post- Covid e dalle loro rivalità geostrategiche, i padroni del mondo hanno deciso di:

1. rinviare il versamento promesso di cento miliardi per il Fondo Verde;
2. dire no alle compensazioni per “perdite e danni“;
3. lasciare il campo quasi completamente libero ai combustibili fossili;
4. considerare la stabilizzazione del clima alla stessa stregua di un mercato di “compensazioni di carbonio” e di tecnologie;
5. dotare questo mercato di un meccanismo globale di scambio di “diritti ad inquinare“;
6. da ultimo, ma non ultimo, affidare la gestione di questo mercato alla finanza…cioè ai ricchi, i cui investimenti e stili di vita sono la causa fondamentale del riscaldamento globale.

Il rapporto speciale 1,5°C: una bomba con ricadute sull’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE)

Il rapporto speciale dell’IPCC [Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico è il foro scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente allo scopo di studiare il riscaldamento globale NdT] relativo agli 1,5°C (2019) aveva dimostrato l’imperiosa necessità di rimanere al di sotto di 1,5°C [2]. I pericoli del riscaldamento erano stati sottovalutati. Oltre 1,5°C, le conseguenze di retroazioni positive [L’azione dei gas-serra è infatti accompagnata da importanti meccanismi di retroazione (feedbacks positivi) che tendono a rinforzare il riscaldamento NdT] minacciano di ridurre la Terra a una condizione di “pianeta stufa“[3], con conseguenze disastrose (compreso un aumento del livello del mare di 13 metri o più). La temperatura media della superficie è aumentata da 1,1 a 1,2°C rispetto all’era preindustriale. Al ritmo attuale, la soglia di 1,5°C sarà superata entro il 2030… Conclusione: le emissioni globali “nette” di CO2 devono essere ridotte di almeno il 50% prima del 2030, del 100% prima del 2050 e diventare negative nella seconda metà del secolo.

Questo rapporto ha avuto l’effetto di una bomba. I leader della classe capitalista non possono più nascondere la testa sotto la sabbia. Quelli con un minimo di cervello sono costretti ad ammettere che il riscaldamento globale può andare fuori controllo fino a mettere in pericolo il loro stesso sistema. In questo contesto, anche se portata da neoliberali come Boris Johnson, una politica capitalista che pretende di essere “basata sulla migliore scienza” non poteva certo continuare a mantenere le ambiguità contenute nell’Accordo di Parigi… Per questo la presidenza britannica della COP26 ha proposto che il massimo di 1,5°C diventasse l’obiettivo unico, e questa precisazione è stata ratificata dalla conferenza.

L’IPCC è esplicito: la combustione di combustibili fossili gioca un ruolo decisivo nel riscaldamento. Di conseguenza, le onde d’urto del rapporto 1,5°C sono state avvertite anche dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE). Nel 2021 essa ha pubblicato un rapporto in cui si chiarisce che il raggiungimento della “neutralità carbonica” nel 2050 richiede l’adozione di misure drastiche a brevissimo termine: il divieto, a partire dal 2021, di sviluppare ulteriormente nuovi giacimenti di petrolio e di gas, di aprire nuove miniere di carbone, di ampliare lo sfruttamento di quelle esistenti, di autorizzare la costruzione di nuove centrali a carbone; l’abbandono del carbone dal 2030 nelle economie “avanzate” e la chiusura entro il 2040, “a livello mondiale, di tutte le centrali a carbone e a combustibili fossili...”[4].

Anche questo rapporto ha avuto l’effetto di una bomba. L’AIE aveva fino ad allora sempre sviluppato una visione molto progressiva della “transizione”. Ora eccola improvvisamente sostenere la necessità di un cambiamento radicale verso un “capitalismo verde” organizzato attorno alle energie rinnovabili. Di conseguenza, così come non poteva mantenere l’ambiguità di Parigi, il vertice di Glasgow non poteva continuare a nascondere la responsabilità dei combustibili fossili. Sotto la pressione del settore energetico e dei grandi utenti, ogni COP, dal 1992 in avanti, aveva sistematicamente evitato l’argomento! Questo silenzio non era più tollerabile. La presidenza britannica ha presentato ai delegati una bozza di dichiarazione che chiede alle parti di “accelerare l’eliminazione del carbone e la fine dei sussidi per i combustibili fossili”. Mostreremo più avanti come l’effetto di questa dichiarazione sia stato neutralizzato, anche se la menzione dei combustibili fossili è rimasta nella versione finale.

Colmare il divario: una sfida sempre più ardua di anno in anno

L’Accordo di Parigi ha creato un grande divario tra l’obiettivo (“mantenere l’aumento della temperatura ben al di sotto di etc.”) e i piani nazionali di adattamento ai cambiamenti climatici, detti anche contributi nazionali determinati (NDC). Sulla base di questi NDC, l’IPCC ha previsto un aumento della temperatura di circa 3,5°C nel 2100. Per ridurre il divario (o “gap di emissioni“), la COP21 aveva adottato il principio di una revisione ogni cinque anni, nella prospettiva di “aumentare l’ambizione” dei singoli paesi.

Nel settembre 2020, il divario, tenendo conto di tutte le emissioni di gas, è stimato tra 23 e 27 Gt [miliardi di tonnellate NdT] di CO2-equivalente [5], che deve essere eliminato prima del 2030 se vogliamo rimanere al di sotto di 1,5°C. Le emissioni globali devono quindi essere dimezzate. A seguito dell’annullamento del vertice del 2020 (pandemia), i governi avevano deciso di fare un altro sforzo per “aumentare le ambizioni” in vista di Glasgow. Il risultato: da 3,3 a 4,7 Gt di riduzioni aggiuntive. A malapena un aumento dal 15 al 17% dell’obiettivo totale da raggiungere. Su questa base, la rete scientifica Climate Action Tracker prevede un riscaldamento di +2,4°C (scostamento: da +1,9 a +3°C).

