Di Jason Hickel e Dylan Sullivan. Traduzione di Marco Toma

Nel corso di diversi anni, una nuova narrazione riguardo la povertà globale è cominciata ad essere introdotta nel discorso mainstream. Essa afferma che la povertà estrema – una condizione di assoluta privazione associata con grave carenza calorica e nutritiva e all’impossibilità di accedere ai beni primari-è la condizione naturale dell’umanità, che affliggeva il 90% circa della popolazione mondiale prima che la nascita del capitalismo la liberasse dalla miseria. Questa narrazione si rifà in gran parte a un grafico che mostra la proporzione della popolazione vivente in estrema povertà fino al 1820, per poi scendere rispetto a questo punto di partenza del 90%. Il grafico è stato originariamente sviluppato dall’ex economista della Banca Mondiale Martin Ravallion e in seguito reso popolare da Steven Pinker nel suo bestseller “Enlightenment Now”. E da questo momento ha circolato ampiamente sui Social Media.

Questa narrazione soffre di diversi problemi empirici, comunque, che noi abbiamo esplorato in un recente articolo pubblicato in “World Development”. Per prima cosa, la misurazione della povertà richiede dati sui consumi familiari, ma questi non sono generalmente disponibili prima del decennio 1980.Per aggirare questo limite, il grafico Ravallion /Pinker si affida sul tasso della crescita storica del PIL come un indicatore di variazione consumi familiari. Questo non è un metodo valido, comunque, perché i dati empirici mostrano che i 2 indicatori generalmente non vanno di pari passo. Come rileva l’economista Angus Deaton, i sondaggi PIL e dei consumi familiari “evidentemente misurano cose diverse”. Questo problema è particolarmente acuto nel periodo coloniale, che è stato caratterizzato dalla distruzione e espropriazione delle economie di sussistenza – interventi che possono aver incrementato il PIL mentre contemporaneamente limitavano l’accesso ai beni di sussistenza e sopravvivenza della popolazione. Per una discussione dettagliata di ciò che è (e non è) contabilizzato nel PIL storico, vedi Appendice A del nostro testo su “World Development”.

Il secondo problema è che il grafico è basato sulla soglia della povertà estrema fissata dalla Banca Mondiale a 1,90 dollari (parità del potere d’acquisto PPP nel 2011). Questa metrica è stata sotto l’occhio critico negativo per più di un decennio, perché i PPs sono basati sui prezzi dell’intera economia, quando la componente della povertà è il prezzo dei beni essenziali che sono necessari per i bisogni di base (come cibo, abitazioni, e carburanti). Questi prezzi variano in modo ampio nel tempo e nello spazio in modi che non sono rilevati dai PPs. Per correggere questo, gli storici dell’economia hanno sviluppato metodi di misurazione del reddito comparando frontalmente il costo dei bisogni primari. Applicando questo metodo all’India si evidenzia che l’estrema povertà è relativamente bassa nell’era precoloniale (forse intorno al 10% alla fine del sedicesimo secolo), e si “accresce” durante il periodo dell’integrazione nel sistema capitalista, dal 23% del 1810 fino a oltre il 50% nella metà del ventesimo secolo, in stridente contrasto con la narrazione suggerita dal grafico Ravallion /Pinker.

Una più recente versione del grafico Ravallion /Pinker è stata pubblicata dall’OCSE, e mostra una curva simile, ma con un più basso indice di povertà (75%), nel periodo storico. Questa versione usa il costo dei bisogni di base invece della soglia di 1,90 dollari PPA, ma basa ancora comunque i tassi di crescita PIL come un indice di variazione dei consumi familiari (mentre si presume che i consumi delle famiglie crescano a ritmi più lenti dopo gli anni 50, il rapporto è determinato exogeneticamente, e vengono usati i tassi di crescita PIL inalterati anteriormente al 1950).Il grafico OCSE è un miglioramento sostanziale della versione Ravallion /Pinker, ma non supera questo fondamentale problema. Noi affrontiamo questo problema nell’Appendice A dell’articolo su “World Development”.

Un terzo limite del grafico è che parte da questa data: 1820.Il grafico è stato usato per narrare una storia riguardo il capitalismo, ma l’economia globale capitalista si è affermata e stabilita tra il quindicesimo e sedicesimo secolo. In altre parole, il grafico esclude più di 300 anni di storia rilevante. Durante questo periodo, la crescita economica dell’Europa Occidentale, è dipesa dai processi di espropriazione che hanno causato grandi sconvolgimenti sociali (per esempio, le recinzioni europee occidentali, la “seconda servitù della gleba” dell’Europa orientale, la schiavitù di massa degli africani, la colonizzazione delle Americhe e dell’India, e così via). Il grafico esclude questi elementi storici e dà l’impressione che la povertà nel 1820 sia una condizione primordiale.

Dati questi evidenti problemi, la narrazione pubblica standard sulla storia dell’estrema povertà ha bisogno di un rivalutazione. Per questo scopo, noi abbiamo adottato un approccio empirico per esaminare l’impatto sociale dell’espansione capitalista e integrazione, usando i dati sui salari reali

(rispetto del costo dei bisogni di base),sulla statura materiale umana , e mortalità partendo dal lungo sedicesimo secolo, per 5 regioni del mondo(Europa, America Latina, Africa Sub-Sahariana, Asia meridionale, Cina). Questi dati portano a 3 conclusioni.

Primo. Non è certo che il 90% (o al massimo il 70%)della popolazione globale sia vissuta in estrema povertà fino al sorgere del capitalismo. Storicamente, i lavoratori urbani non specializzati in tutte le regioni tendevano ad avere salari elevati abbastanza da sostenere una famiglia di 4 persone oltre la soglia di povertà. L ‘estrema povertà sembra emergere in modo predominante durante i periodi di disagio sociale ed economico, come carestie, guerre, e espropri istituzionalizzati, con particolare prevalenza sotto il colonialismo. Piuttosto che essere la naturale condizione dell’umanità, l’estrema povertà è un sintomo di grave sconvolgimento e disgregazione sociale.

La seconda conclusione è che l’ascesa del Capitalismo è coincisa con un deterioramento del benessere umano. In ogni regione che noi abbiamo valutato, l’incorporazione nel sistema globale capitalista si è associata con un declino nei salari al di sotto del livello di sussistenza, un deterioramento nella statura materiale umana, e un marcato ritorno alla mortalità prematura. In molte zone dell’America Latina, Africa subsahariana, e Asia Meridionale, i parametri chiave del benessere non si sono ancora rialzati da questa situazione.

La nostra terza conclusione è che nelle regioni dove si è verificato un progresso, è cominciato molto dopo rispetto a ciò che il grafico Ravallion/Pinker suggerisce. Nelle regioni centrali dell’Europa Nord Occidentale, gli standard di benessere cominciarono a migliorare nel decennio 1880, quindi all’incirca 4 secoli dopo l’emergere del Capitalismo. Nella periferia e semiperiferia, il progresso cominciò nella metà del ventesimo secolo. Che corrisponde con la nascita del lavoro organizzato, del movimento anticoloniale e di altri movimenti radicali e progressisti, che organizzarono la produzione intorno a questi fattori :venire incontro alle necessità umane, ridistribuire la ricchezza e investire in sistemi di servizio pubblico (in Europa, investimenti in sanità, educazione, e altre forme di sicurezza sociale pubbliche, facendo crescere dalla cifra vicina allo zero % del PIL della fine del diciannovesimo secolo a un terzo circa del PIL nella metà del decennio 1970).

Per una completa discussione su queste indagini, rimandiamo i lettori alla nostra pubblicazione su “World Development”. Qui noi cerchiamo di ampliarle con riflessioni aggiuntive sul Capitalismo e la povertà, il ruolo dell’industrializzazione e le implicazioni per le politiche future.

L ‘Estrema povertà non è un parametro legittimo per il progresso sociale.

 E’ importante chiarire immediatamente che l’estrema povertà è definita in termini di beni di sussistenza. Si riferisce all’impossibilità di accedere alla nutrizione di base, alloggio, vestiario e carburante. Non si riferisce agli standard di alto benessere come accesso all’energia elettrica, moderne strutture sanitarie, frigoriferi, e così via, che abbiamo a disposizione ai giorni nostri. Non è difficile però soddisfare i bisogni di una sussistenza di base, e i dati storici suggeriscono che le comunità umane sono normalmente capaci di farlo, anche in un contesto preindustriale, con il loro proprio lavoro e con le risorse loro disponibili nell’ambiente circostante o attraverso gli scambi commerciali. Le principali eccezioni si hanno con popolazioni tagliate fuori dalla terra e beni comuni, o quando il loro lavoro, risorse, e capacità produttive sono espropriate da una classe governativa o un potere imperiale. I dati storici che noi esaminiamo mostrano che è stato il processo di colonizzazione e integrazione capitalista a spingere la popolazione nell’estrema povertà e provocare il deterioramento degli indicatori sociali.

L’ implicazione cruciale di questa indagine è che l’estrema povertà non dovrebbe essere usata come un parametro di misurazione del progresso. L’ estrema povertà non dovrebbe esistere, punto e basta. Il fatto che oltre il 17 % della popolazione mondiale viva in estrema povertà oggi (secondo i dati di Robert Allen sulla povertà dovuta dei bisogni primari) dovrebbe essere compreso come un atto d’accusa del nostro sistema economico. È un segno che uno sconvolgimento sociale grave rimane istituzionalizzato, nell’economia capitalista mondiale. D’accordo, la prevalenza dell’estrema povertà è più bassa oggi rispetto all’apice del periodo coloniale, ma non è una ragione sufficiente di autocelebrazione. Il livello massimo coloniale fu un effetto della politica capitalista e non sarebbe mai dovuto esistere.

Inoltre, l’estrema povertà può essere e dovrebbe essere eliminata immediatamente. Non richiede altri incrementi nella produzione aggregata, non richiede una mobilitazione massiccia per la carità. Piuttosto, c’è bisogno soltanto di ridare l’accesso delle popolazioni alle risorse di base per la loro sopravvivenza. L’ economia mondiale attuale, a dispetto del suo straordinario risultato, appare incapace di raggiungere questo obiettivo fondamentale: le proiezioni indicano che con i trend esistenti per far finire l’estrema povertà ci vorranno almeno 40 anni, anche secondo i parametri inadeguati della Banca Mondiale (dopo tre decenni di quanto promesso dagli obiettivi dello sviluppo sostenibile), e forse un secolo. Questo dovrebbe essere condannato come un fallimento. Al contrario, noi siamo costretti ad accettare come “normale” una forma di sofferenza che non deve esistere e che può essere eliminata immediatamente. E come? Noi dobbiamo assicurare ai contadini l’accesso a un terreno produttivo, ai lavoratori un impiego sicuro e salari dignitosi, e un accesso universale ad alloggi e cibo a prezzi accessibile. Ciò non è complicato, è fondamentale.

Una persona cerca cibo nelle cassette abbandonate

 

All’interno del capitalismo, il progresso del Nord del mondo è dipeso dall’imperialismo.

 Il dato storico dimostra che il notevole progresso sugli indicatori di benessere si sono verificati nell’intera economia dopo il 1880, con la nascita dei movimenti dei lavoratori, i partiti socialdemocratici, e i movimenti che assicuravano il suffragio per i lavoratori e, in seguito, per le donne. Questi avanzamenti, subirono un’accelerazione agli inizi e poi a metà del ventesimo secolo, determinando rapporti di benessere molto elevati. È cruciale capire che i guadagni durante questo ultimo periodo furono determinati non soltanto grazie ai movimenti progressisti all’interno del centro, ma anche per i movimenti socialisti periferici, che erano (soprattutto nel caso dell’URSS) la dimostrazione che le alternative socialiste e comuniste potessero essere possibili. Il sorgere del socialismo nell’Est europeo inspirò i movimenti socialisti in occidente (il più famoso in Germania, che arrivò sull’orlo di una rivoluzione di questo tipo durante le rivolte Spartachiste e della Ruhr del 1919-1920). Questi movimenti rivoluzionari rappresentarono un vero pericolo per il capitalismo al centro. Il capitalismo è sopravvissuto in parte schiacciando questi movimenti – molto spesso violentemente, ma anche facendo concessioni alle richieste della classe operaia, inclusi miglioramenti salariali e qualche pubblico servizio, ma mai cedendo alle richieste fondamentali di demercificazione e democrazia economica. Ovvero, l’ascesa di uno stato sociale socialdemocratico.

L ‘accumulazione di capitale richiede comunque, manodopera a basso costo, e queste concessioni avrebbero messo in ginocchio il capitalismo nel suo centro, se non fosse per il fatto che i capitalisti erano capaci di ottenere manodopera a basso costo invece nella periferia, attraverso forme di appropriazione coloniali e neocoloniali, che continuano ancora oggi. Il privilegio esclusivista

dell’imperialismo ha permesso al capitale del centro il mantenimento dell’accumulazione nonostante le concessioni alla sua classe lavorativa – un privilegio che non è disponibile per la maggior parte degli stati della periferia. Questa è la spiegazione della estrema disparità che persiste tra gli indicatori sociali nel nucleo centrale capitalista (dove il rapporto medio di benessere di un lavoratore non specializzato è 10-20) rispetto a quelli nella periferia del mondo capitalista, dove il rapporto medio di benessere è poco meno di 2, e dove in molti casi i salari e le non si sono ancora ripresi dalla crescita della povertà causata provocata dal periodo dell’integrazione capitalista. Per capire la relazione tra capitalismo e benessere umano oggi, dobbiamo dare uno sguardo alle condizioni di vita nella periferia capitalista.

Di certo, il nucleo centrale capitalista avrebbe potuto prendere una direzione diversa. Accettando le richieste dei lavoratori e dei movimenti anti imperialisti, abbandonando gli imperativi dell’accumulazione del capitale, e andando in una transizione per un sistema postcapitalista, raggiungendo così un progresso senza imperialismo. Il progresso sociale non ha bisogno dell’imperialismo. Questo lo fa il capitalismo.