Johan Rockström, direttore dell’Istituto Potsdam, ha consegnato alla COP i dieci messaggi fondamentali più recenti del lavoro scientifico. Il primo è che le emissioni globali di CO2 da sole devono diminuire ogni anno entro il 2030 di 2Gt/anno (5%) per avere una probabilità 50/50, e di 4Gt/anno (10%) per avere una probabilità 50/50 di rimanere sotto 1,5°C. Una riduzione simile è richiesta per il metano e il protossido di azoto [7]. Inutile sperare di raggiungere simili obiettivi con un ritmo quinquennale di revisione dei piani nazionali (NDC). Per questo a Glasgow si è deciso di passare a un ritmo di revisione annuale. Visto da lontano, questo sembra lasciare poche possibilità, seppur piccola, di successo. Visto da vicino, si tratta di una pura illusione.

Per prima cosa si deve infatti tener conto della giustizia climatica. Le riduzioni del 5% e del 10% sono obiettivi globali, da modulare per tenere conto delle “responsabilità differenziate” dei paesi. Rockström ha presentato la valutazione più recente di questo problema: l’1% più ricco della popolazione mondiale deve dividere le sue emissioni per trenta, mentre il 50% più povero potrebbe moltiplicarle per tre. Questo mostra chiaramente che il clima è una questione di classe, una questione importante nel conflitto tra una minoranza possidente e la maggioranza diseredata.

Secondo: lineare in termini matematici (una riduzione di 2 o 4 Gt/anno) non equivale affatto a lineare in termini economici, sociali e politici. Più si riducono le emissioni (o si tenta di ridurle), più si accorciano i tempi (e più si riducono le emissioni), più si scontra con le esigenze capitalistiche di crescita e profitto. Si tratta di una questione molto concreta: nel settore dell’energia, i padroni stanno frenando gli investimenti in combustibili fossili, per limitare gli “stranded assets” (beni svalutati). Poiché i combustibili fossili coprono più dell’80% del fabbisogno, un picco nell’offerta di energia precederà probabilmente il picco della domanda. Nel frattempo: prezzi in forte aumento [8]. Questo è certamente un bene per le compagnie di combustibili fossili, ma alimenta l’inflazione, frustra la ripresa post-Covid e pesa sulle classi lavoratrici; che possono reagire, o affidarsi ai movimenti nazional-populisti. Entrambe le opzioni pregiudicano la stabilità. Calmierare i prezzi ed evitare la penuria energetica richiederebbe un aumento della produzione di combustibili fossili. La Cina lo ha fatto per il carbone e Biden ha chiesto (senza successo) all’Arabia Saudita e alla Russia di farlo per il petrolio. Ma aumentare i combustibili fossili significa aumentare le emissioni…Siamo alla quadratura del cerchio!

Una contraddizione insormontabile, una fonte di caos

La Cina e gli Stati Uniti hanno rilasciato una dichiarazione congiunta nell’ambito della COP26. Non servirà a superare l’impasse. Si tratta in realtà di una dichiarazione tesa a salvaguardare le apparenze. Le due grandi potenze hanno interesse a presentarsi unite quali garanti della stabilità del mondo e del suo clima. Forse cercheranno di collaborare su un aspetto parziale della politica climatica (emissioni di metano?). Ma le tensioni di fondo sono molto forti e tendono ad approfondire i conflitti.

Negli Stati Uniti, la maggioranza democratica è appesa a un filo: l’atteggiamento del senatore Joe Manchin, il fedele amico del carbone. I repubblicani hanno vinto il governatorato della Virginia, sperano di vincere le elezioni di medio termine e stanno facendo campagna contro l’aumento dei prezzi del carburante. La loro vittoria potrebbe cambiare molte cose! In Cina, la stabilità della burocrazia dipende, da un lato, dal progresso del livello medio di vita, dall’altro dall’esaltazione nazionalistica. Il rilancio del carbone non riesce tuttavia ad impedire l’aumento dei prezzi del petrolio. Ci sono molte ragioni perché Pechino continui ripiegarsi verso i suoi problemi interni, accelerando i suoi piani per recuperare Taiwan. Tutto questo è fonte di instabilità.

Da qualsia parte si osservi il problema, ci si scontra con l’impossibilità di una transizione energetica nel quadro capitalista: non si può rilanciare un’economia in crescita basata sull’80% di combustibili fossili, sostituire i combustibili fossili con le rinnovabili, e ridurre drasticamente le emissioni nel brevissimo termine. È fisicamente impossibile. O si riduce la produzione per garantire una transizione, o si sacrifica la transizione sull’altare della crescita del PIL. Tuttavia, val la pena ricordare che “un capitalismo senza crescita è una contraddizione in termini” (Joseph Schumpeter). Conclusione: la contraddizione è insolubile, se non attraverso un cambiamento rivoluzionario del sistema. Finché questa possibilità storica non diventa una possibilità concreta, la contraddizione diventerà sempre più grave di fronte a qualsiasi tentativo di ridurre le emissioni.

Ogni capitalista cerca di spostare il peso sui suoi concorrenti e sui lavoratori. Ogni classe capitalista usa il proprio Stato per spostare il peso sugli Stati rivali e sulle classi lavoratrici. E gli Stati più inquinanti sono quelli imperialisti che dominano i più poveri. Di conseguenza, la crisi ecologica/climatica si combinerà sempre più con gravi sconvolgimenti economici, sociali e politici (e anche militari) sulla base delle seguenti linee:
1. l’aggravarsi delle tensioni sociali con conseguente crisi di legittimità dei poteri, instabilità politica e una sempre maggiore tendenza all’autoritarismo;
2. politiche neocoloniali sempre più brutali verso i popoli del Sud, soprattutto nei confronti dei migranti e delle donne;
3. Rivalità sempre più acuta tra i capitalisti e tra i diversi Stati capitalisti;
4. soprattutto, crescenti tensioni geostrategiche tra Stati Uniti e Cina.
Credere che un tale contesto potrebbe essere favorevole all’attuazione annuale di accordi sul clima che siano all’altezza della sfida è come credere a Babbo Natale.