Il progresso oggi andrebbe misurato non con gli standard di una vita decente.

 Va notato che l ‘estrema povertà non è stata la condizione normale dell’umanità fino alla nascita del capitalismo e non. Chiaramente nessuno poi aveva accesso agli elevati standard di benessere che sono disponibili ai giorni nostri. E ‘qui il punto dove l ‘industrializzazione e lo sviluppo tecnologico diventano così importanti. L’ industrializzazione ha prodotto la capacità di produrre nuovi beni che non esistevano in passato: elettricità, moderna assistenza sanitaria, trasporto pubblico, combustibile pulito per cucinare, istruzione superiore, tecnologia delle comunicazioni, beni durevoli domestici, e così via, che hanno reso possibile di raggiungere alti livelli di produttività, aspettative di vita più alte e una vita decente per tutti. In base a questi standard, è ovvio che molta parte della popolazione era povera prima dell’industrializzazione, poiché questi beni non esistevano o erano molto rari.

Noi abbiamo già stabilito che la povertà estrema non è un parametro legittimo di misurazione del progresso in ogni periodo temporale. Ma è certo che non dovrebbe essere usato come soglia per il benessere umano oggi. I beni di ordine superiore che esistono attualmente sono essenziali per una vita dignitosa e dovrebbero essere accessibili per tutti. In termini di quota delle capacità produttive globali, questo non richiede molto (come con i beni di base tipo cibo e abitazioni nel periodo preindustriale). La misura della povertà dignitosa è incredibile ancora oggi: 2.4 miliardi di persone senza sicurezza alimentare. 3.2 miliardi non possono avere una dieta sana. 3.2 miliardi non hanno un fornello pulito. 3.6 miliardi non hanno strutture sanitarie gestite in modo sicuro. Dai 3. 8 ai 5 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi sanitari essenziali.

Questo non è perché vi è un deficit della capacità produttiva (al contrario, questi beni possono essere procurati per ciascuno molto facilmente oggi sul pianeta), ma perché la produzione rimane organizzata sopra ogni cosa prevalentemente sull’accumulazione di capitale e sulla massimizzazione dei profitti piuttosto che sui bisogni umani e al mantenimento del benessere. E anche le economie centrali sono private di un vivere decente, nonostante l’alto livello di produzione, con milioni di persone che non hanno accesso a alloggi dignitosi, assistenza sanitaria, e nutrizione. Sebbene i movimenti sociali progressisti abbiano ottenuto molti successi durante lo scorso secolo, in termini di garanzia di salari equi, servizi pubblici, e diritti economici, dobbiamo ancora lottare per raggiungere una vera economia equa.

La prevalenza maggioritaria della privazione di un vivere dignitoso nel ventunesimo secolo sottolinea un fatto importante: l ‘industrializzazione non garantisce il miglioramento degli standard di vita della gente comune. Come sempre, le questioni chiave sono: come viene utilizzata la capacità industriale? Per assicurare una vita decente per tutta la collettività, o per essere al servizio dell’accumulazione di capitale? Come è organizzata la divisione del lavoro? Tutte le regioni sono uguali come ruolo nella produzione industriale, o alcune sono solo fornitori sottomessi nelle catene globali delle materie prime? Quale è il trattamento dei lavoratori? Hanno il controllo sui mezzi di produzione e un accesso certo ai servizi e beni essenziali? Tutto questo dipende dal sistema politico, dal sistema di approvvigionamento, dall’equilibrio del potere di classe. L’industrializzazione è una condizione necessaria ma non sufficiente per raggiungere una vita decente per tutti. Lo sviluppo umano dipende dalla forza dei movimenti sociali progressisti che spingono per organizzare la produzione sui bisogni umani più che all’ accumulazione delle elite.

Nel Sud globale, il capitalismo limita lo sviluppo tecnologico.

 Sorge la domanda: se la produzione industriale è necessaria per andare verso gli standard attuali di vita decente, allora il capitalismo – nonostante il suo negativo impatto sugli indicatori sociali durante gli ultimi 500 anni-è necessario per sviluppare la capacità industriale di raggiungere questi obiettivi di ordine superiore. Questo è stato il presupposto dominante nell’economia dello sviluppo per tutto questo mezzo secolo. Ma non regge a una analisi empirica. Per la maggior parte del mondo, il capitalismo ha storicamente limitato, più che consentito, lo sviluppo tecnologico -e questa dinamica rimane ancora oggi uno dei maggiori problemi.

E’stato a lungo riconosciuto da liberali e marxisti che l’ascesa del capitalismo nelle economie principali, è associato con la rapida espansione industriale, in una scala senza precedenti sotto il feudalesimo o altre strutture di classe precapitaliste. Ciò che è poco capito è che questo stesso sistema ha prodotto l’effetto opposto nella periferia e semiperiferia. In effetti, l’integrazione forzata delle regioni periferiche dentro il sistema capitalista mondiale durante il periodo dal 1492 al 1914, fu caratterizzato da una diffusa deindustrializzazione e agrarizzazione, con nazioni costrette a specializzarsi nella produzione agricola e in altri beni primari, spesso sotto regimi “premoderni” e apparenti condizioni “feudali”.

Nell’Europa orientale, per fare un esempio, il numero di persone abitanti le città si ridusse di più di un terzo durante il diciassettesimo secolo, quando la regione divenne un’economia agraria e servile che esportava grano e legname a basso costo verso l’Europa occidentale. Allo stesso tempo, Spagna e Portogallo coloniali stavano trasformando i continenti americani in fornitori di metalli preziosi e beni agricoli, con la produzione urbana soppressa dallo stato. Quando il sistema mondiale capitalista si espanse in Africa nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, le importazioni di stoffe e acciaio britannici distrussero la produzione tessile indigena, e la fusione del ferro, mentre gli africani furono costretti a specializzarsi nella produzione di olio di palma, arachidi, e altre colture a basso costo prodotte con il lavoro degli schiavi. L’ India -un tempo il più grande centro manifatturiero del mondo – ha sofferto un destino simile dopo la colonizzazione britannica nel 1757.Dal 1840, i colonizzatori britannici si vantavano che “erano riusciti nella conversione dell’India da un paese manifatturiero in un paese esportatore di prodotti grezzi”. Più o meno la stessa storia accadde in Cina dopo che fu costretta ad aprire la sua economia locale domestica al commercio capitalista durante l’invasione britannica del 1839-42. Secondo gli storici, l ‘influsso dei tessuti europei, saponi, e altri beni manifatturieri “distrussero l’industria rurale nei villaggi, causando disoccupazione e difficoltà per i contadini cinesi”.

La grande deindustrializzazione della periferia fu realizzata in parte attraverso politiche di intervento dallo stato centrale, come l’imposizione di proibizioni coloniali sul manifatturiero e attraverso “trattati ineguali”, che andavano intesi come un mezzo per distruggere la competizione industriale dei produttori del Sud, e stabilire mercati vincolati per produzione industriale occidentale e posizionare le economie del Sud come fornitrici di manodopera e risorse a basso costo. Ma queste dinamiche furono rinforzate anche dalle caratteristiche strutturali di mercati orientati al profitto. I capitalisti impiegavano nuove tecnologie solo dove gli conveniva. Questo può rappresentare un ostacolo per lo sviluppo economico se ciò riguarda una piccola domanda per la produzione domestica industriale interna (causa i bassi redditi, concorrenza straniera, ecc.), o se il costo dell’innovazione è alto.

I capitalisti nel Nord globale hanno superato questi problemi perché lo stato è intervenuto estensivamente sull’economia stabilendo tariffe alte, provvedendo a sussidi pubblici, assumendosi i costi di ricerca e sviluppo, e garantendo adeguate domande dei consumatori attraverso spesa pubblica. Ma nel Sud del mondo, dove il supporto statale per l’industria è stato precluso da secoli di colonialismo diretto e indiretto, è stato molto più conveniente per i capitalisti di esportare beni agricoli a basso costo che investire in tecnologie manifatturiere ad alta energia. La redditività di nuove tecnologie dipende anche dal costo del lavoro. Nel Nord, dove i salari sono relativamente elevati, i capitalisti hanno storicamente trovato redditizio l’impiego di tecnologie che risparmiano manodopera. Ma nelle economie periferiche, dove i salari sono stati pesantemente compressi, spesso risulta più economico usare tecniche di produzione lavoro ad alta intensità di manodopera, piuttosto che pagare macchinari costosi.

Sicuramente, la divisione globale del lavoro ha subito un cambiamento dalla fine del XIX secolo. Molte delle industrie leader di quei tempi, incluso il tessile, l’acciaio, e i processi di catena di montaggio, sono state esternalizzate a economie periferiche a basso salario, come India e Cina, mentre gli stati centrali si sono rivolti verso le attività innovative, l’aereospaziale ad alta tecnologia e l’ingegneria biotech, e l ‘agricoltura ad alta intensità di capitale. Ma ancora il problema fondamentale di base rimane. Sotto la globalizzazione neoliberale (programmi di aggiustamento strutturale e regole dettate dall’ OMC), i governi nella periferia sono generalmente preclusi all’ uso di tariffe, sussidi, e altre forme di politica industriale per realizzare uno sviluppo significativo e una sovranità economica, mentre la deregulation del mercato del lavoro e l’arbitraggio del lavoro globale hanno mantenuto i salari estremamente bassi. In un simile contesto, con la spinta per massimizzare i profitti, porta i capitalisti del Sud e gli investitori stranieri a riversare le risorse in settori di esportazione relativamente a bassa tecnologia, a scapito di linee industriali più moderne. Inoltre, per quelle parti della periferia che occupano i gradini più bassi delle catene globali delle merci, la produzione continua a essere organizzata secondo le soprannominate linee premoderne, anche con la nuova divisione del lavoro. Nel Congo, per esempio, i lavoratori vengono mandati in miniere pericolose senza nessun equipaggiamento di sicurezza, scavando tunnel profondi nel terreno con nient’altro che pale, spesso costretti dalla minaccia delle armi dalle milizie appoggiate dagli Stati Uniti, così Microsoft e Apple possono assicurarsi il coltano a buon mercato per i loro dispositivi elettronici. I processi di produzione premoderna basati della “tecnologia” della coercizione del lavoro sono anche praticati nelle piantagioni di cacao del Ghana e della Costa d’Avorio, dove bambini ridotti in schiavitù lavorano in condizioni brutali per corporation come Cadbury, o il settore dell’export delle banane della Colombia, dove contadini ipersfruttati sono tenuti in riga da un regime di terrore rurale e esecuzioni extragiudiziali supervisionate da squadroni della morte privati.

Uno sviluppo globale ineguale, incluso il persistere di produzione apparentemente “feudali”, non è inevitabile. È un effetto della dinamica capitalista. I capitalisti nella periferia trovano più redditizio impiegare manodopera a basso costo soggetta a condizioni di schiavitù o ad altre forme di coercizione piuttosto che investire nell’industria moderna.

 

Uno sviluppo efficace richiede una pianificazione pubblica.

 Gli assetti esistenti dell’economia mondiale non possono garantire uno sviluppo significativo nel Sud del mondo. Come abbiamo visto, le dinamiche imperialiste e l’orientamento del capitale nazionale e l ‘investimento straniero vanno contro questa possibilità. I movimenti anticoloniali della metà del ventesimo secolo avevano compreso questo. Sapevano che per raggiungere lo sviluppo sarebbe stato necessario mobilitare direttamente la produzione per aumentare la creazione di prodotti chiave, lo sviluppo delle tecnologie necessarie, e fornire beni e servizi essenziali.

Gran parte di questi movimenti erano ispirati dai principi socialisti, a vari livelli, che vedevano come necessari per la sovranità economica e il progresso sociale. Molti erano influenzati dai risultati raggiunti dalla Rivoluzione Russa. Prima del 1917, la Russia era un entroterra agricolo a basso salario che esportava materie a basso costo (grano, canapa, lino, ecc.) verso l’Europa occidentale. Nel 1899, il ministro delle finanze russo Sergei Witte notò che “le relazioni economiche della Russia con l’Europa occidentale sono pienamente comparabili alle relazioni dei paesi coloniali con le loro metropoli “. La rivoluzione comunista, e la transizione alla pianificazione nel 1928, trasformarono questo assetto. Con la fissazione di obiettivi di produzione impianto per macchinari, fabbriche, e altri beni di produzione, l’URSS fu capace di incrementare la produzione in settori che sono di solito trascurati sotto le condizioni del capitalismo periferico. La produzione industriale sovietica si ampliò rapidamente oltre nei successivi 13 anni: la produzione materiali di ghisa aumentò del 352%. E l ‘energia elettrica del 857%. Il l numero di macchine utensili del 1,997 %. E il numero dei veicoli a motore del 28,457 %. Dal decennio 1950, in una sola generazione come arco temporale, l’URSS diventò una nazione con una moderna economia industriale e il primo paese a raggiungere vari traguardi importanti nel campo dell’ingegneria aerospaziale, tra cui il primo uomo nello spazio e la creazione della prima stazione spaziale.

 

Diverse nazioni del sud globale hanno adottato strategie simili di pianificazione

a metà del ventesimo secolo. Altre hanno intrapreso un approccio “sviluppista” ” più misto, basato su una politica industriale all’interno di una economia di mercato. La maggior parte ha usato tariffe e sussidi per supportare l’industria nazionale, oltre alla riforma agraria, nazionalizzazione, controlli del capitale, e finanza pubblica per mobilitare investimenti per settori e pubblici servizi trascurati. Questo approccio è riuscito a garantire un rapido sviluppo e miglioramenti nei risultati sociali durante gli anni 50 fino al decennio 1970, superando secoli di stagnazione e declino. Le prove che analizziamo in “World Development” dimostrano come questo progresso sia avvenuto nei casi di America Latina, Africa Subsahariana, Asia meridionale, Cina.

Il successo di queste strategie non dovrebbe apparire come una sorpresa. Dopo tutto, durante la cosiddetta prima rivoluzione industriale (dal 1750 al 1840 circa), l ‘Inghilterra fu uno dei più forti stati interventisti nel mondo, usando elevate tariffe protezioniste, aliquote elevate di tassazione, e una spesa pubblica di deficit pubblico per edificare e dirigere capacità industriali. Germania, Giappone, e Stati Uniti usarono simili politiche di intervento per “raggiungere l’Inghilterra dal 1850 in poi. Più recentemente, sappiamo che l ‘investimento pubblico è stato responsabile per molte delle maggiori innovazioni della rivoluzione IT, incluso Internet, GPS, Touch Screen, tecnologia dei cellulari, batterie agli ioni di litio, microdischi rigidi display a cristalli liquidi, e Siri, tra le altre.

Per i paesi comunisti nella periferia, l ‘obiettivo non è solo mobilitare risorse per l’industrializzazione, ma organizzare la produzione intorno ai pubblici servizi e bisogni umani in modi che erano stati negletti o resi addirittura impossibili sotto il capitalismo. Studi empirici dimostrano che hanno raggiunto un miglior risultato sociale più delle loro controparti capitaliste a qualsiasi livello della produzione nazionale, inclusi aspettative di vita più alte, un miglior livello di istruzione, e un più basso indice di mortalità infantile. Hanno anche ottenuto forti progressi contro l’estrema povertà: dal decennio 1980, il prevalere della povertà da bisogni primari era quasi zero in Cina e Russia. Come l’economista Amartya Sen ricorda nel suo studio del 1981 riguardo i risultati ottenuti nel campo della salute e dell’istruzione nel mondo: “Un pensiero che è destinato a sorgere è quello per cui il comunismo è positivo per eliminare la povertà “. Sen mette un particolare accento sulla differenza drammatica di mortalità tra Cina e India, suggerendo che l ‘India soffre di più di 31 milioni di morti in più ogni 8 anni paragonati alla percentuale di mortalità in Cina-morti che avrebbero potuto essere prevenute con delle semplici politiche per assicurare un accesso universale al cibo e all’ assistenza sanitaria.

Ma, sicuramente, questo approccio – e l’età della sovranità economica nella periferia – non è durato a lungo. La politica di sviluppo socialista e diretta dallo stato ha limitato l’accesso del Nord alla manodopera e alle risorse a basso costo, così gli stati centrali sono intervenuti, in qualche caso con la deposizione di governi progressisti e nazionalisti attraverso colpi di stato(nella Repubblica Democratica del Congo, Indonesia, Brasile, Ghana, Cile, e così via), in altri imponendo programmi di aggiustamento strutturale che hanno invertito le politiche dei movimenti anticoloniali(abolendo tariffe protettive e sussidi, tagliando la produzione pubblica e i pubblici servizi, e privatizzando i beni nazionali) . I dati presentati nel nostro documento su “World Development” indicano che questi interventi neocoloniali hanno invertito il progresso fatto durante il periodo dello sviluppo con i salari reali, in molti casi, scesi al di sotto dei livelli del diciassettesimo o diciottesimo secolo. Gli aggiustamenti strutturali in Cina e Russia nei primi anni 90 hanno causato un drammatico aumento della povertà riguardo i bisogni primari, che sono balzati da una cifra vicino lo zero a rispettivamente al 68% e 24%.

Certamente ci sono delle eccezioni. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno permesso e anzi supportato attivamente Taiwan e la Corea del Sud nel continuare ad usare la politica di sviluppo guidata dallo stato, costruendo come un “cordone sanitario” attorno la Cina rivoluzionaria. La Cina, nonostante la deprivazione dei bisogni di base indotta dagli aggiornamenti strutturali, è riuscita a continuare a investire in obiettivi pubblici con un successo considerevole. Cuba ha totalmente evitato l’aggiornamento strutturale, mantenendo un’economia socialista, e oggi supera di molto la periferia in termini di rapporto di benessere, aspettativa di vita, mortalità infantile, e nutrizione. Il governo di Cuba ha anche favorito una fiorente industria biotecnologica pubblica, che ha sviluppato innovazioni mediche d’avanguardia, compresi medicinali per ulcere del piede diabetico, almeno 2 vaccini contro il COVID-19, nonostante sia soggetta a un blocco illegale imposto dagli USA che previene l’importazione di tecnologie mediche.

Questa mette in luce le possibilità per uscire fuori dal sottosviluppo all’ interno dell’economia mondiale capitalista. Ma allo stesso tempo, ci mette in guardia. Lo sviluppo senza la politica socialista può fallire per i problemi di base di diseguaglianza e precarietà, come è chiaro nel caso della Corea del Sud. L ‘accumulazione continua di capitale può creare pressioni per la riduzione del costo del lavoro, anche tramite l’appropriazione subimperialista che va contro gli obiettivi dello sviluppo umano. Questo approccio non può garantire la democrazia economica e creare benessere per tutti. La pianificazione dall’alto verso il basso, come in Unione Sovietica e in Cina nel periodo maoista, può consentire ai manager di perseguire politiche che vanno contro gli interessi della popolazione – per esempio le politiche agricole che causarono la carestia sovietica del 1932-33.Questo è in contrasto con gli obiettivi socialisti dell’autogestione dei lavoratori e del controllo democratico sulla produzione. Per superare questi problemi, abbiamo bisogno di una strategia socialista nel ventunesimo secolo che sia radicalmente democratica, estendendo la democrazia alla stessa produzione.

Conclusioni

In sintesi, la narrativa secondo cui il sorgere del capitalismo ha guidato il progresso contro l’estrema povertà non è supportata da una evidenza empirica. Al contrario, la nascita del capitalismo è associata con un evidente declino del benessere umano, una tendenza che si è invertita quando i movimenti radicali e progressisti hanno cercato di ottenere un certo controllo sulla produzione e di organizzarla in misura maggiore sul soddisfare i bisogni umani.

La condizione dell’estrema povertà, non può essere usata in modo legittimo come parametro principale di misurazione del progresso. L ‘estrema povertà non è una condizione naturale, ma un effetto dell’espropriazione, della reclusione e dello sfruttamento, e di certo non dovrebbe esistere in nessun luogo e in qualsiasi sana e giusta società umana. Essa può e deve essere abolita subito.

Se il nostro scopo è raggiungere miglioramenti sostanziali riguardo il benessere dell’uomo, il progresso deve essere misurato rispetto agli standard di vita dignitosi e l’accesso ai moderni servizi. Il capitalismo attualmente mostra di non dare segni di raggiungere questo obiettivo, e la dinamica imperialista nell’economia mondiale sembra molto attiva per prevenirlo.

Come abbiamo visto, i dati storici sono chiari: la pianificazione pubblica e la politica socialista possono efficacemente garantire un rapido sviluppo economico, tecnologico, e sociale. Riscoprire il potere di questo approccio sarebbe essenziale se i governi del Sud globale vogliono accrescere la loro sovranità economica e mettere in moto la produzione per assicurare una vita dignitosa per tutti. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario costruire movimenti politici della classe contadina e lavoratrice del Sud potenti abbastanza per contrastare i governi che attualmente sono prigionieri di fazioni politiche in linea con il capitale nazionale o internazionale. Ridurre la dipendenza da creditori principali, dalle valute e importazioni. E stabilire alleanze Sud-Sud capaci di resistere a qualsiasi ritorsioni. Le formazioni progressiste del centro dovrebbero essere preparate a supportare e difendere questi movimenti.

Le ragioni per essere a favore di una politica socialista sono particolarmente chiare, vista la realtà della crisi globale ecologica con cui abbiamo a che fare, che è stata causata in modo schiacciante dall’uso eccessivo di energia e risorse materiali negli stati centrali, anche tramite la loro appropriazione netta di risorse dalla periferia. Sappiamo che lo sviluppo capitalista è ecologicamente inefficiente quando deve venire incontro ai bisogni umani. Perché la produzione sotto il capitalismo è organizzata sulla massimizzazione del profitto, così ci troviamo con forme ecologicamente perverse di produzione: veicoli utilitari sportivi, industrie fast – fashion, armamenti, e pubblicità al posto di trasporti pubblici, alloggi a prezzi accessibili e una nutrizione sana. Il risultato è una economia globale dove gli stati centrali abusano drammaticamente di risorse ed energia e il sistema fallisce un’altra volta per venire incontro ai bisogni umani.

Recenti modelli indicano che per decarbonizzare molto velocemente per far sì che temperatura media globale rimanga sotto gli 1,5 gradi di aumento, alla fine del secolo sarà necessaria una sostanziale riduzione nell’uso di energia e materiali, a carico delle principali economie. Tali riduzioni possono essere realizzate mettendo insieme allo stesso tempo il progetto per la fine della povertà e garantendo standard dignitosi di vita per una popolazione globale di 10 miliardi – includendo abitazioni, elettricità, tecnologie termiche di riscaldamento /raffreddamento, cucina pulita, assistenza sanitaria, istruzione, servizi igienico sanitari, telefonia mobile, e computer /tecnologia IT.  Ma per raggiungere ciò, c’è bisogno di una pianificazione democratica :(a) per assicurare la produzione e la rapida diffusione di tecnologie efficienti. (b) per riorganizzare la produzione focalizzandola sui bisogni umani piuttosto che sull’accumulazione di capitale. (c) per ridurre le forme di produzione ecologicamente distruttive e meno necessarie, per ridurre l’eccesso di energia e produzione materiale nel nucleo centrale capitalista. E (d) per tagliare drasticamente il potere d’acquisto dei ricchi e distribuire equamente tutte le risorse.

Note.

1- Dylan Sullivan and Jason Hickel, “Capitalism and Extreme Poverty: A Global Analysis of Real Wages, Human Height, and Mortality since the Long 16th Century,” World Development 161 (2023).

2 Angus Deaton, “Measuring Poverty in a Growing World (or Measuring Growth in a Poor World),” The Review of Economics and Statistics 87, no. 1 (2005): 1–19.

3 Angus Deaton, “Counting the World’s Poor: Problems and Possible Solutions,” World Bank Research Observer 16, no. 2 (2001): 133.

4 Robert C. Allen, “Poverty and the Labor Market: Today and Yesterday,” Annual Review of Economics, 12 (2020): 107–34.

5 Michail Moatsos, “Global Extreme Poverty: Present and Past since 1820,” in How Was Life? Volume II: New Perspectives on Well-being and Global Inequality since 1820 (Paris: OECD Publishing: 2021): 186–215.

6 Immanuel Wallerstein, The Modern World-System, Vol. I: Capitalist Agriculture and the Origins of the European World-Economy in the Sixteenth Century (Cambridge, Massachusetts: Academic Press, 1974).

7-vedi Figura 10.1 in Lucas Chancel e al., “World Inequality Report 2022(World Inequality Lab, 2022),167,”wid.world.”

 

8-Allen stima l’indice di povertà in 145 paesi, ovvero al 95% della popolazione globale. Noi abbiamo calcolato il tasso di povertà globale come media ponderata per la popolazione. Vedi Allen, “Poverty and the Labor Market”.

 

9- Charles Kenny e Zack Gehan, “Scenarios for Future Global Growth to 2050”, Center for Global Development (2023). Dall’estrapolazione lo scenario centrale indica che l’estrema povertà raggiungerà lo zero dal 2060.Un t più lungo è indicato da David Woodward, “Incrementum ad Absurdum:Global Growth, Inequality and Poverty Eradication in a Carbon-Constrained World”, “World Economic Review” 4 (2015):43-62.

10 Jason Hickel, Dylan Sullivan, and Huzaifa Zoomkawala, “Plunder in the Post-Colonial Era: Quantifying Drain from the Global South Through Unequal Exchange, 1960–2018,” New Political Economy 26, no. 6 (2021): 1030–47.

11 Zak Cope, The Wealth of (Some) Nations: Imperialism and the Mechanics of Value Transfer (London: Pluto, 2019); Phillip Hough, “Global Commodity Chains and the Spatial-Temporal Dimensions of Labor Control: Lessons from Colombia’s Coffee and Banana Industries,” Journal of World-Systems Research 16, no. 2 (2010): 123–161.

12 Allen, “Poverty and the Labor Market.”

13 FAO-UNICEF, The State of Food Security and Nutrition in the World, 2021; Our World in Data, “Number of People Who Cannot Afford a Healthy Diet, 2020,” ourworldindata.org; Jarmo S. Kikstra et al., “Decent Living Gaps and Energy Needs around the World,” Environmental Research Letters 16, no. 9 (2021); World Health Organization and World Bank, Tracking Universal Health Coverage: 2017 Global Monitoring Report (Geneva: World Health Organization, 2017).

14-Per la tradizione marxista, vedi Robert Brenner, “Property and Progress :The Historical Origins and Social Foundation of Self-Sustaining Growth” (New York :Verso, 2009).Karl Marx e Friedrich Engels, “The Communist Manifesto (1848),marxists.org.

 

15-Questa cifra proviene dallaPolonia. Vedi Jason W. Moore,” Amsterdam is Standing on Norway part II:The Global North Atlantic in the Ecological Revolution of the Long Seventeenth Century “, Journal of Agrarian Change 10,no.2 (2010),207.

16 Andre Gunder Frank, Capitalism and Underdevelopment in Latin America: Historical Studies of Chile and Brazil (New York: Monthly Review Press, 1967).