Una regolamentazione statale potrebbe far risparmiare tempo, ma…

Dobbiamo insistere su questo punto: non c’è soluzione strutturale senza una diminuzione globale della produzione, del consumo e del trasporto, modulata nel rispetto della giustizia sociale. È imperativo “produrre meno, trasportare meno, consumare meno e condividere di più”, condividere la ricchezza e il tempo di lavoro necessario”[9]. Una politica capitalista di regolamentazione, con un ruolo accresciuto dello Stato, non è dunque un’alternativa alla crisi. Allo stesso tempo, potrebbe alleviare la difficoltà. Ma qui c’è una seconda contraddizione: il Capitale non vuole questa politica.

Il protocollo di Montreal sulla protezione dello strato di ozono ha fornito un esempio di regolamentazione efficace. Firmato nel 1987 e attuato due anni dopo, ha organizzato la fine della produzione e dell’uso dei CFC (clorofluorocarburi), adottato un calendario e creato un fondo mondiale (finanziato dai paesi ricchi) per aiutare il Sud [10]. Vent’anni dopo, le emissioni erano diminuite di circa l’80% e l’Organizzazione meteorologica mondiale notava un inizio serio di ricostituzione dello strato di ozono stratosferico.

Questo precedente potrebbe ispirare approcci simili in campo climatico. Tanto più che c’è, per così dire, un precedente nel precedente: riunite a Kigali nel 1996, i sottoscrittori del protocollo sull’ozono hanno deciso di eliminare anche gli HFC (idrofluorocarburi). Dopo Montreal, questi HFC hanno sostituito i CFC. Non distruggono lo strato di ozono ma, come i CFC, hanno un potere radiativo [12] più di mille volte superiore alla CO2. L’aumento delle emissioni di HFC rischiava di annullare il beneficio climatico che era un beneficio indiretto del protocollo sullo strato di ozono. Decidendo di porre fine agli HFC, i governi hanno reso il recupero dello strato di ozono coerente con la lotta contro il cambiamento climatico. L’impatto sul riscaldamento globale non è enorme: entro il 2050, l’accordo di Kigali permetterà di ridurre le emissioni di gas serra di 90 Gt CO2-equivalenti rispetto alle proiezioni, l’equivalente di due anni di emissioni. Ma due anni sono importanti quando ogni anno che passa aumenta la probabilità di passare dalla catastrofe al cataclisma.

Lo stesso metodo permetterebbe di ridurre rapidamente le emissioni di metano. L’effetto serra di questo gas è molto più potente di quello del CO2 [14] e noi ne emettiamo sempre di più. La riduzione delle emissioni degli ecosistemi, dell’agricoltura (soprattutto delle risaie) e dell’allevamento non può essere realizzata con un tratto di penna. Ma eliminare le perdite dalla rete del gas, dai pozzi di petrolio e dalle miniere di carbone è relativamente facile, non richiede cambiamenti strutturali al sistema di produzione e potrebbe ridurre il riscaldamento di 0,5°C rispetto alle proiezioni. Non sono necessarie scoperte tecnologiche, ma solo costringere le aziende a fare gli investimenti necessari. Ma è proprio qui sta il problema: i capitalisti non possono essere forzati, possono solo essere incoraggiati dai meccanismi di mercato. Questa è la doxa neoliberale, sancita dall’Accordo di Parigi. Vedremo che Glasgow esclude più che mai qualsiasi deviazione da questo principio indiscutibile.

Metano e deforestazione: alla ricerca del tempo sprecato?

C’è stata molta copertura da parte della stampa per l’”accordo sul metano“. Alla COP26, più di 100 paesi hanno promesso di ridurre le loro emissioni del 30% entro il 2030. Se questo fosse il caso, il riscaldamento nel 2050 sarebbe di 0,2°C più basso del previsto (meno della metà del potenziale). Tuttavia si tratta solo di una dichiarazione d’intenti. Non ci sono quote per paese, nessun finanziamento per i paesi del Sud, nessuna sanzione per il mancato rispetto… Gli Stati Uniti, l’UE e il Canada sembrano disposti ad agire, è vero, ed è facile capire perché: a parte Trump, i leader capitalisti cominciano a farsi prendere dal panico. Limitare il metano è una linea d’azione abbastanza semplice. Ma c’è una lunga strada da percorrere: Cina e Russia non hanno firmato l’accordo di Glasgow. È anche facile capire perché: sono due grandi emettitori. La loro assenza servirà ovviamente da pretesto ai capitalisti di altri paesi per opporre resistenza. È quindi improbabile che si riesca ad imporre loro qualcosa. Invece, si useranno incentivi e tasse, nella speranza che il costo dell’investimento scenda sotto il prezzo del gas risparmiato. Le classi lavoratrici pagheranno il conto.

La deforestazione pone un dilemma simile. Sarebbe un altro modo per recuperare un po’ del tempo perso da Rio (1992), senza intaccare la struttura dell’apparato produttivo. A Glasgow, 131 paesi hanno promesso di investire 12 miliardi di dollari in un Global Forest Finance Pledge (GFFP). L’obiettivo è quello di “fermare e invertire la perdita di foreste” entro il 2030 [15]. Questo impegno è molto simile a quello preso a New York nel 2014: porre fine alla deforestazione entro il 2030, ridurla del 50% entro il 2020. Nel 2015-2017, il tasso di deforestazione è aumentato del 41%! Alcuni sono contenti perché il GFFP è firmato da Brasile e Russia, quindi più del 90% delle foreste della Terra sono interessate. Ma questo non è garanzia di efficacia. Né è una garanzia di giustizia per i popoli indigeni (i cui diritti e meriti il GFFP riconosce enfaticamente – ma solo a parole).