17-Immanuel Wallerstein, “Il sistema del mondo moderno, vol. III:la seconda era di grande espansione dell’economia mondiale capitalista 1730-1840″(Academic Press :1989),146-49,152,156,164-166.Wilma Dunaway osserva che durante il periodo coloniale, l’integrazione dell’Africa nel sistema globale capitalista non vide alcuna sostanziale proletarizzazione della forza lavoro, ma vide invece la crescita delle attività dell’informale, della schiavitù, della produzione di sussistenza, delle tecniche di locazione e mezzadria dei beni di scambio commerciale capitalisti. Catene. Wilma A. Dunaway, “Contadini non salariati nel sistema – mondo moderno: famiglie africane come unità dialettiche di sfruttamento capitalista e resistenza indigena, 1890-1930”,The Journal of Philosophical Economics IV, n. 1(2010):19-57.

18 Madhusree Mukerjee, Churchill’s Secret War (New York: Basic Books, 2010), chapter 2.

19 George G. de H. Lampert, chairman of Britain’s East India and China Association (1840), quoted in Wallerstein, The Modern World-System, vol. 3, 150.

20 Alvin Y. So and Stephen W. K. Chiu, East Asia and the World Economy (Thousand Oaks, California: SAGE, 1995), 44.

21-Sul ruolo dello Stato nell’industrializzazione dell’Europa occidentale – e in particolare della Gran Bretagna – vedi Wallerstein, “The Modern World-System”, vol 3 e Ha – Joon Chang, “Cattivi Samaritani:il mito del libero scambio e la storia segreta del Capitalismo” (Londra:Bloomsbury Press, 2007). Anche la pianificazione statale e gli investimenti pubblici svolgono un ruolo base nell’innovazione tecnologica negli Stati Uniti contemporanei, nonostante la retorica governativa sul libero mercato. Vedi Noam Chomsky, “Turning the Tide:The US and Latin America (Montreal :Black Rose Books, 1987),208-217;e idem,” Anno 501:The Conquest Continues “(Boston:South End Press, 1993),capitolo 4.

22 Chang, Bad Samaritans.

23-Allen sostiene in modo convincente che la prima rivoluzione industriale ebbe luogo in Inghilterra piuttosto che per esempio in Francia o in India, perché i lavoratori inglesi avevano salari relativamente alti. Grazie alla posizione privilegiata di esportazione nel mercato globale capitalista, i salari dell’Inghilterra erano tra i più elevati del mondo fino alla metà del XVIII secolo (sebbene rimanessero inferiori rispetto al periodo precedente l’ascesa del capitalismo). Ciò rese vantaggioso per i capitalisti del diciottesimo secolo l’impiego della filatrice per risparmiare sui costi del lavoro. Al contrario, i calcoli di Allen mostrano che l’uso della filatura non sarebbe stato redditizio in India o in Francia, perché impiegare manodopera è più economico che investire in beni capitali. Vedi Robert C. Allen, “The Industrial Revolution in Miniature: The Spinning Jenny in Britain, France, and India”, Journal of Economic History 69, n. 4(2009). Allen sostiene che i differenziali salariali aiutano anche a spiegare perché i macchinari per il risparmio del lavoro sono stati adottati negli Stati Uniti ma non in America Latina. Robert C. Allen, Tommy E. Murphy e Eric B. Scheider “Le origini coloniali della divergenza nelle Americhe”, Journal of Economic History “72, n. 4 (2012),889.

24 Arghiri Emmanuel, Unequal Exchange (New York: Monthly Review Press, 1972), 123–133; Cope, The Wealth of (Some) Nations, 63–64.

25-L ‘esternalizzazione della produzione verso la periferia è un modello ricorrente nella storia del sistema – mondo capitalista. Le nuove invenzioni sono inizialmente monopolizzate da una o più potenze centrali, che possono imporre prezzi elevati per i loro prodotti e raccogliere profitti inaspettati. Alla fine, tuttavia, altre potenze centrali e persino stati semiperiferici riescono a entrare nel mercato (solitamente con politiche industriali dirette dallo stato), scalfendo così il potere monopolistico dell’impresa originaria. Allo stesso tempo, i costi salariali nel settore tendono ad aumentare man mano che il surplus di manodopera rurale si esaurisce e i sindacati spingono per condizioni migliori. Di fronte a questa compressione dei profitti, i capitalisti del centro cominciano a investire in nuovi settori industriali in cui si può esercitare poteri monopolistici. Inoltre esternalizzano i processi produttivi (sempre più obsoleti e non redditizi) alla periferia per avere salari più bassi. Questo modello ciclico garantisce che gli stati centrali si specializzino sempre in processi di produzione monopolizzati ad alto prezzo, mentre la periferia produce per mercati competitivi con poche barriere all’ingresso e bassi tassi di rendimento. Vedi Immanuel Wallerstein, “World-System Analysis: An Introduction (Durham:Duke University Press, 2004),26-32.

26 James H. Smith and Jeffrey W. Mantz, “Do Cellular Phones Dream of Civil War?: The Mystification of Production and the Consequences of Technology Fetishism in the Eastern Congo,” in Inclusion and Exclusion in the Global Arena, ed. Max Kirsch (London: Routledge, 2006), 71–93; Stephen Jackson, “Making a Killing: Criminality and Coping in the Kivu War Economy,” Review of African Political Economy 29, no. 93/94 (2002): 536; Justin Podur, America’s Wars on Democracy in Rwanda and the DR Congo (London: Palgrave Macmillan, 2020).

27-Per una discussione sul controllo del lavoro nella coltivazione del cacao nell’Africa Occidentale, vedere Kate Manzo,” Modern Slavery, Global Capitalism and Deproletarization in West Africa”, Review of African Political Economy “32, n.106(2005):521-34.Genevieve Lebaron e Alison J. Ayers,” L’ ascesa di una ‘nuova schiavitù?: Comprendere il lavoro non libero africano attraverso il neoliberalismo”, Third World Quarterly “34:n.5 (2012):873-92.Prove convincenti sulla portata di questo problema sono documentate in” The Dark Side of Chocolate “, diretto da Miki Mistari e U. Roberto Romano (Bastard Tv and Video, 2010),www.slavefreechocolate.org.Per una panoramica delle condizioni affrontate dai coltivatori di banane in Colombia, vedere Hough,” Global Commodity Chains “, 148-154.

28 Vijay Prashad, Red Star over the Third World (London: Pluto, 2019).

29 Boris Kagarlitsky, Empire of the Periphery: Russia and the World System (London: Pluto, 2007); Wallerstein, The Modern World-System, vol. 3, chapter 3.

30 Reproduced in T. H. Von Laue, “A Secret Memorandum of Sergei Witte on the Industrialisation of Imperial Russia,” Journal of Modern History 26, no. 1 (1954): 66.

31-Questa frase e le seguenti sono basate su Robert C. Allen, “Farm to Factory:A reinterpretation of the Soviet Industrial Revolution (Princeton :Princeton University Press, 2003)”.

32 Allen, Farm to Factory, 92.

33 Chang, Bad Samaritans, chapter 2; John Brewer, The Sinews of Power: War, Money and the English State, 1688–1783 (London: Unwin Hyman, 1989).

34 Chang, Bad Samaritans.

35 Mariana Mazzucato, Entrepreneurial State: Debunking Public vs. Private Myths in Risk and Innovation (London: Anthem, 2013).

36 Shirley Cereseto and Howard Waitzkin, “Economic Development, Political-Economic System, and the Physical Quality of Life,” American Journal of Public Health 76, no. 6 (1986): 661–66; H. F. Lena and B. London, “The Political and Economic Determinants of Health Outcomes,” International Journal of Health Services 23, no. 3 (1993): 585–602; Vicente Navarro, “Has Socialism Failed?: An Analysis of Health Indicators Under Capitalism and Socialism,” Science & Society 57, no. 1 (1993): 6–30; Dylan Sullivan and Jason Hickel, “16 Million and Counting: The Collateral Damage of Capital,” New Internationalist, no. 541 (2022).

37-Per la Russia, vedere Moatsos, “Global Extreme Poverty”. Per la Cina, vedere Dylan Sullivan, Michail Moatsos e Jason Hickel “Capitalist Reforms and Extreme Poverty in China: Unprecedented Progress or Income Deflation?”, New Political Economy (di prossima pubblicazione).

38 Amartya Sen, “Public Action and the Quality of Life in Developing Countries,” Oxford Bulletin of Economics and Statistics 43, no. 4 (1981): 293.

39 Jean Drèze and Amartya Sen, Hunger and Public Action (Oxford: Clarendon, 1989), 214–15.

40 Utsa Patnaik and Prabhat Patnaik, A Theory of Imperialism (New York: Columbia University Press, 2016).

41 Moatsos, “Global Extreme Poverty”; Sullivan, Moatsos, and Hickel, “Capitalist Reforms and Extreme Poverty in China.”

42 Isabella M. Weber, How China Escaped Shock Therapy (London: Routledge, 2021).

43-Don Fitz, “Assistenza sanitaria cubana:la rivoluzione in corso” (New York, Monthly Review Press, 2020).I dati di Robert Allen indicano che, nel 2011,un lavoratore non qualificato a Cuba ha un rapporto di benessere di 6,6 più alto di qualsiasi altro paese della periferia o semi periferia. In prospettiva, la cifra corrispondente è 0,9 in Bolivia, 1,2 in Brasile, 1,3 in India, 3 in Russia, e 4 in Cina. Allen, Povertà e mercato del lavoro ”

44 Hellen Yaffe, We Are Cuba!: How a Revolutionary People Have Survived in a Post-Soviet World (New Haven: Yale University Press, 2020), 120–46; “Despite U.S. Embargo, Cuba Aims to Share Homegrown Vaccine with Global South,” Democracy Now!, January 27, 2022.

45-La causa principale della carestia fu la decisione di Josef Stalin di espropriare in modo violento i contadini delle terre che avevano conquistato durante la rivoluzione, costringendoli a trasferirsi nelle fiorenti città industriali o a produrre grano a basso costo sui latifondi controllati dallo stato (chiamati in modo erroneo “fattorie collettive” a scopo propagandistico). Questa politica è stata consapevolmente progettata per emulare “l ‘accumulazione primitiva di capitale” perseguita dall’ Europa occidentale durante la rivoluzione industriale. Allen, “Dalla fattoria alla fabbrica”, 57-61,97-102,106-10,172-86.E’ importante notare, comunque, che la politica agraria stalinista non era necessaria per la dinamica dell’economia socialista dell’URSS. I modelli econometrici indicano che la collettivizzazione forzata aggiunse solo un 5% al PIL sovietico nel 1939.Secondo Allen, “La miseria umana che accompagnò la collettivizzazione fu molto grande, mentre i guadagni economici furono scarsi”. I modelli suggeriscono che la maggior parte dello sviluppo industriale dell’URSS può essere giustificato da investimenti pubblici sulla capacità industriale, dall’uso di obiettivi di produzione ambiziosi piuttosto che dai profitti per guidare il comportamento delle imprese e dalla piena occupazione sovvenzionata. “Aggiungere la collettivizzazione a quella ricetta non ha contribuito affatto alla crescita e ha corrotto il socialismo”. Allen, “Dalla fattoria alla fabbrica”, 166-71.

46 Noam Chomsky, “The Soviet Union Versus Socialism,” Our Generation (Spring/Summer 1986).

47 Robin Hahnel, Democratic Economic Planning (London: Routledge, 2021).

48 Samir Amin, Delinking: Towards a Polycentric World (London: Zed Books, 1990); Fadhel Kaboub, “Elements of a Radical Counter-Movement to Neoliberalism,” Review of Radical Political Economics 40, no. 3 (2008): 220–27; Max Ajl, A People’s Green New Deal (London: Pluto, 2021); Ndongo Samba Sylla, “MMT as an Analytical Framework and a Policy Lens: An African Perspective,” in Modern Monetary Theory, eds. L. R. Wray and Y. Nersisyan (Cheltenham: Edward Elgar Publishing, 2023).; Jason Hickel, “How to Achieve Full Decolonization,” New Internationalist, October 15, 2021.

49 Jason Hickel, “Quantifying National Responsibility for Climate Breakdown,” Lancet Planetary Health 4, no. 9 (2020): e399–e404; Jason Hickel, Dan W. O’Neill, Andrew L. Fanning, and Huzaifa Zoomkawala, “National Responsibility for Ecological Breakdown: A Fair-Shares Assessment of Resource Use, 1970–2017,” Lancet Planetary Health 6, no. 4 (2022): e342–e349; Jason Hickel, Christian Dorninger, Hanspeter Wieland, and Intan Suwandi, “Imperialist Appropriation in the World Economy: Drain from the Global South through Unequal Exchange, 1990–2015,” Global Environmental Change 73, no. 102467 (2022).

50 Lorenz T. Keyßer and Manfred Lenzen, “1.5°C Scenarios Suggest the Need for New Mitigation Pathways,” Nature Communications 12 (May 2021); Jason Hickel et al., “Urgent Need for Post-Growth Climate Mitigation Scenarios,” Nature Energy 6 (August 2021).

51 Joel Millward-Hopkins et al., ‘Providing Decent Living with Minimum Energy: A Global Scenario,” Global Environmental Change 65 (2020).

52 Joel Millward-Hopkins and Yannick Oswald, “Reducing Global Inequality to Secure Human Wellbeing and Climate Safety: A Modelling Study,” Lancet Planetary Health 7, no. 2 (2023).

 

 

Jason Hickel è professore all’ Institute for Environmental Science and Technology (ICTA-UAB) al Dipartimento di Antropologia Sociale e Culturale dell’, Università Autonoma di Barcellona. È autore di “The Divide:a Brief Guide to Global Inequality and its Solutions” (Penguin, 2017) e di “Less is more :How Degrowth Will Save the World” (Penguin, 2020).L ‘ICTA-UAB è supportato dal Maria de Maetzu Unit of Excellence Grant del Ministero Spagnolo della Scienza e Innovazione (CEX2019-000940-M).

Dylan Sullivan è assegnista aggiunto e studente Ph. D alla School of Social Science, Macquarie University, Sidney. Insegna Politica, Sociologia, e Antropologia. Le sue ricerche vertono sulla disuguaglianza globale, la storia coloniale, e l’economia pianificata socialista.

Questo articolo si basa sui dati e le analisi inseriti dagli autori nel loro articolo originale “Capitalism and Extreme Poverty”, pubblicato in “World Development” nel 2022(vedi note finali, nota numero 1).

 

Fonte: Capitalism, Global Poverty, and the Case for Democratic Socialism

 

Questa narrazione soffre di diversi problemi empirici, comunque, che noi abbiamo esplorato in un recente articolo pubblicato in “World Development”. Per prima cosa, la misurazione della povertà richiede dati sui consumi familiari, ma questi non sono generalmente disponibili prima del decennio 1980.Per aggirare questo limite, il grafico Ravallion /Pinker si affida sul tasso della crescita storica del PIL come un indicatore di variazione consumi familiari. Questo non è un metodo valido, comunque, perché i dati empirici mostrano che i 2 indicatori generalmente non vanno di pari passo. Come rileva l’economista Angus Deaton, i sondaggi PIL e dei consumi familiari “evidentemente misurano cose diverse”. Questo problema è particolarmente acuto nel periodo coloniale, che è stato caratterizzato dalla distruzione e espropriazione delle economie di sussistenza – interventi che possono aver incrementato il PIL mentre contemporaneamente limitavano l’accesso ai beni di sussistenza e sopravvivenza della popolazione. Per una discussione dettagliata di ciò che è (e non è) contabilizzato nel PIL storico, vedi Appendice A del nostro testo su “World Development”.

Il secondo problema è che il grafico è basato sulla soglia della povertà estrema fissata dalla Banca Mondiale a 1,90 dollari (parità del potere d’acquisto PPP nel 2011). Questa metrica è stata sotto l’occhio critico negativo per più di un decennio, perché i PPs sono basati sui prezzi dell’intera economia, quando la componente della povertà è il prezzo dei beni essenziali che sono necessari per i bisogni di base (come cibo, abitazioni, e carburanti). Questi prezzi variano in modo ampio nel tempo e nello spazio in modi che non sono rilevati dai PPs. Per correggere questo, gli storici dell’economia hanno sviluppato metodi di misurazione del reddito comparando frontalmente il costo dei bisogni primari. Applicando questo metodo all’India si evidenzia che l’estrema povertà è relativamente bassa nell’era precoloniale (forse intorno al 10% alla fine del sedicesimo secolo), e si “accresce” durante il periodo dell’integrazione nel sistema capitalista, dal 23% del 1810 fino a oltre il 50% nella metà del ventesimo secolo, in stridente contrasto con la narrazione suggerita dal grafico Ravallion /Pinker.

Una più recente versione del grafico Ravallion /Pinker è stata pubblicata dall’OCSE, e mostra una curva simile, ma con un più basso indice di povertà (75%), nel periodo storico. Questa versione usa il costo dei bisogni di base invece della soglia di 1,90 dollari PPA, ma basa ancora comunque i tassi di crescita PIL come un indice di variazione dei consumi familiari (mentre si presume che i consumi delle famiglie crescano a ritmi più lenti dopo gli anni 50, il rapporto è determinato exogeneticamente, e vengono usati i tassi di crescita PIL inalterati anteriormente al 1950).Il grafico OCSE è un miglioramento sostanziale della versione Ravallion /Pinker, ma non supera questo fondamentale problema. Noi affrontiamo questo problema nell’Appendice A dell’articolo su “World Development”.

Un terzo limite del grafico è che parte da questa data: 1820.Il grafico è stato usato per narrare una storia riguardo il capitalismo, ma l’economia globale capitalista si è affermata e stabilita tra il quindicesimo e sedicesimo secolo. In altre parole, il grafico esclude più di 300 anni di storia rilevante. Durante questo periodo, la crescita economica dell’Europa Occidentale, è dipesa dai processi di espropriazione che hanno causato grandi sconvolgimenti sociali (per esempio, le recinzioni europee occidentali, la “seconda servitù della gleba” dell’Europa orientale, la schiavitù di massa degli africani, la colonizzazione delle Americhe e dell’India, e così via). Il grafico esclude questi elementi storici e dà l’impressione che la povertà nel 1820 sia una condizione primordiale.

Dati questi evidenti problemi, la narrazione pubblica standard sulla storia dell’estrema povertà ha bisogno di un rivalutazione. Per questo scopo, noi abbiamo adottato un approccio empirico per esaminare l’impatto sociale dell’espansione capitalista e integrazione, usando i dati sui salari reali

(rispetto del costo dei bisogni di base),sulla statura materiale umana , e mortalità partendo dal lungo sedicesimo secolo, per 5 regioni del mondo(Europa, America Latina, Africa Sub-Sahariana, Asia meridionale, Cina). Questi dati portano a 3 conclusioni.

Primo. Non è certo che il 90% (o al massimo il 70%)della popolazione globale sia vissuta in estrema povertà fino al sorgere del capitalismo. Storicamente, i lavoratori urbani non specializzati in tutte le regioni tendevano ad avere salari elevati abbastanza da sostenere una famiglia di 4 persone oltre la soglia di povertà. L ‘estrema povertà sembra emergere in modo predominante durante i periodi di disagio sociale ed economico, come carestie, guerre, e espropri istituzionalizzati, con particolare prevalenza sotto il colonialismo. Piuttosto che essere la naturale condizione dell’umanità, l’estrema povertà è un sintomo di grave sconvolgimento e disgregazione sociale.

La seconda conclusione è che l’ascesa del Capitalismo è coincisa con un deterioramento del benessere umano. In ogni regione che noi abbiamo valutato, l’incorporazione nel sistema globale capitalista si è associata con un declino nei salari al di sotto del livello di sussistenza, un deterioramento nella statura materiale umana, e un marcato ritorno alla mortalità prematura. In molte zone dell’America Latina, Africa subsahariana, e Asia Meridionale, i parametri chiave del benessere non si sono ancora rialzati da questa situazione.

La nostra terza conclusione è che nelle regioni dove si è verificato un progresso, è cominciato molto dopo rispetto a ciò che il grafico Ravallion/Pinker suggerisce. Nelle regioni centrali dell’Europa Nord Occidentale, gli standard di benessere cominciarono a migliorare nel decennio 1880, quindi all’incirca 4 secoli dopo l’emergere del Capitalismo. Nella periferia e semiperiferia, il progresso cominciò nella metà del ventesimo secolo. Che corrisponde con la nascita del lavoro organizzato, del movimento anticoloniale e di altri movimenti radicali e progressisti, che organizzarono la produzione intorno a questi fattori :venire incontro alle necessità umane, ridistribuire la ricchezza e investire in sistemi di servizio pubblico (in Europa, investimenti in sanità, educazione, e altre forme di sicurezza sociale pubbliche, facendo crescere dalla cifra vicina allo zero % del PIL della fine del diciannovesimo secolo a un terzo circa del PIL nella metà del decennio 1970).

Per una completa discussione su queste indagini, rimandiamo i lettori alla nostra pubblicazione su “World Development”. Qui noi cerchiamo di ampliarle con riflessioni aggiuntive sul Capitalismo e la povertà, il ruolo dell’industrializzazione e le implicazioni per le politiche future.

 

L ‘Estrema povertà non è un parametro legittimo per il progresso sociale.

 E’ importante chiarire immediatamente che l’estrema povertà è definita in termini di beni di sussistenza. Si riferisce all’impossibilità di accedere alla nutrizione di base, alloggio, vestiario e carburante. Non si riferisce agli standard di alto benessere come accesso all’energia elettrica, moderne strutture sanitarie, frigoriferi, e così via, che abbiamo a disposizione ai giorni nostri. Non è difficile però soddisfare i bisogni di una sussistenza di base, e i dati storici suggeriscono che le comunità umane sono normalmente capaci di farlo, anche in un contesto preindustriale, con il loro proprio lavoro e con le risorse loro disponibili nell’ambiente circostante o attraverso gli scambi commerciali. Le principali eccezioni si hanno con popolazioni tagliate fuori dalla terra e beni comuni, o quando il loro lavoro, risorse, e capacità produttive sono espropriate da una classe governativa o un potere imperiale. I dati storici che noi esaminiamo mostrano che è stato il processo di colonizzazione e integrazione capitalista a spingere la popolazione nell’estrema povertà e provocare il deterioramento degli indicatori sociali.

L’ implicazione cruciale di questa indagine è che l’estrema povertà non dovrebbe essere usata come un parametro di misurazione del progresso. L’ estrema povertà non dovrebbe esistere, punto e basta. Il fatto che oltre il 17 % della popolazione mondiale viva in estrema povertà oggi (secondo i dati di Robert Allen sulla povertà dovuta dei bisogni primari) dovrebbe essere compreso come un atto d’accusa del nostro sistema economico. È un segno che uno sconvolgimento sociale grave rimane istituzionalizzato, nell’economia capitalista mondiale. D’accordo, la prevalenza dell’estrema povertà è più bassa oggi rispetto all’apice del periodo coloniale, ma non è una ragione sufficiente di autocelebrazione. Il livello massimo coloniale fu un effetto della politica capitalista e non sarebbe mai dovuto esistere.

Inoltre, l’estrema povertà può essere e dovrebbe essere eliminata immediatamente. Non richiede altri incrementi nella produzione aggregata, non richiede una mobilitazione massiccia per la carità. Piuttosto, c’è bisogno soltanto di ridare l’accesso delle popolazioni alle risorse di base per la loro sopravvivenza. L’ economia mondiale attuale, a dispetto del suo straordinario risultato, appare incapace di raggiungere questo obiettivo fondamentale: le proiezioni indicano che con i trend esistenti per far finire l’estrema povertà ci vorranno almeno 40 anni, anche secondo i parametri inadeguati della Banca Mondiale (dopo tre decenni di quanto promesso dagli obiettivi dello sviluppo sostenibile), e forse un secolo. Questo dovrebbe essere condannato come un fallimento. Al contrario, noi siamo costretti ad accettare come “normale” una forma di sofferenza che non deve esistere e che può essere eliminata immediatamente. E come? Noi dobbiamo assicurare ai contadini l’accesso a un terreno produttivo, ai lavoratori un impiego sicuro e salari dignitosi, e un accesso universale ad alloggi e cibo a prezzi accessibile. Ciò non è complicato, è fondamentale.

 

All’interno del capitalismo, il progresso del Nord del mondo è dipeso dall’imperialismo.

 Il dato storico dimostra che il notevole progresso sugli indicatori di benessere si sono verificati nell’intera economia dopo il 1880, con la nascita dei movimenti dei lavoratori, i partiti socialdemocratici, e i movimenti che assicuravano il suffragio per i lavoratori e, in seguito, per le donne. Questi avanzamenti, subirono un’accelerazione agli inizi e poi a metà del ventesimo secolo, determinando rapporti di benessere molto elevati. È cruciale capire che i guadagni durante questo ultimo periodo furono determinati non soltanto grazie ai movimenti progressisti all’interno del centro, ma anche per i movimenti socialisti periferici, che erano (soprattutto nel caso dell’URSS) la dimostrazione che le alternative socialiste e comuniste potessero essere possibili. Il sorgere del socialismo nell’Est europeo inspirò i movimenti socialisti in occidente (il più famoso in Germania, che arrivò sull’orlo di una rivoluzione di questo tipo durante le rivolte Spartachiste e della Ruhr del 1919-1920). Questi movimenti rivoluzionari rappresentarono un vero pericolo per il capitalismo al centro. Il capitalismo è sopravvissuto in parte schiacciando questi movimenti – molto spesso violentemente, ma anche facendo concessioni alle richieste della classe operaia, inclusi miglioramenti salariali e qualche pubblico servizio, ma mai cedendo alle richieste fondamentali di demercificazione e democrazia economica. Ovvero, l’ascesa di uno stato sociale socialdemocratico.

L ‘accumulazione di capitale richiede comunque, manodopera a basso costo, e queste concessioni avrebbero messo in ginocchio il capitalismo nel suo centro, se non fosse per il fatto che i capitalisti erano capaci di ottenere manodopera a basso costo invece nella periferia, attraverso forme di appropriazione coloniali e neocoloniali, che continuano ancora oggi. Il privilegio esclusivista

dell’imperialismo ha permesso al capitale del centro il mantenimento dell’accumulazione nonostante le concessioni alla sua classe lavorativa – un privilegio che non è disponibile per la maggior parte degli stati della periferia. Questa è la spiegazione della estrema disparità che persiste tra gli indicatori sociali nel nucleo centrale capitalista (dove il rapporto medio di benessere di un lavoratore non specializzato è 10-20) rispetto a quelli nella periferia del mondo capitalista, dove il rapporto medio di benessere è poco meno di 2, e dove in molti casi i salari e le non si sono ancora ripresi dalla crescita della povertà causata provocata dal periodo dell’integrazione capitalista. Per capire la relazione tra capitalismo e benessere umano oggi, dobbiamo dare uno sguardo alle condizioni di vita nella periferia capitalista.

Di certo, il nucleo centrale capitalista avrebbe potuto prendere una direzione diversa. Accettando le richieste dei lavoratori e dei movimenti anti imperialisti, abbandonando gli imperativi dell’accumulazione del capitale, e andando in una transizione per un sistema postcapitalista, raggiungendo così un progresso senza imperialismo. Il progresso sociale non ha bisogno dell’imperialismo. Questo lo fa il capitalismo.

 

Il progresso oggi andrebbe misurato non con gli standard di una vita decente.