Per quanto riguarda l’efficacia, è importante rendersi conto che la frase “fermare e invertire la perdita di foreste” non è così univoca come sembra. Per alcuni, sopprimere una foresta NON significa la “perdita di foresta“… se la terra non viene poi utilizzata per altri settori economici. Strana dialettica: si può abbattere una foresta senza “perdita di foresta” se è per produrre, nella monocoltura industriale, “crediti di carbonio“, pellet, carbone o olio di palma. Questa è l’interpretazione data, ad esempio, dall’Indonesia. Ospita uno dei tre grandi massicci di foresta pluviale. Viene gradualmente rasa al suolo per piantare palme. C’era una moratoria, ma due mesi prima della COP26, Jakarta ha rifiutato di estenderla. Il rappresentante indonesiano a Glasgow, dopo aver firmato l’accordo per lo “stop alla perdita di foreste“, ha dichiarato: “costringere l’Indonesia a raggiungere la deforestazione zero entro il 2030 è chiaramente inappropriato e ingiusto” perché “lo sviluppo non dovrebbe essere fermato in nome delle emissioni di carbonio o della deforestazione“. Stop alla perdita di foreste, sì – stop alla deforestazione, no… Per quanto riguarda i popoli indigeni, il caso del Brasile parla da solo: è davvero necessario spiegare perché la firma del GFFP da parte del fascista Bolsonaro, che ha dichiarato guerra alla foresta amazzonica e ai popoli che la abitano, non ha in assoluto credibilità alcuna?

Dietro le vuote promesse, il potere sovrano del Dio Mercato

Il cielo della COP26 è stato imbottito di questo tipo di accordi: sull’uscita dal carbone, sulle auto elettriche, sulla fine degli investimenti transfrontalieri in combustibili fossili, o sulla fine degli investimenti in combustibili fossili sul territorio nazionale. Alcuni paesi hanno persino annunciato con orgoglio l’intenzione di rendere più verde la loro difesa per “ridurre il suo peso ambientale, soprattutto nel campo dell’energia“[17]. A volte è un vero peccato che il ridicolo non uccida – a differenza degli eserciti.

Tutti questi “accordi” sono promesse vuote. Non sono vincolanti, senza misure concrete, senza impegni da parte dei paesi, senza sanzioni per il mancato rispetto. E allora, perché tutto questo? Una parte della risposta è che i governi approfittano dei riflettori sul COP26 per darsi un’immagine verde e compiacere la loro opinione pubblica senza danneggiare gli interessi dei capitalisti… [18]. Ma tutto ciò rinvia ad una precisa spiegazione: le promesse vuote sono in sintonia con l’ideologia neoliberale, che alla fine conosce un solo decisore: il Mercato, cioè il profitto, cioè una minoranza di azionisti.

Carbone e altri fossili: un messaggio molto chiaro

Le prove e le tribolazioni del passaggio dell’accordo di Glasgow sul carbone e altri fossili sono molto illuminanti. Nella prima versione (ispirata dal rapporto dell’AIE!) la COP invitava “le parti ad accelerare l’eliminazione del carbone e la fine dei sussidi ai combustibili fossili“; nella seconda versione la COP “invita le parti ad accelerare lo sviluppo, lo spiegamento e la diffusione di tecnologie e l’adozione di politiche per la transizione verso sistemi energetici a basse emissioni di carbonio, anche aumentando la quota di produzione di elettricità pulita e accelerando l’eliminazione graduale della produzione di energia elettrica a carbone senza interruzioni e l’eliminazione graduale dei sussidi inefficienti ai combustibili fossili[traduzione mia, dall’inglese DT]. L’aria diventa respirabile, ma si parla ancora di “uscire” dal carbone e di “uscire” dalle sovvenzioni ai combustibili fossili; nella terza versione, in seguito a un intervento della delegazione indiana nel bel mezzo della riunione di ratifica, l’espressione “accelerare l’uscita” è sostituita con “accelerare gli sforzi verso la riduzione“.

Il ruolo del governo Modi deve essere denunciato. Ma è chiaro che l’India ha agito non solo per tutto il pianeta carbone, ma anche per tutto il pianeta fossile [19], e con l’appoggio di tutti i cani da guardia del capitalismo, presenti in forze alla COP26 per assicurarsi, come ha dichiarato un padrone finlandese, che la conferenza “si concentrasse sulla crescita verde piuttosto che sulle regolamentazioni, le limitazioni e la tassazione” [20].

Tecnicamente, la portata dell’articolo sui fossili non è molto precisa. “Abbattimento delle emissioni” è una nozione vaga. Secondo l’OCDE, “l’abbattimento si riferisce a una tecnologia applicata o a una misura presa per ridurre l’inquinamento e/o il suo impatto sull’ambiente“. Secondo il G7, “la produzione di energia elettrica a carbone non mitigata si riferisce all’uso del carbone che non è mitigato (sic) da tecnologie che riducono le emissioni di CO2, come la cattura e lo stoccaggio del carbonio” [21]. Queste definizioni potrebbero aprire ai capitalisti possibilità più ampie della costosissima cattura e stoccaggio geologico della CO2 (CCS). Da un lato, la cattura con uso (CCU), dove la CO2 proveniente da impianti a combustibili fossili viene utilizzata in altre industrie per produrre beni. Da queste il gas finirà per fuoriuscire… a volte molto rapidamente (per esempio le bevande gassate). D’altra parte, se i governi considerano le rimozioni di CO2 da parte delle foreste come riduzioni delle emissioni (vedremo più avanti che gli USA e l’UE fanno proprio questo errore!), allora l’abbattimento potrebbe consistere semplicemente nel… piantare alberi.

Politicamente, però, il messaggio è chiaro. In sostanza, i magnati dell’energia stanno dicendo ai governi e ai popoli:
1. Smettete di sognare di uscire dai combustibili fossili, quello che conta è lo sviluppo di tecnologie “verdi“; 2. Non interferite, impedendoci di sfruttare le nostre miniere di carbone e aprirne di nuove, siamo già bravi visto che accettiamo sistemi per ridurre l’impatto della CO2;
3. Non preoccupatevi di imporre una proporzione minima di emissioni da “tagliare“, o un metodo di abbattimento piuttosto che un altro;
5. Se volete davvero tagliare i sussidi ai combustibili fossili, tagliate quelli “inefficienti”, che non contribuiscono a creare valore aggiunto [22]. Questo è il messaggio che i “nostri” governi hanno ratificato a Glasgow, senza che nemmeno venissimo consultati sul suo contenuto finale. Si tratta di una vera e propria presa di potere fossile.

Di corsa verso la “neutralità carbonica nel 2050”

Il potere sovrano del Mercato – cioè il profitto, cioè gli azionisti – si esprime non solo negli “accordi“, ma anche nella corsa dei governi all’obiettivo della “neutralità carbonica nel 2050” (detta anche “emissioni nette zero“). L’Unione Europea, gli Stati Uniti, il Sudafrica, il Brasile, la Russia, il Giappone, l’Arabia Saudita e altri hanno elaborato le loro “strategie“. Più Glasgow si avvicinava, più si moltiplicavano le promesse di “net zero carbon entro il 2050“… e più queste promesse consistevano nel sostituire le riduzioni di emissioni a breve termine con ipotetici assorbimenti di carbonio a lungo termine. Mentre gridavano a gran voce che miravano alla “neutralità carbonica” nel 2050 [23], alcuni governi consegnavano un NDC invariato o addirittura inferiore a quello del 2015!

Climate Action Tracker (CAT) ha messo le cose in chiaro distinguendo tra le politiche climatiche effettivamente attuate, gli NDC realmente migliorati, le promesse fatte alla COP26 e le strategie di “neutralità carbonica nel 2050 ” [25]. È stato detto all’inizio di questo articolo: sulla base delle politiche attuate, l’aumento medio della temperatura sarà di 2,7°C entro il 2100 (scostamento: da +2 a +3,6°C). Il quadro non migliora con l’aggiunta di accordi e strategie zero emissioni nette, al contrario. Nel complesso, “nessun paese ha messo in atto politiche a breve termine sufficienti per mettersi su una traiettoria verso lo zero netto“.

Questa conclusione generale può essere riassunta come segue:
l con gli obiettivi del 2030, ammesso che vengano raggiunti, la proiezione è di +2,4°C (scostamento: da +1,9 a +3°C);
l con gli obiettivi 2030 e gli impegni assunti nel corso della COP26, ammesso che vengano raggiunti e onorati, la proiezione è +2,1°C (scostamento: da +1,7 a +2,6°C);
l con l’aggiunta della promessa di “neutralità carbonica” nel 2050 (“Scenario ottimista?”, secondo il rapporto…), la proiezione è di +1,8°C (scostamento: da+1,5 a +2,4°C). “Questo scenario non è compatibile con l’accordo di Parigi” poiché “non esclude un riscaldamento di +2,4°C“.

Climate Action Tracker ha ulteriormente valutato le strategie “neutralità carbonica” nel 2050 [26]. I ricercatori hanno scelto dieci parametri e hanno adottato un codice a colori (da buono a cattivo: verde, arancione, rosso). Le conclusioni: le strategie di Cile, Costa Rica, Unione Europea e Regno Unito sono considerate “accettabili“; quelle di Germania, Canada, Stati Uniti e Corea del Sud “medie“; quelle di Giappone, Cina, Australia e Nuova Zelanda “scarse“; tutte le altre sono “incomplete” (compresi Brasile, Sudafrica, Russia, Arabia Saudita, ecc.) È chiaro che la maggior parte dei governi sono saltati sul carro della “neutralità carbonica” per darsi una passata di verde per non farsi troppo notare a Glasgow.

Vale la pena guardare la valutazione delle strategie dei paesi sviluppati e della Cina. L’UE è in rosso su due parametri: impegno per l’equità per nulla chiaro, e nessuna distinzione tra rimozione e riduzione delle emissioni. La Germania è due volte in arancione e tre volte in rosso: il suo “net zero” non copre le emissioni del trasporto aereo e marittimo internazionale, e non esclude la “compensazione del carbonio” fuori dai confini nazionali. Stessi segni rossi per gli Stati Uniti, che confondono anche l’assorbimento e la riduzione, e il cui impegno per l’equità manca di chiarezza (non possiamo superarlo!). Per quanto riguarda la Cina, è in rosso su sei parametri e in arancione su altri tre.

Questa analisi conferma pienamente le denunce degli ecosocialisti e di altri attivisti: quando non sono inesistenti o completamente vuote, le strategie “ neutralità carbonica nel 2050” sono incomplete e, nel migliore dei casi, profondamente distorte. Tutto questo parlare di “net zero carbon” è servito solo a rimandare alle calende greche la maggior parte delle 19-23 Gt di CO2-equivalente la cui eliminazione nei prossimi otto anni determinerà se sarà possibile o meno evitare di superare 1,5°C di riscaldamento. Evidentemente, si tratta di un imbroglio bell’e buono; e l’origine di questo imbroglio è chiarissima: evitiamo ogni vincolo, ogni regolamentazione.

Non decidiamo nulla, costruiamo un Mercato che deciderà

Il 5° rapporto di valutazione dell’IPCC ha dichiarato esplicitamente che “I modelli climatici presuppongono mercati pienamente funzionanti e un comportamenti di mercato competitivi” [27]. Questo presupposto a sua volta presuppone la creazione di un mercato con strumenti di mercato. Parigi, nel suo articolo 6, aveva adottato il principio di un “nuovo meccanismo di mercato” per rilanciare i meccanismi globali del protocollo di Kyoto. Una serie di conflitti intercapitalistici ha impedito la realizzazione di questo principio alla COP25 (Madrid), che ha fallito su questo tema. Ma, alleluia!, Glasgow ha raggiunto un accordo. Tutte le parti (Stati, Regioni, Imprese) potranno scambiare i diritti di inquinamento. Questi possono essere generati ovunque sul pianeta con investimenti “puliti”, piantagioni di alberi, conservazione delle foreste esistenti, cattura e sequestro di CO2 (CCS) e cattura e uso di CO2 (CCU).