Va notato che l ‘estrema povertà non è stata la condizione normale dell’umanità fino alla nascita del capitalismo e non. Chiaramente nessuno poi aveva accesso agli elevati standard di benessere che sono disponibili ai giorni nostri. E ‘qui il punto dove l ‘industrializzazione e lo sviluppo tecnologico diventano così importanti. L’ industrializzazione ha prodotto la capacità di produrre nuovi beni che non esistevano in passato: elettricità, moderna assistenza sanitaria, trasporto pubblico, combustibile pulito per cucinare, istruzione superiore, tecnologia delle comunicazioni, beni durevoli domestici, e così via, che hanno reso possibile di raggiungere alti livelli di produttività, aspettative di vita più alte e una vita decente per tutti. In base a questi standard, è ovvio che molta parte della popolazione era povera prima dell’industrializzazione, poiché questi beni non esistevano o erano molto rari.

Noi abbiamo già stabilito che la povertà estrema non è un parametro legittimo di misurazione del progresso in ogni periodo temporale. Ma è certo che non dovrebbe essere usato come soglia per il benessere umano oggi. I beni di ordine superiore che esistono attualmente sono essenziali per una vita dignitosa e dovrebbero essere accessibili per tutti. In termini di quota delle capacità produttive globali, questo non richiede molto (come con i beni di base tipo cibo e abitazioni nel periodo preindustriale). La misura della povertà dignitosa è incredibile ancora oggi: 2.4 miliardi di persone senza sicurezza alimentare. 3.2 miliardi non possono avere una dieta sana. 3.2 miliardi non hanno un fornello pulito. 3.6 miliardi non hanno strutture sanitarie gestite in modo sicuro. Dai 3. 8 ai 5 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi sanitari essenziali.

Questo non è perché vi è un deficit della capacità produttiva (al contrario, questi beni possono essere procurati per ciascuno molto facilmente oggi sul pianeta), ma perché la produzione rimane organizzata sopra ogni cosa prevalentemente sull’accumulazione di capitale e sulla massimizzazione dei profitti piuttosto che sui bisogni umani e al mantenimento del benessere. E anche le economie centrali sono private di un vivere decente, nonostante l’alto livello di produzione, con milioni di persone che non hanno accesso a alloggi dignitosi, assistenza sanitaria, e nutrizione. Sebbene i movimenti sociali progressisti abbiano ottenuto molti successi durante lo scorso secolo, in termini di garanzia di salari equi, servizi pubblici, e diritti economici, dobbiamo ancora lottare per raggiungere una vera economia equa.

La prevalenza maggioritaria della privazione di un vivere dignitoso nel ventunesimo secolo sottolinea un fatto importante: l ‘industrializzazione non garantisce il miglioramento degli standard di vita della gente comune. Come sempre, le questioni chiave sono: come viene utilizzata la capacità industriale? Per assicurare una vita decente per tutta la collettività, o per essere al servizio dell’accumulazione di capitale? Come è organizzata la divisione del lavoro? Tutte le regioni sono uguali come ruolo nella produzione industriale, o alcune sono solo fornitori sottomessi nelle catene globali delle materie prime? Quale è il trattamento dei lavoratori? Hanno il controllo sui mezzi di produzione e un accesso certo ai servizi e beni essenziali? Tutto questo dipende dal sistema politico, dal sistema di approvvigionamento, dall’equilibrio del potere di classe. L’industrializzazione è una condizione necessaria ma non sufficiente per raggiungere una vita decente per tutti. Lo sviluppo umano dipende dalla forza dei movimenti sociali progressisti che spingono per organizzare la produzione sui bisogni umani più che all’ accumulazione delle elite.

 

Nel Sud globale, il capitalismo limita lo sviluppo tecnologico.

 Sorge la domanda: se la produzione industriale è necessaria per andare verso gli standard attuali di vita decente, allora il capitalismo – nonostante il suo negativo impatto sugli indicatori sociali durante gli ultimi 500 anni-è necessario per sviluppare la capacità industriale di raggiungere questi obiettivi di ordine superiore. Questo è stato il presupposto dominante nell’economia dello sviluppo per tutto questo mezzo secolo. Ma non regge a una analisi empirica. Per la maggior parte del mondo, il capitalismo ha storicamente limitato, più che consentito, lo sviluppo tecnologico -e questa dinamica rimane ancora oggi uno dei maggiori problemi.

E’stato a lungo riconosciuto da liberali e marxisti che l’ascesa del capitalismo nelle economie principali, è associato con la rapida espansione industriale, in una scala senza precedenti sotto il feudalesimo o altre strutture di classe precapitaliste. Ciò che è poco capito è che questo stesso sistema ha prodotto l’effetto opposto nella periferia e semiperiferia. In effetti, l’integrazione forzata delle regioni periferiche dentro il sistema capitalista mondiale durante il periodo dal 1492 al 1914, fu caratterizzato da una diffusa deindustrializzazione e agrarizzazione, con nazioni costrette a specializzarsi nella produzione agricola e in altri beni primari, spesso sotto regimi “premoderni” e apparenti condizioni “feudali”.

 

Nell’Europa orientale, per fare un esempio, il numero di persone abitanti le città si ridusse di più di un terzo durante il diciassettesimo secolo, quando la regione divenne un’economia agraria e servile che esportava grano e legname a basso costo verso l’Europa occidentale. Allo stesso tempo, Spagna e Portogallo coloniali stavano trasformando i continenti americani in fornitori di metalli preziosi e beni agricoli, con la produzione urbana soppressa dallo stato. Quando il sistema mondiale capitalista si espanse in Africa nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, le importazioni di stoffe e acciaio britannici distrussero la produzione tessile indigena, e la fusione del ferro, mentre gli africani furono costretti a specializzarsi nella produzione di olio di palma, arachidi, e altre colture a basso costo prodotte con il lavoro degli schiavi. L’ India -un tempo il più grande centro manifatturiero del mondo – ha sofferto un destino simile dopo la colonizzazione britannica nel 1757.Dal 1840, i colonizzatori britannici si vantavano che “erano riusciti nella conversione dell’India da un paese manifatturiero in un paese esportatore di prodotti grezzi”. Più o meno la stessa storia accadde in Cina dopo che fu costretta ad aprire la sua economia locale domestica al commercio capitalista durante l’invasione britannica del 1839-42. Secondo gli storici, l ‘influsso dei tessuti europei, saponi, e altri beni manifatturieri “distrussero l’industria rurale nei villaggi, causando disoccupazione e difficoltà per i contadini cinesi”.

La grande deindustrializzazione della periferia fu realizzata in parte attraverso politiche di intervento dallo stato centrale, come l’imposizione di proibizioni coloniali sul manifatturiero e attraverso “trattati ineguali”, che andavano intesi come un mezzo per distruggere la competizione industriale dei produttori del Sud, e stabilire mercati vincolati per produzione industriale occidentale e posizionare le economie del Sud come fornitrici di manodopera e risorse a basso costo. Ma queste dinamiche furono rinforzate anche dalle caratteristiche strutturali di mercati orientati al profitto. I capitalisti impiegavano nuove tecnologie solo dove gli conveniva. Questo può rappresentare un ostacolo per lo sviluppo economico se ciò riguarda una piccola domanda per la produzione domestica industriale interna (causa i bassi redditi, concorrenza straniera, ecc.), o se il costo dell’innovazione è alto.

 

I capitalisti nel Nord globale hanno superato questi problemi perché lo stato è intervenuto estensivamente sull’economia stabilendo tariffe alte, provvedendo a sussidi pubblici, assumendosi i costi di ricerca e sviluppo, e garantendo adeguate domande dei consumatori attraverso spesa pubblica. Ma nel Sud del mondo, dove il supporto statale per l’industria è stato precluso da secoli di colonialismo diretto e indiretto, è stato molto più conveniente per i capitalisti di esportare beni agricoli a basso costo che investire in tecnologie manifatturiere ad alta energia. La redditività di nuove tecnologie dipende anche dal costo del lavoro. Nel Nord, dove i salari sono relativamente elevati, i capitalisti hanno storicamente trovato redditizio l’impiego di tecnologie che risparmiano manodopera. Ma nelle economie periferiche, dove i salari sono stati pesantemente compressi, spesso risulta più economico usare tecniche di produzione lavoro ad alta intensità di manodopera, piuttosto che pagare macchinari costosi.

Sicuramente, la divisione globale del lavoro ha subito un cambiamento dalla fine del XIX secolo. Molte delle industrie leader di quei tempi, incluso il tessile, l’acciaio, e i processi di catena di montaggio, sono state esternalizzate a economie periferiche a basso salario, come India e Cina, mentre gli stati centrali si sono rivolti verso le attività innovative, l’aereospaziale ad alta tecnologia e l’ingegneria biotech, e l ‘agricoltura ad alta intensità di capitale. Ma ancora il problema fondamentale di base rimane. Sotto la globalizzazione neoliberale (programmi di aggiustamento strutturale e regole dettate dall’ OMC), i governi nella periferia sono generalmente preclusi all’ uso di tariffe, sussidi, e altre forme di politica industriale per realizzare uno sviluppo significativo e una sovranità economica, mentre la deregulation del mercato del lavoro e l’arbitraggio del lavoro globale hanno mantenuto i salari estremamente bassi. In un simile contesto, con la spinta per massimizzare i profitti, porta i capitalisti del Sud e gli investitori stranieri a riversare le risorse in settori di esportazione relativamente a bassa tecnologia, a scapito di linee industriali più moderne. Inoltre, per quelle parti della periferia che occupano i gradini più bassi delle catene globali delle merci, la produzione continua a essere organizzata secondo le soprannominate linee premoderne, anche con la nuova divisione del lavoro. Nel Congo, per esempio, i lavoratori vengono mandati in miniere pericolose senza nessun equipaggiamento di sicurezza, scavando tunnel profondi nel terreno con nient’altro che pale, spesso costretti dalla minaccia delle armi dalle milizie appoggiate dagli Stati Uniti, così Microsoft e Apple possono assicurarsi il coltano a buon mercato per i loro dispositivi elettronici. I processi di produzione premoderna basati della “tecnologia” della coercizione del lavoro sono anche praticati nelle piantagioni di cacao del Ghana e della Costa d’Avorio, dove bambini ridotti in schiavitù lavorano in condizioni brutali per corporation come Cadbury, o il settore dell’export delle banane della Colombia, dove contadini ipersfruttati sono tenuti in riga da un regime di terrore rurale e esecuzioni extragiudiziali supervisionate da squadroni della morte privati.

Uno sviluppo globale ineguale, incluso il persistere di produzione apparentemente “feudali”, non è inevitabile. È un effetto della dinamica capitalista. I capitalisti nella periferia trovano più redditizio impiegare manodopera a basso costo soggetta a condizioni di schiavitù o ad altre forme di coercizione piuttosto che investire nell’industria moderna.

 

Uno sviluppo efficace richiede una pianificazione pubblica.

 Gli assetti esistenti dell’economia mondiale non possono garantire uno sviluppo significativo nel Sud del mondo. Come abbiamo visto, le dinamiche imperialiste e l’orientamento del capitale nazionale e l ‘investimento straniero vanno contro questa possibilità. I movimenti anticoloniali della metà del ventesimo secolo avevano compreso questo. Sapevano che per raggiungere lo sviluppo sarebbe stato necessario mobilitare direttamente la produzione per aumentare la creazione di prodotti chiave, lo sviluppo delle tecnologie necessarie, e fornire beni e servizi essenziali.

Gran parte di questi movimenti erano ispirati dai principi socialisti, a vari livelli, che vedevano come necessari per la sovranità economica e il progresso sociale. Molti erano influenzati dai risultati raggiunti dalla Rivoluzione Russa. Prima del 1917, la Russia era un entroterra agricolo a basso salario che esportava materie a basso costo (grano, canapa, lino, ecc.) verso l’Europa occidentale. Nel 1899, il ministro delle finanze russo Sergei Witte notò che “le relazioni economiche della Russia con l’Europa occidentale sono pienamente comparabili alle relazioni dei paesi coloniali con le loro metropoli “. La rivoluzione comunista, e la transizione alla pianificazione nel 1928, trasformarono questo assetto. Con la fissazione di obiettivi di produzione impianto per macchinari, fabbriche, e altri beni di produzione, l’URSS fu capace di incrementare la produzione in settori che sono di solito trascurati sotto le condizioni del capitalismo periferico. La produzione industriale sovietica si ampliò rapidamente oltre nei successivi 13 anni: la produzione materiali di ghisa aumentò del 352%. E l ‘energia elettrica del 857%. Il l numero di macchine utensili del 1,997 %. E il numero dei veicoli a motore del 28,457 %. Dal decennio 1950, in una sola generazione come arco temporale, l’URSS diventò una nazione con una moderna economia industriale e il primo paese a raggiungere vari traguardi importanti nel campo dell’ingegneria aerospaziale, tra cui il primo uomo nello spazio e la creazione della prima stazione spaziale.

 

Diverse nazioni del sud globale hanno adottato strategie simili di pianificazione

a metà del ventesimo secolo. Altre hanno intrapreso un approccio “sviluppista” ” più misto, basato su una politica industriale all’interno di una economia di mercato. La maggior parte ha usato tariffe e sussidi per supportare l’industria nazionale, oltre alla riforma agraria, nazionalizzazione, controlli del capitale, e finanza pubblica per mobilitare investimenti per settori e pubblici servizi trascurati. Questo approccio è riuscito a garantire un rapido sviluppo e miglioramenti nei risultati sociali durante gli anni 50 fino al decennio 1970, superando secoli di stagnazione e declino. Le prove che analizziamo in “World Development” dimostrano come questo progresso sia avvenuto nei casi di America Latina, Africa Subsahariana, Asia meridionale, Cina.