Uno dei conflitti da risolvere è come evitare il doppio conteggio dei diritti di emissione (da parte del venditore e del compratore). I diritti generati da Kyoto saranno convertibili nel nuovo sistema (la maggior parte di questi diritti non corrisponde a riduzioni reali delle emissioni)? Il commercio di quote sarà tassato per aiutare i paesi del Sud globale a far fronte alle “perdite e ai danni” che stanno vivendo a causa del riscaldamento globale [28]? Non possiamo, nell’ambito di questo articolo, esaminare tutto questo in dettaglio. Nel complesso possiamo dire che “i meccanismi dell’articolo 6 creano così tante scappatoie significative che potrebbero eliminare ogni residua opportunità di portare il mondo sul sentiero di 1,5°C“[29]. Le decisioni prese dalla COP26 potrebbero non essere sufficienti per evitare il doppio conteggio. Il compromesso raggiunto sui vecchi diritti – quelli generati nel 2013 e in seguito saranno convertibili – è una vittoria per i mercanti di aria calda (“Hot air”, cioè le false riduzioni). Soprattutto nel Brasile di Bolsonaro, che possiede molti di questi diritti.

Un prossimo passo sarà quello di elencare gli investimenti puliti e portanti. La lista dell’UE (“tassonomia“, nel gergo) sarà fissata entro la fine dell’anno. La posta in gioco è alta: la “tassonomia” aprirà la strada alla finanza verde. La domanda rimane: l’energia nucleare sarà inclusa? Definirla “energia sostenibile” sarebbe una totale sciocchezza. L’unica cosa sostenibile (nel senso che dura nel tempo) di questa tecnologia sono i rifiuti di cui nessuno sa cosa fare. Inquinerà l’ambiente per decine di migliaia di anni o più. Ma… il mercato è fantastico. La Cina, per esempio, sta progettando di costruire 150 reattori nucleari. Da un punto di vista capitalista, che capovolge tutto (come diceva Marx), sarebbe un’assurdità assoluta perdere questo succosa occasione…fonte di profitti “sostenibili“. Guidati dalla Francia, dieci paesi stanno facendo una campagna per includere il nucleare nella tassonomia. Altri cinque si oppongono, tra cui la Germania. Chi vincerà? Suspence fino alla decisione finale… [30].

Finanza climatica: poveri, cercate di essere attraenti per gli investitori!

L’apice di questa logica criminale viene raggiunta quando si affronta il tema della “finanza climatica“. Essa ha due aspetti, quello dei flussi pubblici e quello flussi privati. Il primo è a sua volta suddiviso in due sottocomponenti: i fondi verdi e la compensazione delle perdite e dei danni. Alla COP26, l’intero pacchetto è stato oggetto di una giornata plenaria: Benvenuti al Finance Day!

Sul Fondo Verde, il Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak (Ministro delle Finanze del Regno Unito) ha detto in sostanza: Ok, il Nord non ha mantenuto la sua promessa. Mi dispiace per questo. Ma siamo a 80 miliardi, arriveremo a cento a partire dal 2023, poi supereremo l’obiettivo e questo compenserà il deficit degli anni precedenti. Questo signore ha dimenticato di ricordare che in realtà nel Fondo Verde ci sono solo 20 miliardi di contributi: il resto sono prestiti. L’accordo promette di raddoppiare i finanziamenti per l’adattamento al riscaldamento globale a partire dal 2025, ma senza garanzie. Un comitato dell’ONU riferirà l’anno prossimo sui progressi verso l’obiettivo dei 100 miliardi di dollari l’anno. Il punto principale è che il Sud è minacciato da una nuova spirale di indebitamento.

La questione delle perdite e dei danni è di gran lunga più esplosiva. Prendiamo l’esempio della Somalia. Ha contribuito allo 0,00026% del cambiamento climatico storico… ma soffre di ripetute siccità, chiaramente attribuibili al riscaldamento. Nel 2020, 2,9 milioni di persone si trovavano in una condizione di grave insicurezza alimentare. L’aiuto internazionale è altamente insufficiente. Kenya, Etiopia, Sudan e Uganda stanno vivendo lo stesso dramma [31]. Chi pagherà? E chi pagherà per i futuri disastri? L’ONG Christian Aid stima che, rimanendo tali le politiche fin qui perseguite, il cambiamento climatico farà diminuire il PIL dei paesi più poveri del 19,6% entro il 2050 e del 63,9% in media all’anno entro il 2100. Il conto delle perdite e dei danni salirà rapidamente a diverse migliaia di miliardi. Il principio del finanziamento da parte dei paesi ricchi è sancito dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ma i governi imperialisti si rifiutano di rispettarlo.

La soluzione miracolosa dovrebbe venire dalla finanza privata. Mark Carney, ex Goldman Sachs, ex capo della Banca d’Inghilterra, presidente del G20 Finance Stability Board, è stato nominato dalle Nazioni Unite “inviato speciale” per la finanza climatica. Poco prima della COP26, ha riunito diversi componenti della “finanza verde” nella Glasgow Finance Alliance for Net Zero (GFanz). GFanz è guidata da 19 CEO di importanti società finanziarie, tra cui Brian Moynihan di Bank of America, Larry Fink di BlackRock, Jane Fraser di Citigroup, Noel Quinn di HSBC, Ana Botín di Santander e Amanda Blanc di Aviva [Anche UBS e Credit Suisse partecipano a GFanz NdT]. Il suo obiettivo è quello di mettere a disposizione “un forum guidato da professionisti per permettere alle imprese finanziarie di collaborare su questioni sostanziali e trasversali che accelereranno l’allineamento della finanza allo zero netto e sostenere gli sforzi di tutte le aziende, organizzazioni e paesi per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi“[33].