Il successo di queste strategie non dovrebbe apparire come una sorpresa. Dopo tutto, durante la cosiddetta prima rivoluzione industriale (dal 1750 al 1840 circa), l ‘Inghilterra fu uno dei più forti stati interventisti nel mondo, usando elevate tariffe protezioniste, aliquote elevate di tassazione, e una spesa pubblica di deficit pubblico per edificare e dirigere capacità industriali. Germania, Giappone, e Stati Uniti usarono simili politiche di intervento per “raggiungere l’Inghilterra dal 1850 in poi. Più recentemente, sappiamo che l ‘investimento pubblico è stato responsabile per molte delle maggiori innovazioni della rivoluzione IT, incluso Internet, GPS, Touch Screen, tecnologia dei cellulari, batterie agli ioni di litio, microdischi rigidi display a cristalli liquidi, e Siri, tra le altre.

Per i paesi comunisti nella periferia, l ‘obiettivo non è solo mobilitare risorse per l’industrializzazione, ma organizzare la produzione intorno ai pubblici servizi e bisogni umani in modi che erano stati negletti o resi addirittura impossibili sotto il capitalismo. Studi empirici dimostrano che hanno raggiunto un miglior risultato sociale più delle loro controparti capitaliste a qualsiasi livello della produzione nazionale, inclusi aspettative di vita più alte, un miglior livello di istruzione, e un più basso indice di mortalità infantile. Hanno anche ottenuto forti progressi contro l’estrema povertà: dal decennio 1980, il prevalere della povertà da bisogni primari era quasi zero in Cina e Russia. Come l’economista Amartya Sen ricorda nel suo studio del 1981 riguardo i risultati ottenuti nel campo della salute e dell’istruzione nel mondo: “Un pensiero che è destinato a sorgere è quello per cui il comunismo è positivo per eliminare la povertà “. Sen mette un particolare accento sulla differenza drammatica di mortalità tra Cina e India, suggerendo che l ‘India soffre di più di 31 milioni di morti in più ogni 8 anni paragonati alla percentuale di mortalità in Cina-morti che avrebbero potuto essere prevenute con delle semplici politiche per assicurare un accesso universale al cibo e all’ assistenza sanitaria.

Ma, sicuramente, questo approccio – e l’età della sovranità economica nella periferia – non è durato a lungo. La politica di sviluppo socialista e diretta dallo stato ha limitato l’accesso del Nord alla manodopera e alle risorse a basso costo, così gli stati centrali sono intervenuti, in qualche caso con la deposizione di governi progressisti e nazionalisti attraverso colpi di stato(nella Repubblica Democratica del Congo, Indonesia, Brasile, Ghana, Cile, e così via), in altri imponendo programmi di aggiustamento strutturale che hanno invertito le politiche dei movimenti anticoloniali(abolendo tariffe protettive e sussidi, tagliando la produzione pubblica e i pubblici servizi, e privatizzando i beni nazionali) . I dati presentati nel nostro documento su “World Development” indicano che questi interventi neocoloniali hanno invertito il progresso fatto durante il periodo dello sviluppo con i salari reali, in molti casi, scesi al di sotto dei livelli del diciassettesimo o diciottesimo secolo. Gli aggiustamenti strutturali in Cina e Russia nei primi anni 90 hanno causato un drammatico aumento della povertà riguardo i bisogni primari, che sono balzati da una cifra vicino lo zero a rispettivamente al 68% e 24%.

Certamente ci sono delle eccezioni. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno permesso e anzi supportato attivamente Taiwan e la Corea del Sud nel continuare ad usare la politica di sviluppo guidata dallo stato, costruendo come un “cordone sanitario” attorno la Cina rivoluzionaria. La Cina, nonostante la deprivazione dei bisogni di base indotta dagli aggiornamenti strutturali, è riuscita a continuare a investire in obiettivi pubblici con un successo considerevole. Cuba ha totalmente evitato l’aggiornamento strutturale, mantenendo un’economia socialista, e oggi supera di molto la periferia in termini di rapporto di benessere, aspettativa di vita, mortalità infantile, e nutrizione. Il governo di Cuba ha anche favorito una fiorente industria biotecnologica pubblica, che ha sviluppato innovazioni mediche d’avanguardia, compresi medicinali per ulcere del piede diabetico, almeno 2 vaccini contro il COVID-19, nonostante sia soggetta a un blocco illegale imposto dagli USA che previene l’importazione di tecnologie mediche.

Questa mette in luce le possibilità per uscire fuori dal sottosviluppo all’ interno dell’economia mondiale capitalista. Ma allo stesso tempo, ci mette in guardia. Lo sviluppo senza la politica socialista può fallire per i problemi di base di diseguaglianza e precarietà, come è chiaro nel caso della Corea del Sud. L ‘accumulazione continua di capitale può creare pressioni per la riduzione del costo del lavoro, anche tramite l’appropriazione subimperialista che va contro gli obiettivi dello sviluppo umano. Questo approccio non può garantire la democrazia economica e creare benessere per tutti. La pianificazione dall’alto verso il basso, come in Unione Sovietica e in Cina nel periodo maoista, può consentire ai manager di perseguire politiche che vanno contro gli interessi della popolazione – per esempio le politiche agricole che causarono la carestia sovietica del 1932-33.Questo è in contrasto con gli obiettivi socialisti dell’autogestione dei lavoratori e del controllo democratico sulla produzione. Per superare questi problemi, abbiamo bisogno di una strategia socialista nel ventunesimo secolo che sia radicalmente democratica, estendendo la democrazia alla stessa produzione.

 

Conclusioni

In sintesi, la narrativa secondo cui il sorgere del capitalismo ha guidato il progresso contro l’estrema povertà non è supportata da una evidenza empirica. Al contrario, la nascita del capitalismo è associata con un evidente declino del benessere umano, una tendenza che si è invertita quando i movimenti radicali e progressisti hanno cercato di ottenere un certo controllo sulla produzione e di organizzarla in misura maggiore sul soddisfare i bisogni umani.

La condizione dell’estrema povertà, non può essere usata in modo legittimo come parametro principale di misurazione del progresso. L ‘estrema povertà non è una condizione naturale, ma un effetto dell’espropriazione, della reclusione e dello sfruttamento, e di certo non dovrebbe esistere in nessun luogo e in qualsiasi sana e giusta società umana. Essa può e deve essere abolita subito.

Se il nostro scopo è raggiungere miglioramenti sostanziali riguardo il benessere dell’uomo, il progresso deve essere misurato rispetto agli standard di vita dignitosi e l’accesso ai moderni servizi. Il capitalismo attualmente mostra di non dare segni di raggiungere questo obiettivo, e la dinamica imperialista nell’economia mondiale sembra molto attiva per prevenirlo.

Come abbiamo visto, i dati storici sono chiari: la pianificazione pubblica e la politica socialista possono efficacemente garantire un rapido sviluppo economico, tecnologico, e sociale. Riscoprire il potere di questo approccio sarebbe essenziale se i governi del Sud globale vogliono accrescere la loro sovranità economica e mettere in moto la produzione per assicurare una vita dignitosa per tutti. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario costruire movimenti politici della classe contadina e lavoratrice del Sud potenti abbastanza per contrastare i governi che attualmente sono prigionieri di fazioni politiche in linea con il capitale nazionale o internazionale. Ridurre la dipendenza da creditori principali, dalle valute e importazioni. E stabilire alleanze Sud-Sud capaci di resistere a qualsiasi ritorsioni. Le formazioni progressiste del centro dovrebbero essere preparate a supportare e difendere questi movimenti.

Le ragioni per essere a favore di una politica socialista sono particolarmente chiare, vista la realtà della crisi globale ecologica con cui abbiamo a che fare, che è stata causata in modo schiacciante dall’uso eccessivo di energia e risorse materiali negli stati centrali, anche tramite la loro appropriazione netta di risorse dalla periferia. Sappiamo che lo sviluppo capitalista è ecologicamente inefficiente quando deve venire incontro ai bisogni umani. Perché la produzione sotto il capitalismo è organizzata sulla massimizzazione del profitto, così ci troviamo con forme ecologicamente perverse di produzione: veicoli utilitari sportivi, industrie fast – fashion, armamenti, e pubblicità al posto di trasporti pubblici, alloggi a prezzi accessibili e una nutrizione sana. Il risultato è una economia globale dove gli stati centrali abusano drammaticamente di risorse ed energia e il sistema fallisce un’altra volta per venire incontro ai bisogni umani.

Recenti modelli indicano che per decarbonizzare molto velocemente per far sì che temperatura media globale rimanga sotto gli 1,5 gradi di aumento, alla fine del secolo sarà necessaria una sostanziale riduzione nell’uso di energia e materiali, a carico delle principali economie. Tali riduzioni possono essere realizzate mettendo insieme allo stesso tempo il progetto per la fine della povertà e garantendo standard dignitosi di vita per una popolazione globale di 10 miliardi – includendo abitazioni, elettricità, tecnologie termiche di riscaldamento /raffreddamento, cucina pulita, assistenza sanitaria, istruzione, servizi igienico sanitari, telefonia mobile, e computer /tecnologia IT.  Ma per raggiungere ciò, c’è bisogno di una pianificazione democratica :(a) per assicurare la produzione e la rapida diffusione di tecnologie efficienti. (b) per riorganizzare la produzione focalizzandola sui bisogni umani piuttosto che sull’accumulazione di capitale. (c) per ridurre le forme di produzione ecologicamente distruttive e meno necessarie, per ridurre l’eccesso di energia e produzione materiale nel nucleo centrale capitalista. E (d) per tagliare drasticamente il potere d’acquisto dei ricchi e distribuire equamente tutte le risorse.

 

Note.

1- Dylan Sullivan and Jason Hickel, “Capitalism and Extreme Poverty: A Global Analysis of Real Wages, Human Height, and Mortality since the Long 16th Century,” World Development 161 (2023).

2 Angus Deaton, “Measuring Poverty in a Growing World (or Measuring Growth in a Poor World),” The Review of Economics and Statistics 87, no. 1 (2005): 1–19.

3 Angus Deaton, “Counting the World’s Poor: Problems and Possible Solutions,” World Bank Research Observer 16, no. 2 (2001): 133.

4 Robert C. Allen, “Poverty and the Labor Market: Today and Yesterday,” Annual Review of Economics, 12 (2020): 107–34.

5 Michail Moatsos, “Global Extreme Poverty: Present and Past since 1820,” in How Was Life? Volume II: New Perspectives on Well-being and Global Inequality since 1820 (Paris: OECD Publishing: 2021): 186–215.

6 Immanuel Wallerstein, The Modern World-System, Vol. I: Capitalist Agriculture and the Origins of the European World-Economy in the Sixteenth Century (Cambridge, Massachusetts: Academic Press, 1974).

7-vedi Figura 10.1 in Lucas Chancel e al., “World Inequality Report 2022(World Inequality Lab, 2022),167,”wid.world.”

8-Allen stima l’indice di povertà in 145 paesi, ovvero al 95% della popolazione globale. Noi abbiamo calcolato il tasso di povertà globale come media ponderata per la popolazione. Vedi Allen, “Poverty and the Labor Market”.

9- Charles Kenny e Zack Gehan, “Scenarios for Future Global Growth to 2050”, Center for Global Development (2023). Dall’estrapolazione lo scenario centrale indica che l’estrema povertà raggiungerà lo zero dal 2060.Un t più lungo è indicato da David Woodward, “Incrementum ad Absurdum:Global Growth, Inequality and Poverty Eradication in a Carbon-Constrained World”, “World Economic Review” 4 (2015):43-62.

10 Jason Hickel, Dylan Sullivan, and Huzaifa Zoomkawala, “Plunder in the Post-Colonial Era: Quantifying Drain from the Global South Through Unequal Exchange, 1960–2018,” New Political Economy 26, no. 6 (2021): 1030–47.

11 Zak Cope, The Wealth of (Some) Nations: Imperialism and the Mechanics of Value Transfer (London: Pluto, 2019); Phillip Hough, “Global Commodity Chains and the Spatial-Temporal Dimensions of Labor Control: Lessons from Colombia’s Coffee and Banana Industries,” Journal of World-Systems Research 16, no. 2 (2010): 123–161.

12 Allen, “Poverty and the Labor Market.”

13 FAO-UNICEF, The State of Food Security and Nutrition in the World, 2021; Our World in Data, “Number of People Who Cannot Afford a Healthy Diet, 2020,” ourworldindata.org; Jarmo S. Kikstra et al., “Decent Living Gaps and Energy Needs around the World,” Environmental Research Letters 16, no. 9 (2021); World Health Organization and World Bank, Tracking Universal Health Coverage: 2017 Global Monitoring Report (Geneva: World Health Organization, 2017).

14-Per la tradizione marxista, vedi Robert Brenner, “Property and Progress :The Historical Origins and Social Foundation of Self-Sustaining Growth” (New York :Verso, 2009).Karl Marx e Friedrich Engels, “The Communist Manifesto (1848),marxists.org.

15-Questa cifra proviene dallaPolonia. Vedi Jason W. Moore,” Amsterdam is Standing on Norway part II:The Global North Atlantic in the Ecological Revolution of the Long Seventeenth Century “, Journal of Agrarian Change 10,no.2 (2010),207.

16 Andre Gunder Frank, Capitalism and Underdevelopment in Latin America: Historical Studies of Chile and Brazil (New York: Monthly Review Press, 1967).

17-Immanuel Wallerstein, “Il sistema del mondo moderno, vol. III:la seconda era di grande espansione dell’economia mondiale capitalista 1730-1840″(Academic Press :1989),146-49,152,156,164-166.Wilma Dunaway osserva che durante il periodo coloniale, l’integrazione dell’Africa nel sistema globale capitalista non vide alcuna sostanziale proletarizzazione della forza lavoro, ma vide invece la crescita delle attività dell’informale, della schiavitù, della produzione di sussistenza, delle tecniche di locazione e mezzadria dei beni di scambio commerciale capitalisti. Catene. Wilma A. Dunaway, “Contadini non salariati nel sistema – mondo moderno: famiglie africane come unità dialettiche di sfruttamento capitalista e resistenza indigena, 1890-1930”,The Journal of Philosophical Economics IV, n. 1(2010):19-57.