Alla COP26, GFanz è stata la grande star del “Finance Day”. Il consorzio vale 130’000 miliardi di dollari. Il Cancelliere dello Scacchiere ha cercato di bluffare esaltando questo “baluardo di storico capitale” pronto a correre in soccorso del pianeta e del suo clima. Traduzione: pronti a finanziare investimenti “puliti”, carbone pulito, idrogeno verde, piantagioni di alberi, conservazione delle foreste esistenti, cattura e sequestro del carbonio (CCS), cattura e uso del carbonio (CCU). Qualunque cosa si voglia, basta che renda bene. Perché le condizioni sono abbastanza chiare: “Per fare questo, gli investitori hanno bisogno di altrettanta chiarezza finanziaria quanto quella necessaria nelle tradizionali operazioni di perdite e profitti“[34]. Poveri, cercate di essere attraenti per gli investitori…

L’ONG Reclaim Finance ha strappato la maschera verde a questi finanziatori. Alla rinfusa: Il benchmark di GFanz (i criteri Race to Zero dell’ONU) non menziona i fossili; i membri dell’Alleanza non sono tenuti a ridurre le loro emissioni indirette (le cosiddette emissioni “Scope3” che rappresentano circa l’88% delle emissioni del settore fossile); nessun obbligo di riduzione assoluta, è sufficiente una misura dell’intensità di carbonio; nessuno dei partner di GFanz vieta o limita l’uso della compensazione; a metà ottobre 2021, 34 dei 58 membri dell’Asset Owner Alliance (uno dei componenti di GFanz) non poneva alcuna restrizione agli investimenti in fossili… [35]; e così via.

Qualche mese prima della COP21, François Hollande ha aperto il summit sul clima delle imprese svoltosi a Parigi con la seguente dichiarazione: “Le imprese sono essenziali perché sono quelle che tradurranno, attraverso gli impegni che si prenderanno, i cambiamenti che saranno necessari: l’efficienza energetica, l’aumento delle energie rinnovabili, la capacità di trasporto attraverso una mobilità che non consuma energia [sic!], lo stoccaggio dell’energia, il modo di costruire gli habitat, l’organizzazione delle città, e anche la partecipazione alla transizione, all’adattamento dei paesi che si stanno sviluppando“[36].

Non possiamo qui che limitarci a riprendere l’interpretazione di questa affermazione che abbiamo dato nel nostro libro Troppo tardi per essere pessimisti: “Amati capitalisti, noi, i politici, vi offriamo il pianeta, le città e le foreste, i suoli e gli Oceani, vi offriamo persino il mercato dell’adattamento dei paesi del Sud alla catastrofe che state imponendo loro; tutto è vostro, prendetelo: questo è il messaggio“[37].

Dal punto di vista del capitale, è sbagliato dire che la COP26 si è risolta in un bla bla bla. È stata invece un’apoteosi mostruosa del neoliberalismo. Questo vertice ha fatto un significativo passo avanti sulla strada della mercificazione totale della Terra, dei suoi ecosistemi e dei suoi abitanti. A beneficio della finanza e a spese dei popoli.

A mo’ di conclusione

I leader politici lo riconoscono tutti (o quasi): l’urgenza è massima, il rischio è incommensurabile, non c’è un momento da perdere. Eppure, da una COP all’altro, nonostante l’illuminazione della “migliore scienza“, il tempo per rispondere viene sprecato e la marcia verso l’abisso sta accelerando. Questa realtà aberrante, allucinante e spaventosa non deriva dall’imbecillità di questo o quel funzionario, né dalla cospirazione di forze occulte: deriva dalle leggi fondamentali del capitalismo, leggi che riescono a corrompere anche la “migliore Scienza“. Fondato sulla concorrenza per il profitto, questo modo di produzione costringe milioni di capitalisti, pena la morte economica, a prendere ogni momento milioni di decisioni di investimento che mirano ad aumentare la produttività del lavoro attraverso le macchine. La caduta del tasso di profitto che ne risulta è compensata da un aumento della massa delle merci prodotte, da un aumento dello sfruttamento della forza lavoro e da un aumento dello sfruttamento di altre risorse naturali. Questo sistema funziona come un automa fuori da ogni controllo. Porta con sé, come la nuvola la tempesta, non solo la guerra – come diceva Jaurès – ma anche un potenziale di sviluppo illimitato, di crescita illimitata della disuguaglianza e di aggravamento illimitato della distruzione ecologica.

Bisogna ripeterlo con forza: c’è un antagonismo insormontabile tra la continuazione di questo sistema e la salvaguardia del pianeta quale ambiente favorevole alla vita e all’umanità. Perciò, come fece Lenin quando scoppiò la guerra nel 1914, dobbiamo prima di tutto, indipendentemente dai rapporti di forza, osare fare una diagnosi chiara: la situazione è “oggettivamente rivoluzionaria“. Con la COP26 di Glasgow, inizia un breve ciclo di avvertimenti sempre più urgenti: o la convergenza delle mobilitazioni sociali permetterà di cominciare a colmare l’enorme divario tra questa situazione oggettiva e il livello di coscienza e di organizzazione degli sfruttati e degli oppressi (il “fattore soggettivo“), o l’automa ci spingerà sempre più a fondo in una barbarie di proporzioni inaudite.