18 Madhusree Mukerjee, Churchill’s Secret War (New York: Basic Books, 2010), chapter 2.

19 George G. de H. Lampert, chairman of Britain’s East India and China Association (1840), quoted in Wallerstein, The Modern World-System, vol. 3, 150.

20 Alvin Y. So and Stephen W. K. Chiu, East Asia and the World Economy (Thousand Oaks, California: SAGE, 1995), 44.

21-Sul ruolo dello Stato nell’industrializzazione dell’Europa occidentale – e in particolare della Gran Bretagna – vedi Wallerstein, “The Modern World-System”, vol 3 e Ha – Joon Chang, “Cattivi Samaritani:il mito del libero scambio e la storia segreta del Capitalismo” (Londra:Bloomsbury Press, 2007). Anche la pianificazione statale e gli investimenti pubblici svolgono un ruolo base nell’innovazione tecnologica negli Stati Uniti contemporanei, nonostante la retorica governativa sul libero mercato. Vedi Noam Chomsky, “Turning the Tide:The US and Latin America (Montreal :Black Rose Books, 1987),208-217;e idem,” Anno 501:The Conquest Continues “(Boston:South End Press, 1993),capitolo 4.

22 Chang, Bad Samaritans.

23-Allen sostiene in modo convincente che la prima rivoluzione industriale ebbe luogo in Inghilterra piuttosto che per esempio in Francia o in India, perché i lavoratori inglesi avevano salari relativamente alti. Grazie alla posizione privilegiata di esportazione nel mercato globale capitalista, i salari dell’Inghilterra erano tra i più elevati del mondo fino alla metà del XVIII secolo (sebbene rimanessero inferiori rispetto al periodo precedente l’ascesa del capitalismo). Ciò rese vantaggioso per i capitalisti del diciottesimo secolo l’impiego della filatrice per risparmiare sui costi del lavoro. Al contrario, i calcoli di Allen mostrano che l’uso della filatura non sarebbe stato redditizio in India o in Francia, perché impiegare manodopera è più economico che investire in beni capitali. Vedi Robert C. Allen, “The Industrial Revolution in Miniature: The Spinning Jenny in Britain, France, and India”, Journal of Economic History 69, n. 4(2009). Allen sostiene che i differenziali salariali aiutano anche a spiegare perché i macchinari per il risparmio del lavoro sono stati adottati negli Stati Uniti ma non in America Latina. Robert C. Allen, Tommy E. Murphy e Eric B. Scheider “Le origini coloniali della divergenza nelle Americhe”, Journal of Economic History “72, n. 4 (2012),889.

24 Arghiri Emmanuel, Unequal Exchange (New York: Monthly Review Press, 1972), 123–133; Cope, The Wealth of (Some) Nations, 63–64.

25-L ‘esternalizzazione della produzione verso la periferia è un modello ricorrente nella storia del sistema – mondo capitalista. Le nuove invenzioni sono inizialmente monopolizzate da una o più potenze centrali, che possono imporre prezzi elevati per i loro prodotti e raccogliere profitti inaspettati. Alla fine, tuttavia, altre potenze centrali e persino stati semiperiferici riescono a entrare nel mercato (solitamente con politiche industriali dirette dallo stato), scalfendo così il potere monopolistico dell’impresa originaria. Allo stesso tempo, i costi salariali nel settore tendono ad aumentare man mano che il surplus di manodopera rurale si esaurisce e i sindacati spingono per condizioni migliori. Di fronte a questa compressione dei profitti, i capitalisti del centro cominciano a investire in nuovi settori industriali in cui si può esercitare poteri monopolistici. Inoltre esternalizzano i processi produttivi (sempre più obsoleti e non redditizi) alla periferia per avere salari più bassi. Questo modello ciclico garantisce che gli stati centrali si specializzino sempre in processi di produzione monopolizzati ad alto prezzo, mentre la periferia produce per mercati competitivi con poche barriere all’ingresso e bassi tassi di rendimento. Vedi Immanuel Wallerstein, “World-System Analysis: An Introduction (Durham:Duke University Press, 2004),26-32.

26 James H. Smith and Jeffrey W. Mantz, “Do Cellular Phones Dream of Civil War?: The Mystification of Production and the Consequences of Technology Fetishism in the Eastern Congo,” in Inclusion and Exclusion in the Global Arena, ed. Max Kirsch (London: Routledge, 2006), 71–93; Stephen Jackson, “Making a Killing: Criminality and Coping in the Kivu War Economy,” Review of African Political Economy 29, no. 93/94 (2002): 536; Justin Podur, America’s Wars on Democracy in Rwanda and the DR Congo (London: Palgrave Macmillan, 2020).

27-Per una discussione sul controllo del lavoro nella coltivazione del cacao nell’Africa Occidentale, vedere Kate Manzo,” Modern Slavery, Global Capitalism and Deproletarization in West Africa”, Review of African Political Economy “32, n.106(2005):521-34.Genevieve Lebaron e Alison J. Ayers,” L’ ascesa di una ‘nuova schiavitù?: Comprendere il lavoro non libero africano attraverso il neoliberalismo”, Third World Quarterly “34:n.5 (2012):873-92.Prove convincenti sulla portata di questo problema sono documentate in” The Dark Side of Chocolate “, diretto da Miki Mistari e U. Roberto Romano (Bastard Tv and Video, 2010),www.slavefreechocolate.org.Per una panoramica delle condizioni affrontate dai coltivatori di banane in Colombia, vedere Hough,” Global Commodity Chains “, 148-154.

28 Vijay Prashad, Red Star over the Third World (London: Pluto, 2019).

29 Boris Kagarlitsky, Empire of the Periphery: Russia and the World System (London: Pluto, 2007); Wallerstein, The Modern World-System, vol. 3, chapter 3.

30 Reproduced in T. H. Von Laue, “A Secret Memorandum of Sergei Witte on the Industrialisation of Imperial Russia,” Journal of Modern History 26, no. 1 (1954): 66.

31-Questa frase e le seguenti sono basate su Robert C. Allen, “Farm to Factory:A reinterpretation of the Soviet Industrial Revolution (Princeton :Princeton University Press, 2003)”.

32 Allen, Farm to Factory, 92.

33 Chang, Bad Samaritans, chapter 2; John Brewer, The Sinews of Power: War, Money and the English State, 1688–1783 (London: Unwin Hyman, 1989).

34 Chang, Bad Samaritans.

35 Mariana Mazzucato, Entrepreneurial State: Debunking Public vs. Private Myths in Risk and Innovation (London: Anthem, 2013).

36 Shirley Cereseto and Howard Waitzkin, “Economic Development, Political-Economic System, and the Physical Quality of Life,” American Journal of Public Health 76, no. 6 (1986): 661–66; H. F. Lena and B. London, “The Political and Economic Determinants of Health Outcomes,” International Journal of Health Services 23, no. 3 (1993): 585–602; Vicente Navarro, “Has Socialism Failed?: An Analysis of Health Indicators Under Capitalism and Socialism,” Science & Society 57, no. 1 (1993): 6–30; Dylan Sullivan and Jason Hickel, “16 Million and Counting: The Collateral Damage of Capital,” New Internationalist, no. 541 (2022).

37-Per la Russia, vedere Moatsos, “Global Extreme Poverty”. Per la Cina, vedere Dylan Sullivan, Michail Moatsos e Jason Hickel “Capitalist Reforms and Extreme Poverty in China: Unprecedented Progress or Income Deflation?”, New Political Economy (di prossima pubblicazione).

38 Amartya Sen, “Public Action and the Quality of Life in Developing Countries,” Oxford Bulletin of Economics and Statistics 43, no. 4 (1981): 293.

39 Jean Drèze and Amartya Sen, Hunger and Public Action (Oxford: Clarendon, 1989), 214–15.

40 Utsa Patnaik and Prabhat Patnaik, A Theory of Imperialism (New York: Columbia University Press, 2016).

41 Moatsos, “Global Extreme Poverty”; Sullivan, Moatsos, and Hickel, “Capitalist Reforms and Extreme Poverty in China.”

42 Isabella M. Weber, How China Escaped Shock Therapy (London: Routledge, 2021).

43-Don Fitz, “Assistenza sanitaria cubana:la rivoluzione in corso” (New York, Monthly Review Press, 2020).I dati di Robert Allen indicano che, nel 2011,un lavoratore non qualificato a Cuba ha un rapporto di benessere di 6,6 più alto di qualsiasi altro paese della periferia o semi periferia. In prospettiva, la cifra corrispondente è 0,9 in Bolivia, 1,2 in Brasile, 1,3 in India, 3 in Russia, e 4 in Cina. Allen, Povertà e mercato del lavoro ”

44 Hellen Yaffe, We Are Cuba!: How a Revolutionary People Have Survived in a Post-Soviet World (New Haven: Yale University Press, 2020), 120–46; “Despite U.S. Embargo, Cuba Aims to Share Homegrown Vaccine with Global South,” Democracy Now!, January 27, 2022.

45-La causa principale della carestia fu la decisione di Josef Stalin di espropriare in modo violento i contadini delle terre che avevano conquistato durante la rivoluzione, costringendoli a trasferirsi nelle fiorenti città industriali o a produrre grano a basso costo sui latifondi controllati dallo stato (chiamati in modo erroneo “fattorie collettive” a scopo propagandistico). Questa politica è stata consapevolmente progettata per emulare “l ‘accumulazione primitiva di capitale” perseguita dall’ Europa occidentale durante la rivoluzione industriale. Allen, “Dalla fattoria alla fabbrica”, 57-61,97-102,106-10,172-86.E’ importante notare, comunque, che la politica agraria stalinista non era necessaria per la dinamica dell’economia socialista dell’URSS. I modelli econometrici indicano che la collettivizzazione forzata aggiunse solo un 5% al PIL sovietico nel 1939.Secondo Allen, “La miseria umana che accompagnò la collettivizzazione fu molto grande, mentre i guadagni economici furono scarsi”. I modelli suggeriscono che la maggior parte dello sviluppo industriale dell’URSS può essere giustificato da investimenti pubblici sulla capacità industriale, dall’uso di obiettivi di produzione ambiziosi piuttosto che dai profitti per guidare il comportamento delle imprese e dalla piena occupazione sovvenzionata. “Aggiungere la collettivizzazione a quella ricetta non ha contribuito affatto alla crescita e ha corrotto il socialismo”. Allen, “Dalla fattoria alla fabbrica”, 166-71.

46 Noam Chomsky, “The Soviet Union Versus Socialism,” Our Generation (Spring/Summer 1986).

47 Robin Hahnel, Democratic Economic Planning (London: Routledge, 2021).

48 Samir Amin, Delinking: Towards a Polycentric World (London: Zed Books, 1990); Fadhel Kaboub, “Elements of a Radical Counter-Movement to Neoliberalism,” Review of Radical Political Economics 40, no. 3 (2008): 220–27; Max Ajl, A People’s Green New Deal (London: Pluto, 2021); Ndongo Samba Sylla, “MMT as an Analytical Framework and a Policy Lens: An African Perspective,” in Modern Monetary Theory, eds. L. R. Wray and Y. Nersisyan (Cheltenham: Edward Elgar Publishing, 2023).; Jason Hickel, “How to Achieve Full Decolonization,” New Internationalist, October 15, 2021.

49 Jason Hickel, “Quantifying National Responsibility for Climate Breakdown,” Lancet Planetary Health 4, no. 9 (2020): e399–e404; Jason Hickel, Dan W. O’Neill, Andrew L. Fanning, and Huzaifa Zoomkawala, “National Responsibility for Ecological Breakdown: A Fair-Shares Assessment of Resource Use, 1970–2017,” Lancet Planetary Health 6, no. 4 (2022): e342–e349; Jason Hickel, Christian Dorninger, Hanspeter Wieland, and Intan Suwandi, “Imperialist Appropriation in the World Economy: Drain from the Global South through Unequal Exchange, 1990–2015,” Global Environmental Change 73, no. 102467 (2022).

50 Lorenz T. Keyßer and Manfred Lenzen, “1.5°C Scenarios Suggest the Need for New Mitigation Pathways,” Nature Communications 12 (May 2021); Jason Hickel et al., “Urgent Need for Post-Growth Climate Mitigation Scenarios,” Nature Energy 6 (August 2021).

51 Joel Millward-Hopkins et al., ‘Providing Decent Living with Minimum Energy: A Global Scenario,” Global Environmental Change 65 (2020).

52 Joel Millward-Hopkins and Yannick Oswald, “Reducing Global Inequality to Secure Human Wellbeing and Climate Safety: A Modelling Study,” Lancet Planetary Health 7, no. 2 (2023).

Jason Hickel è professore all’ Institute for Environmental Science and Technology (ICTA-UAB) al Dipartimento di Antropologia Sociale e Culturale dell’, Università Autonoma di Barcellona. È autore di “The Divide:a Brief Guide to Global Inequality and its Solutions” (Penguin, 2017) e di “Less is more :How Degrowth Will Save the World” (Penguin, 2020).L ‘ICTA-UAB è supportato dal Maria de Maetzu Unit of Excellence Grant del Ministero Spagnolo della Scienza e Innovazione (CEX2019-000940-M).

Dylan Sullivan è assegnista aggiunto e studente Ph. D alla School of Social Science, Macquarie University, Sidney. Insegna Politica, Sociologia, e Antropologia. Le sue ricerche vertono sulla disuguaglianza globale, la storia coloniale, e l’economia pianificata socialista.

Questo articolo si basa sui dati e le analisi inseriti dagli autori nel loro articolo originale “Capitalism and Extreme Poverty”, pubblicato in “World Development” nel 2022(vedi note finali, nota numero 1).

 

Fonte: Capitalism, Global Poverty, and the Case for Democratic Socialism

 

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