*articolo apparso il 17 novembre 2021 sui siti Quatrième Internationale, A l’Encontre e Gauche anticapitaliste. La traduzione in italiano è stata curata dal segretariato MPS

 

[1] Promessa fatta alla COP di Cancun (2010).
[2] https://www.ipcc.ch/sr15/
[3]
https://www.pnas.org/content/115/33/8252
[4] IEA, “Net Zero nel 2050. Una tabella di marcia per il settore energetico”,
https://www.iea.org/reports/net-zero-by-2050
[5] Gigatonnellate di gas serra calcolati come se fossero tutti CO2.
[6] “Glasgow’s 2030 credibility gap”, https://climateactiontracker.org/publications/glasgows-2030-credibility-gap-net-zeros-lip-service-to-climate-action/
[7]
https://www.youtube.com/watch?v=iW4fPXzX1S0
[8] “COP26: il prezzo del petrolio sale alle stelle anche se il mondo si rivolta contro i combustibili fossili”, Financial Times, 4/11/2021.
[9] Daniel Tanuro, Troppo tardi per essere pessimisti,
Edizioni Alegre, 2020.
[10] https://ozone.unep.org/treaties/montreal-protocol-substances-deplete-ozone-layer/text
[11]
https://public.wmo.int/en/media/news/scientific-assessment-confirms-start-of-recovery-of-ozone-layer
[12] Il potere radiativo di un gas è la sua capacità di assorbire e irradiare la radiazione infrarossa emessa dalla Terra e quindi contribuire all’effetto serra che rende il pianeta adatto alla vita.
[13] Daniel Tanuro, “The Kigali Climate Agreement: From the HFC Tree to the CO2 Forest”, Policy Review,
http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article39236
[14] A breve termine, il potere radiativo del metano è 80 volte quello del CO2. Ma il metano viene rapidamente eliminato dall’atmosfera (per reazione chimica con l’ossigeno). In cento anni, il suo potere radiativo è stimato a 30 volte quello della CO2.
[15] https://ukcop26.org/the-global-forest-finance-pledge/
[16] “La promessa di deforestazione globale della COP26 salverà davvero le foreste?”, Kieran Mulvaney, National Geographic, 5/11/2021.
[17] https://www.dhnet.be/actu/monde/vingt-deux-pays-dont-la-belgique-s-engagent-a-cooperer-pour-adapter-leurs-armees-au-changement-climatique-618e96749978e25ff06207d9?
[18] Esempio: la Francia è orgogliosa di aderire alla coalizione Beyond Gas and Petrol (BOGA). Insieme ad altri undici paesi (pochissimi produttori), promette di smettere di estrarre petrolio o gas… sul suo territorio. Si astiene dalla coalizione tra la Gran Bretagna e gli altri, che promettono di non mettere più denaro pubblico fuori dai loro confini in impianti di combustibili fossili senza abbattimento. L’assenza della Francia da quest’ultima coalizione, e della Gran Bretagna dalla prima, è spiegata dai legami tra Parigi e Total da un lato, e gli interessi fossili di Londra nel Mare del Nord dall’altro.
[19] Vedi l’inchiesta di Global Witness sulle centinaia di pistoleri dei combustibili fossili presenti alla COP https://www.globalwitness.org/en/press-releases/hundreds-fossil-fuel-lobbyists-flooding-cop26-climate-talks/ Leggi anche “A Glasgow, i negoziatori della COP26 fanno poco per tagliare le emissioni, ma permettono ai dirigenti del petrolio e del gas di riposare tranquilli”, Climate News, 12/11/2021: “I rappresentanti della Royal Dutch Shell e della Chevron hanno partecipato sotto le insegne delle delegazioni nazionali o dei gruppi industriali. L’Arabia Saudita e altri stati petroliferi hanno portato i delegati delle loro compagnie petrolifere. La delegazione canadese comprendeva un rappresentante di Suncor, uno dei principali produttori di sabbie bituminose del paese.
[20] Financial Times, 11/11/2021
[21] https://www.e3g.org/news/explained-what-does-unabated-coal-mean/
[22] Il sussidio pubblico per il gasolio da riscaldamento che esiste in Belgio, per esempio, è abbastanza “inefficiente”…
[23] 2060 per la Cina, 2070 per l’India.
[24] Carbon Action Tracker, op. cit.
[25] Climate Action Tracker, “Glasgow’s 2030 credibility gap: net zero’s lip service to climate action.
L’ondata di obiettivi di emissioni nette zero non corrisponde all’azione sul terreno”, https://climateactiontracker.org/publications/glasgows-2030-credibility-gap-net-zeros-lip-service-to-climate-action/
[26] Climate Action Tracker, “Net zero target evaluations”, https://climateactiontracker.org/global/cat-net-zero-target-evaluations/
[27] AR5, WG3, cap. 6, p. 422
[28] Financial Times, 11/11/2021.
[29] CLARA (Climate Land Ambition and Rights Alliance) comunicato stampa, https://globalforestcoalition.org/climate-land-ambition-and-rights-alliance-statement-on-closing-of-cop-26/
[30]
https://www.francetvinfo.fr/monde/environnement/cop26/cop26-cinq-pays-europeens-denoncent-le-classement-par-l-ue-du-nucleaire-comme-investissement-vert_4841371.html?fbclid=IwAR0rbRHrB9DGy-XHuKowtvAUWzXNETVmmT3fnxX_eajhROQVTn01dtkcnvY
[31] https://www.oxfam.org/fr/changement-climatique-cinq-catastrophes- naturale-che-ha-bisogno-di-azione-urgenza
[32] https://mediacentre.christianaid.org.uk/climate-change-could-cause-64-gdp-hit-to-worlds-vulnerable-countries/
[33]
https://www.globalcapital.com/article/299y63wwjw04h50dqpds0/sri/gfanz-becomes-new-oversight-body-for-climate-finance
[34]
https://inews.co.uk/news/politics/cop26-rishi-sunak-unveils-130-trillion-commitment-to-help-developing-nations-fight-climate-change-1281644
[35]
https://reclaimfinance.org/site/wp-content/uploads/2021/11/FINAL_GFANZ_Report_02_11_21.pdf
[36] http://www.elysee.fr/declarations/article/discours-lors-de-l-ouverture-du-sommet- des-entreprises-for-the-climate-unesco/
[37] Op. cit.

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